La Prima guerra mondiale uccise 10 milioni di persone. Una catastrofe che durò quattro lunghissimi anni nel corso dei quali, eserciti di diversi stati europei e non solo, si confrontarono in estenuanti battaglie. Morti assurde, inaccettabili. Vittime incolpevoli da sacrificare sull’ara laica del cieco nazionalismo. Da una parte gli interessi di uomini potenti che giocavano a fare la guerra, dall’altra comuni soldati seppelliti dentro il fango, il sudore e il pianto di infinite trincee. La terribile mattanza, che aveva avuto origine da due colpi di pistola sparati in un caldo 28 giugno del 1914 a Sarajevo, si concluse esattamente cento anni fa, l’11 novembre del 1918.

LA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Un gruppo di Arditi italiani

Un gruppo di Arditi italiani

In Francia, nei boschi vicino a Compiègne nella regione della Piccardia, su un vagone ferroviario, venne firmato fra i rappresentanti della Germania e quelli degli alleati (l’Austria si era già arresa alcuni giorni prima), l’agognato armistizio. L’ultimo, terribile anelito della Prima guerra mondiale svaniva con l’apposizione di poche nere firme su alcuni fogli bianchi. L’orrendo conflitto si era concluso, ora bisognava costruire una pace, un lavoro non semplice che impegnerà, a partire dal gennaio 1919, tutte le principali potenze europee. Ma quell’accordo, firmato alle cinque di un mattino freddo e umido, ancora avvolto dal buio delle tenebre, entrò ufficialmente in vigore solo sei ore dopo.

In quel vagone (che nel 1940 sarà teatro, per espressa volontà di Hitler, di un nuovo armistizio fra la Francia e la Germania nazista) si decise, infatti, che la cessazione delle ostilità sarebbe scoccata alle 11 in punto di un indimenticabile 11 novembre 1918. Il motivo di quella dilazione era legato alla necessità di dare tempo, a tutti i comandi, di ricevere la notizia dell’armistizio e diffonderla ai soldati in trincea. Un lasso di tempo breve, sei ore appena, durante le quali, però, morirono undicimila soldati, più di quelli periti nel primo giorno dello sbarco in Normandia, alla fine della seconda guerra mondiale. La morte di quegli undicimila soldati fu, se possibile, ancora più assurda e inutile.

La guerra era finita, i paesi sconfitti avevano firmato la loro resa, mentre quelli vincitori brindavano a una vittoria che aveva il colore vermiglio di uomini uccisi dal cieco odio. Molti dei protagonisti di quell’inutile strage, quell’11 novembre 1918, non c’erano più. Avevano lasciato il palco di uno spettrale spettacolo uscendo dalla porta secondaria della storia. L’imperatore Francesco Giuseppe era morto due anni prima, nel 1916. Il suo successore, quel Carlo I che aveva sposato l’italiana Zita, aveva abdicato, così come il Kaiser Guglielmo II che, dopo la firma, era rapidamente riparato in Olanda per sfuggire a un popolo in rivolta.

Nicola II, lo Zar di tutte le Russie, un altro scellerato protagonista di una guerra da tutti anelata e che tutti immaginavano breve, era stato giustiziato in una piccola stanza di una casa spersa in Siberia. In Italia, Luigi Cadorna alla guida dell’esercito italiano, dopo la disfatta di Caporetto, era stato sostituito, da un tentennante Vittorio Emanuele III, con il meno celebre ma più adatto Armando Diaz.

