Una spada conficcata nella roccia, un’abbazia cistercense, un cavaliere che lascia le armi e diviene eremita, il mito arturiano. Questi sono gli ingredienti che si mescolano nelle terre della Val di Merse dove si trova, isolata ed avvolta dal silenzio, l’abbazia di San Galgano. Ci troviamo a Chiusdino, trenta chilometri a sud di Siena, su quello stesso territorio in cui è nato ed ha abitato il nobile cavaliere di Cristo: Galgano. L’edificio religioso che oggi lo ricorda ed il vicino eremo, denominato la Rotonda di Montesiepi, costituiscono un sito veramente interessante sia dal punto di vista architettonico che artistico. Il tutto condito dal mistero che avvolge le vicende della spada del cavaliere ancora oggi conficcata nella roccia.

SAN GALGANO: DA CAVALIERE A EREMITA

L'abbazia di San Galgano e la spada nella roccia

L’abbazia di San Galgano e la spada nella roccia

La storia dell’abbazia di San Galgano ha inizio con la nascita di Galgano Guidotti a Chiusdino intorno al 1150 e continua con una giovinezza condotta dal ragazzo nella dissolutezza e negli eccessi. Come in ogni racconto epico o religioso che si rispetti accade però qualcosa che cambia la vita del ragazzo. Dopo avere abbracciato la vita militare, infatti, a Galgano appare per ben due volte l’arcangelo Michele che lo invita ad abbracciare la militia Christi. Gli stessi apostoli gli impartiscono delle istruzioni per la costruzione di un eremo rotondo da dedicare alla Madonna e a San Michele. La fondazione dell’edificio sacro, dicono, dovrà avvenire esattamente nel luogo deputato ad accogliere la vita del giovane cavaliere nel momento della sua conversione alla vita eremitica.

Il luogo adatto per costruzione dell’eremo sarà lasciato all’intuizione del suo cavallo durante un viaggio che Galgano intraprende per raggiungere Civitella. L’animale, infatti, per ben due volte, si rifiuta di continuare il cammino e per il nobile appare chiaro il segnale che quel poggetto è il luogo in cui dovrà edificare la sua dimora. Qui compie un gesto di una potenza simbolica straordinaria: conficca la sua spada nel terreno. Questa azione si ammanta di un’energia simbolica, segnando il passaggio dal mondo cavalleresco allo spazio interiore della fede e dell’abbandono della vita precedente.

Proprio la spada conficcata quasi per intero nella roccia assumerà la forma di una croce con la lama, la guardia e l’elsa a formare il simbolo cristiano. Il gesto accosta il giovane cavaliere al ben più noto personaggio leggendario di Re Artù e della sua spada Excalibur, in un processo inverso a quello di Galgano e che consiste nell’estrazione dell’arma da una roccia, evento che lo promuove ad un rango superiore, consentendogli di diventare re dei Britanni. Il ciclo bretone, con le storie arturiane, inizia la sua fortuna letteraria nel 1135 nella Francia settentrionale, in contemporanea con la chanson de geste, ma prediligendo, rispetto al ciclo carolingio, tematiche inerenti alla magia e all’amore. Questi topoi letterari evidentemente hanno influenzato le biografie del santo perché si assiste ad un cambiamento della descrizione dell’atto di conversione. Nei testi più antichi si parla di una spada conficcata nel terreno mentre nelle agiografie più tarde compare l’arma piantata nella roccia. Comunque, secondo studi condotti recentemente, risulta che la spada, spezzata in tre parti, è databile al XII secolo.

Con la morte di Galgano avvenuta nel 1181 comincia la nascita del culto legato alla sua figura. Gli vengono subito riconosciuti capacità taumaturgiche ed avvenuti miracoli così quattro anni dopo, nel 1185, inizia il processo di canonizzazione dell’eremita. In quello stesso anno viene concluso l’eremo di Montesiepi, costruito sopra l’antica capanna in cui l’eremita viveva, esattamente nel luogo in cui si trovava la spada conficcata nella roccia. Secondo fonti coeve lo stesso imperatore Barbarossa avrebbe reso omaggio alla tomba del santo, ospitata allora nell’eremo. L’edificio ha forma rotonda e presenta, nelle vivaci fasce concentriche, i colori bianchi e rossi del cotto e del travertino. La cappella, costruita successivamente nel Trecento, presenta diversi affreschi di Ambrogio Lorenzetti, tra i quali segnaliamo quello della Madonna in trono che ha tre braccia.

L’ABBAZIA CISTERCENSE DI SAN GALGANO

Abbazia di San Galgano dall'esterno

Abbazia di San Galgano dall’esterno

L’abbazia di San Galgano viene iniziata soltanto nel 1218, dopo che nel 1191 l’imperatore Enrico VI aveva chiamato un gruppo di monaci cistercensi provenienti da Clairvaux (Chiaravalle) per riorganizzare il complesso monastico, sorto qualche anno prima a poche centinaia di metri dall’eremo. L’influsso dei monaci francesi, ispirati dalla Regola di San Bernardo, è evidente nello stile spoglio e sobrio dell’edificio ecclesiastico e nel rifiuto delle decorazioni e degli ornamenti. Ottanta monaci, nobili e pellegrini partecipano alla fondazione dell’abbazia, lavorando secondo la regola benedettina dell’ora et labora e cominciando la bonifica dell’area. L’abbazia viene colpita nei secoli successivi dall’epidemia di peste e dalla carestia, mettendo a dura prova i monaci che vi abitano.

Nel Cinquecento il sito risulta già pesantemente danneggiato tanto da indurre un prelato senese a vendere il tetto di piombo della chiesa. Nel 1786 avviene il crollo del campanile e tre anni dopo l’abbazia viene sconsacrata. L’erba che oggi invade la pavimentazione andata perduta e la luce solare che penetra dall’alto rendono questo luogo davvero suggestivo. Suddivisa in tre navate da sedici pilastri, la chiesa gotica è a croce latina (70 metri x 21) con abside quadrato rivolto verso est, come disponeva l’architettura cistercense. La facciata presenta tre portali e lungo i muri si aprono monofore e bifore ogivali. A destra dell’abbazia si trova il monastero di cui restano lo scriptorium (in cui i monaci copiavano i manoscritti), la sala capitolare (in cui i religiosi si riunivano per prendere le decisioni) ed il lato orientale del chiostro (in cui i confratelli camminavano, leggevano e meditavano).

 

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