Il suo profilo maestoso e al tempo stesso elegante non sfugge allo sguardo anche del più distratto dei viaggiatori. Adagiata su un rilievo posto 516 metri sopra il livello del mare, l’Abbazia di Montecassino è uno dei luoghi più incantevoli della nostra Italia. I suoi oltre ventimila metri quadrati sono visibili perfino dalla vicina autostrada. Un luogo possente ma al tempo stesso mistico che affonda le proprie radici in un’età dove tutto era diverso, perfino i panorami.

STORIA DELL’ABBAZIA DI MONTECASSINO

Una storia, quella dell’abbazia di Montecassino, che parte da lontano e che arriva fino ai nostri giorni, nonostante sia stata contrassegnata da distruzioni e ricostruzioni che non hanno, tuttavia, minato la sua incredibile bellezza. Un luogo che ha il suono del silenzio, i ritmi del lavoro, la regolarità della preghiera.

Abbazia di Montecassino

Abbazia di Montecassino

Fu San Benedetto a fondare il primo nucleo del monastero. Nel 529 il religioso nativo di Norcia, alla testa di altri monaci, arrivò a Casinum, direttamente da Subiaco. Alla base di quel viaggio c’era la volontà di trovare un luogo idoneo per costruire un monastero, dove vivere con gli altri confratelli. Vide il monte e gli sembrò il posto ideale come, anni dopo, raccontò papa Gregorio Magno.

Sulla sommità del monte erano ancora presenti i resti dell’antica acropoli, fra cui alcuni templi come quelli dedicati a Giove e ad Apollo, segni tangibili dell’importanza e della ricchezza della Casinum di epoca romana.

Benedetto scelse come sito per il futuro monastero, quello dell’antico tempio dedicato al dio Apollo, coperto da un fitto bosco e collocato sul punto più alto di Montecassino. In poco tempo quell’edificio pagano fu trasformato nel nucleo originario della futura abbazia. Nacquero in quel periodo l’Oratorio di San Martino e principalmente quello di San Giovanni Battista, vero e proprio fulcro della futura abbazia, sorto, quest’ultimo, dove si trova l’altare sacrificale e una piccola abitazione per i monaci. Alcuni elementi architettonici preesistenti, come le mura ciclopiche e la torre di avvistamento, furono inglobate nelle nuove costruzioni.

Benedetto visse a Montecassino fino alla morte, sopraggiunta il 21 marzo del 547. Furono anni molto impegnativi, contrassegnati dalla stesura “Regola.” Scritta nel 534 la Regola è la base dell’ordine benedettino, un “semplice progetto di vita [come ha scritto Sergio Bini nel libro La perenne attualità della Regola Benedettina], un insieme di principi chiaramente o più vicini al significato originario della parola latina regula o guida, piuttosto che al termine lex o legge”.

La Regola benedettina consta di un prologo, in cui vengono definiti i principi essenziali della vita religiosa e di 73 capitoli, che delineano in modo dettagliato le regole alle quali si devono adeguare i monaci. Una delle novità riguardava l’introduzione di un quarto voto, quello del lavoro, che si aggiungeva ai tre classici della povertà, della castità e dell’obbedienza.

Nel 581 l’abbazia di Montecassino conobbe la prima di una serie di devastazioni. Il cenobio fu assalito dalle truppe di Zotone, duca longobardo di Spoleto. Dalla devastazione, per fortuna, si salvò l’autografo della Regola che i monaci, insieme a pochi altri oggetti, portarono con loro fino a Roma. Sotto il pontificato di papa Zaccaria (741-52) la preziosa Regola venne restituita ai monaci, nel frattempo rientrati a pieno titolo a Montecassino.

L’Abbazia nel corso del VIII secolo era divenuta un importante centro studi, punto di riferimento per la formazione religiosa e culturale di monaci provenienti da tutta l’Europa. Per capire la centralità del luogo basti ricordare che vi dimorò per alcuni anni Paolo Diacono, autore della celebre Historia Langobardorum, ma anche Carlomanno, fratello di Pipino il Breve, che affascinato dal luogo decise di prendere i voti, e il re longobardo Rachis.

Pochi anni dopo la visita di Carlo Magno, avvenuta nel 787, l’Abbazia fu oggetto di un’importante opera di trasformazione. Per volontà dell’abate Gisulfo l’antico oratorio di San Giovanni fu riedificato e trasformato in una basilica a tre navate.

Veduta esterna dell'Abbazia di Montecassino

Veduta esterna dell’Abbazia di Montecassino

Ma la storia dell’abbazia conobbe una seconda, drammatica devastazione. Il 4 settembre 883 i Saraceni assaltarono il monastero, depredando tutto ciò che potevano e obbligando i monaci a fuggire e a riparare a Teano, dove portarono la preziosa Regola che, tuttavia, poco tempo dopo andò distrutta a causa di un incendio.