LE ULTIME VITTIME DI UN’INUTILE STRAGE

Da sinistra: Henry Gunther, George Lawrence Price e Augustin Trèbuchon

Da sinistra: Henry Gunther, George Lawrence Price e Augustin Trèbuchon

Mentre nelle varie capitali europee si allestiva il carrozzone dei vincitori, al fronte si continuava ancora a morire ma la guerra, anche in quel suo ultimo miglio, dalle grandi città continuava ad apparire distante. La percezione di quell’immane tragedia aveva il colore scuro della china dei disegni che la raccontavano sui giornali e la voce afona di parole stentate, urlate da maleodoranti trincee. Alle 10.45 moriva, colpito dal fuoco tedesco, il portaordini Augustin Trèbuchon, l’ultima vittima francese della Prima guerra mondiale. Stava portando l’ennesima notizia ma questa volta bella. Avrebbe voluto dire a tutti che di lì a poco sarebbe stata servita una fumante minestra. Prima dell’inizio della catastrofe, Augustin Trèbuchon era un semplice pastore e forse negli ultimi attimi della sua esistenza pensò alle sue verdi e sconfinate valli, ai cieli azzurri sotto i quali riposarsi mentre le greggi erano al pascolo.

Identica sorte toccò al canadese George Lawrence Price, ucciso da un anonimo cecchino mentre rincorreva il nemico tedesco in ritirata. Morto in una terra lontana dalla lingua familiare. Un minuto prima delle fatali undici di quell’algido mattino di metà novembre, cadde l’americano Henry Gunther. Un cognome che tradiva evidenti origini tedesche, tanto da destare fra i commilitoni più di qualche sospetto. Gunther quel conflitto non lo avrebbe mai voluto combattere, ma per lui aveva deciso il suo presidente, così nel 1917 gli Stati Uniti erano entrati ufficialmente in guerra accanto a Francia, Italia e Inghilterra.

Un giorno, in una lettera scritta con un mozzicone di matita su un foglio inumidito da un’alba inclemente, Henry aveva manifestato tutto il suo disappunto per quella guerra, per le condizioni di vita disumane, per quell’esistenza trascorsa in trincee che puzzavano di piscio, lacrime e morte, dove i pidocchi facevano quasi più paura delle pallottole. Quella missiva non era mai arrivata al destinatario, era stata intercettata da un superiore di Gunther che, dopo averla letta, lo aveva punito, degradandolo da sergente a soldato semplice. Un’onta inaccettabile. Aveva subito la pena prevista per un disertore, ma lui aveva solo voluto raccontare la verità, ben diversa da quella diffusa ad arte dai comunicati dei comandi militari.

Ora in quel lembo di una guerra che stendeva per l’ultima volta le sue braccia lasche e mortifere, Henry Gunther volle dimostrare che era un soldato coraggioso, un americano vero e che quel suo cognome non significava nulla. In quel mattino gelido e infinito, nella terra desolata che lambiva Chaumont-devant-Damvillers, Henry imbracciò il suo fucile e per un attimo pensò alla sua Baltimora, al bel porto affacciato sull’oceano dove sognava il suo futuro. In Francia Gunther ci era arrivato pochi mesi prima, in un caldo giorno di luglio quando la conclusione di quell’orrore appariva ancora lontana.

Ma poi, inaspettatamente, la guerra era finita e nelle trincee si festeggiava, ci si abbracciava, l’incubo ora era solo un indimenticabile ricordo. Ma per Henry c’era ancora un’azione da compiere e dei tedeschi da attaccare. L’ex sergente Gunther in quell’11 novembre 1918 si lanciò contro quei nemici che avevano cognomi così simili al suo. Non ascoltò l’ordine di cessare le ostilità, si lanciò contro le mitragliatrici che bloccavano una piccola, stretta strada di campagna. Sulle prime i tedeschi non spararono poi, però, inevitabilmente aprirono il fuoco.

Henry Gunther cadde sul selciato di un paese che non conosceva, vittima di una guerra che come moltissimi altri soldati non comprendeva ma combatteva. Erano le 10.59 dell’11 novembre 1918 e quel soldato, che nella vita di tutti i giorni lavorava in una banca di Baltimora, fu l’ultima assurda morte della Prima guerra mondiale, di quell’inutile strage.

 

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