Quando Adriano Olivetti, prematuramente scomparso il 27 febbraio 1960, inaugurò la fabbrica di Pozzuoli realizzò il sogno di una vita: costruire un complesso industriale che vedesse al centro l’uomo, il tutto immerso in un contesto ambientale unico, un infinito abbraccio fra essere umano, architettura e natura.

Questa è la storia di uno dei tanti sogni di Adriano Olivetti divenuto una magnifica realtà.

ADRIANO OLIVETTI, DALL’UTOPIA ALLA REALTÀ

La decisione di aprire una fabbrica della Olivetti nel Sud Italia matura definitivamente nel 1951. In quegli anni l’azienda (fondata da Camillo Olivetti, il padre di Adriano, nel 1908 ad Ivrea), è una società fiorente, che macina guadagni notevoli, esportando i suoi prodotti, principalmente macchine da scrivere e calcolatrici, in tutto il mondo.

Si tratta di un’impresa non solo ricca e in costante crescita ma unica nel suo genere, almeno in Italia. Il credo di Adriano Olivetti, che dal 1938 ha ereditato dal padre la società, divenendone presidente, è quello di fare utili mettendo al centro di tutto, prima i dipendenti. Lavorare alla Olivetti significa guadagnare di più rispetto ad altri lavoratori impiegati in settori simili e avere una serie di diritti che in altri contesti sono pura utopia. 

In questa ottica nasce l’idea di aprire una nuova fabbrica della Olivetti al Sud, un modo tangibile per far ripartire quella parte d’Italia da sempre contrassegnata da difficoltà economiche e sociali, ma anche il tentativo per bloccare un’analoga iniziativa promossa dalla Remington, il colosso americano da sempre il più temuto concorrente dalla società di Ivrea.

Olivetti Adriano

Adriano Olivetti

A suggerire ad Adriano Olivetti di aprire una sua fabbrica al Sud – come ricorda Valerio Ochetto nel suo Adriano Olivetti, la biografia – fu il ministro dell’industria Pietro Campilli. 

Non era, in realtà, la prima volta che Adriano Olivetti si interessava al Sud. Nel 1950 (lo stesso anno in cui tutto il mondo celebra la mitica “Lettera 22”, la macchina per scrivere più bella e pratica mai realizzata e che finirà poi al MOMA di New York per il suo design unico), Olivetti era sbarcato a Matera. 

Lo fa inseguendo uno dei suoi tanti sogni, quello di creare un innovativo borgo agricolo che rappresenti il prototipo di una nuova comunità contadina, risolvendo, al contempo, la vergognosa emergenza dei Sassi, dove vivono in condizioni disumane più della metà dei materani. 

Per la realizzazione Olivetti si affida a personalità del calibro di Quaroni, Friedmann, Tentori e altri, ma alla fine il risultato, per una serie di motivi, non sarà quello sperato. 

Il parziale insuccesso materano non spegne i sogni del grande imprenditore originario di Ivrea. C’è una fabbrica da realizzare, un luogo capace di coniugare la funzionalità con la bellezza, un’utopia per molti, una missione per Olivetti.

Innanzitutto bisogna trovare il posto adatto. La scelta cade su un tratto della costa napoletana compreso fra Capo Miseno e il promontorio di Posillipo, un posto incantevole, «di fronte al golfo più singolare del mondo», come lo definisce lo stesso Olivetti. Un azzardo per molti, un’occasione irripetibile per Adriano.

FABBRICA OLIVETTI DI POZZUOLI: LE ORIGINI

Dopo aver valutato i curricula di molti architetti, Olivetti decide di assegnare l’incarico al napoletano Luigi Cosenza, in passato già contattato per uno studio su un piano regionale per Napoli che, però, a causa della guerra, rimane solo un suggestivo progetto.

Cosenza accetta con entusiasmo. Per lui, fervente comunista, realizzare una fabbrica per la classe operaia è quanto di meglio potesse desiderare. L’architetto pone al centro del suo progetto il rapporto fra operaio e ambiente. L’idea è quella di realizzare una struttura che sia dominata dalla luce naturale, che viene dal mare e che deve abbracciare l’intera struttura.

Il piano appare fin da subito rivoluzionario. Più di qualche ingegnere della Olivetti, però, da sempre ancorato a fabbriche composte da grandi capannoni, dove sistemarci le diverse catene di montaggio, nel visionare lo studio di Cosenza storce la bocca. Non è quello che vogliono, per questo chiedono la revisione dello stesso. Ma non conoscono Cosenza. L’architetto non sente ragioni; o accettano il suo progetto o lui abbandona. Si rischia la rottura ma sarà lo stesso Olivetti a sanare le divergenze e a convincere Cosenza ad andare avanti sulla sua strada.

Chi era Adriano Olivetti

Adriano Olivetti e la celebre macchina da scrivere Lettera 32

Il risultato finale è Olivetti di Pozzuoli, una fabbrica di una bellezza unica. Cosenza realizza un edificio con una pianta a croce greca, capace di soddisfare pienamente le complesse esigenze produttive. Inoltre, adattando i volumi architettonici alle differenti pendenze del terreno, l’architetto campano realizza quella totale integrazione fra manufatto e paesaggio circostante che era il suo obiettivo primario.