Ma come l’Araba fenice l’abbazia cassinate risorse dalle proprie ceneri e sempre più bella. Nel 950 i monaci, guidati dall’abate Aligerno, tornati a Montecassino, restaurarono gli edifici monastici gravemente danneggiati dai Saraceni. Con il nuovo millennio l’abbazia conobbe un fiorente periodo di fortuna e gloria.

Nei primi anni dell’XI secolo grazie all’azione dell’abate Desiderio, figlio del principe di Benevento Landone, Montecassino divenne un centro culturale di riferimento per l’Europa, arricchendosi di preziosi manoscritti e di uno scriptorium in cui operavano i migliori scribi e miniaturisti.

Fu nel XVII secolo che l’abbazia assunse la veste attuale, ovvero quel grande rettangolo irregolare, entro il quale sono presenti i diversi corpi che formano l’insieme dell’edifico oggetto di profonda ammirazione.

I tre chiostri, la chiesa con la facciata tripartita dai magnifici portali, quello centrale risalente al periodo di Desiderio e naturalmente il monastero vero e proprio.

MONTECASSINO: DAI BOMBARDAMENTI ALLA RICOSTRUZIONE

Ma ancora una volta l’abbazia fu teatro di una tremenda distruzione. A partire dal 17 gennaio 1944 e fino al 18 maggio successivo tutta l’area fu interessata da una serie di lunghi, interminabili combattimenti. Il motivo? Semplice, l’Abbazia, come la cittadina di Cassino, erano due fondamentali capisaldi della Linea Gustav, la serie di fortificazioni militari tedesche comprese fra il Tirreno e l’Adriatico, realizzate per sbarrare l’avanzata alleata proveniente dal sud Italia liberato. Fu una battaglia durissima che lasciò sul campo migliaia di soldati, appartenenti a entrambi gli schieramenti impegnati nel conflitto.

Oltre trentamila i morti tedeschi ma da parte alleata il numero delle vittime fu maggiore. Ventisettemila americani, ventiseimila britannici ma anche migliaia di morti di nazionalità francese, polacca, indiana e perfino tremila morti Maori neozelandesi. Fra le vittime si contarono anche 398 italiani appartenenti al corpo di liberazione nato nelle settimane successive all’armistizio dell’8 settembre. Una vera e propria carneficina.

Si trattò di una battaglia in cui, al contrario di quello che si può immaginare, l’aviazione, nonostante gli effetti devastanti dei ripetuti bombardamenti alleati, non fu l’assoluta protagonista. A Montecassino, infatti, in quei terribili 128 giorni, si combatté alla vecchia maniera, impegnando fino allo sfinimento la fanteria. Le bombe, però, segnarono in modo irreversibile il destino dell’Abbazia. Fra il 15 e il 18 febbraio 1944 l’intero complesso monastico fu letteralmente raso al suolo dal martellante bombardamento alleato.

La difesa dell’Abbazia era stata affidata per espressa volontà di Hitler al generale von Senger und Etterlin, comandante del XIV Panzer Korps. La peculiarità di questo alto ufficiale era data dal suo essere, oltre che un militare di rango, anche un terziario benedettino. Apparteneva, seppur in veste laicale, a quell’ordine monastico che dalla fondazione aveva sempre abitato l’Abbazia.

Le decine di bombe che caddero in quella manciata di giorni di metà febbraio, determinarono danni incalcolabili per l’intero complesso religioso, cancellando un patrimonio dell’umanità. Uno dei generali alleati, il britannico Harold Alexander, parlò di un bombardamento necessario per fiaccare il morale dei tedeschi e, al contrario, stimolare quello alleato.

L’attacco alleato distrusse l’Abbazia ma per fortuna non molti dei suoi preziosi tesori. Manufatti, rari incunaboli ma anche oggetti di arte sacra furono, nelle settimane che precedettero la battaglia, messi al sicuro in Vaticano.

Anche l’abate Diamare lasciò l’antica abbazia prima che venisse distrutta, trovando rifugio nella basilica romana di San’Anselmo sulle pendici del colle Aventino. Il 15 marzo 1945, a guerra non ancora conclusa, l’abate tornò a Montecassino e con i suoi monaci pose le prime pietre di quella lunga ricostruzione che terminò solo decenni dopo. Le macerie di Montecassino furono uno dei segni più tangibili dell’orrore della Seconda guerra mondiale. Ma quel luogo risorse dalle sue ceneri, ancora una volta.

Dopo la fine della guerra, l’abate Ildefonso Rea, nel frattempo subentrato a Diamare, proseguì l’impegno del suo predecessore per ricostruire Montecassino esattamente dove e come era prima.

Fu papa Paolo VI, nel 1964, a venti anni esatti da quella drammatica battaglia, a riconsacrare l’Abbazia, che tornò a splendere come aveva fatto per secoli.