Nella nuova struttura, come ricorda il figlio di Luigi Cosenza, Giancarlo, gli operai che vi lavorano non sono più inscatolati in una struttura angusta, ma inseriti in uno spazio dominato dalla luce, dall’aria, dal verde adiacente, in un costante e ininterrotto dialogo fra interno ed esterno, reso possibile dalla presenza di innumerevoli finestre, la vera cifra aggiunta di tutto il complesso industriale.

Di certo Cosenza, per la fabbrica di Pozzuoli, si ispira, specie per le grandi superfici vetrate, al modello delle Officine Fagus, realizzate da Walter Gropius e Adolf Meyer, nel 1911 ad Alfeld, in Germania.

Nella nuova Olivetti di Pozzuoli i volumi pesanti sono banditi, così come le massicce strutture, tipiche di buona parte dell’architettura industriale italiana che caratterizza anche l’hinterland di Pozzuoli. A trionfare sono le linee morbide, i colori ariosi, i profili perfettamente intonati all’ambiente.

Come dirà lo stesso Olivetti in occasione dell’inaugurazione, «la fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».

Nella struttura, oltre ai reparti produttivi veri e propri e ai diversi uffici, trovano collocazione anche quei luoghi comuni che sono il tratto distintivo della storia della fabbrica Olivetti. La mensa, concepita in modo più familiare (i tavoli sono per 4, massimo 6 persone), gli spazi ricreativi, la sala medica e ovviamente la biblioteca. In questo luogo gli operai possono leggere libri, riviste, giornali o semplicemente scrivere, in base al principio caro a Olivetti per cui la fabbrica non può e non deve essere solo un luogo di lavoro ma un’occasione di incontro e di crescita culturale. 

Gli ampi spazi della biblioteca sono la sede naturale di diverse manifestazioni, tra cui le celebri “lezioni di storia contemporanea” ma anche di corsi di pittura, a cui aderiscono sia i dipendenti che gli stessi familiari.

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Parallelamente alla realizzazione della fabbrica, Cosenza progetta anche un quartiere residenziale, in ossequio ai dettami classici cari a Olivetti, dove far vivere i dipendenti della ditta.

Il progetto iniziale prevede la costruzione, in località Fusaro, a ovest di Pozzuoli, di due unità abitative di 28 e 10 alloggi ciascuna, completati da una serie di servizi quali l’asilo, la colonia marina, la scuola elementare, il cinema, la chiesa, l’immancabile teatro, nonché una serie di negozi e un presidio medico.

In sede di realizzazione, però, il progetto viene modificato. L’originaria sede è ritenuta troppo distante dalla fabbrica, per questo, si opta per un’area più vicina allo stabilimento. Il quartiere sorge così a Pozzuoli, nei pressi dell’anfiteatro romano, in una zona già fornita di vari servizi. L’iniziativa è commissionata dalla Olivetti, mentre l’esecuzione avviene in gestione diretta da parte dell’INA-Casa, secondo una prassi già utilizzata a Ivrea nella realizzazione del quartiere di case per dipendenti di Canton Vesco. Nel 1963 il quartiere verrà ampliato, aggiungendo un altro lotto agli iniziali due per un numero complessivo di 62 alloggi. 

OLIVETTI E IL DISCORSO ALL’INAUGURAZIONE DEL 1955 A POZZUOLI

Il 23 aprile 1955 la fabbrica viene ufficialmente inaugurata. All’inaugurazione di Pozzuoli la soddisfazione dell’industriale è evidente. Nel suo discorso Adriano Olivetti, l’imprenditore rosso, sottolinea la specificità di quella “sua creatura”:

«Questo stabilimento riassume le attività e il fervore che animano la fabbrica di Ivrea. Abbiamo voluto ricordare nel suo rigore razionalista, nella sua organizzazione, nella ripetizione esatta dei suoi servizi culturali ed assistenziali, l’assoluta indissolubile unità che la lega ad essa e ad una tecnica che noi vogliamo al servizio dell’uomo onde questi, lungi dall’esserne schiavo, ne sia accompagnato verso mete più alte, mete che nessuno oserà prefissare perché sono destinate dalla Provvidenza di Dio. Così, di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica.

La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».

Oggi la fabbrica Olivetti di Pozzuoli, dopo diversi passaggi di proprietà che hanno minacciato l’esistenza in vita della struttura, ha perso la sua originaria identità industriale, per abbracciare nuovi e stimolanti profili che non sarebbero dispiaciuti al suo fondatore.

Attualmente nell’ex fabbrica Olivetti, rinominata “comprensorio Olivetti”, si trovano delle aziende tecnologiche, una sede del CNR dedicata alle scienze applicate, nonché alcune piccole imprese locali, realtà differenti fra loro ma che hanno impedito che l’ex fabbrica dei sogni cadesse in rovina.

Oggi molte aziende nel mondo realizzano edifici che si muovono sul solco tracciato da Adriano Olivetti con la sua onirica fabbrica di Pozzuoli, improntata al rispetto dell’ambiente e all’esaltazione della bellezza, fedele compagna per ogni lavoratore. 

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