Per Aldo Moro l’insegnamento era prioritario a tutto, sicuramente alla politica e talvolta anche alla sua stessa famiglia. Forse, se avesse potuto liberamente scegliere, avrebbe fatto solo e soltanto il professore.

IN CATTEDRA. ALDO MORO PROFESSORE

Aldo Moro professore. Questa pagina meno nota del politico democristiano, ucciso il 9 maggio 1978 dalle Brigate Rosse, inizia il 13 novembre 1938 quando, all’età di soli ventidue anni, consegue la laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti, la lode e, cosa non consueta, la proposta di stampa della tesi dal titolo La capacità giuridica penale, in seguito nucleo fondante di una più ampia opera monografica.

Il suo relatore, infatti, il professor Petrocelli, noto penalista, coglie immediatamente le indubbie qualità di quel giovane laureato, tanto che sei giorni dopo la discussione della tesi lo nomina assistente volontario alla cattedra di Diritto penale all’Università di Bari. Un inevitabile approdo per quel ragazzo che con lo studio ha un rapporto idilliaco.

Moro, fin da bambino, ama leggere e ancor di più studiare, ottenendo voti sempre eccellenti. Al liceo classico “Archita” di Taranto è il migliore di tutto l’istituto. All’esame di maturità il voto più basso è 8, ma fioccano anche i 9, come in storia e filosofia e addirittura un 10 in matematica.

Con simili risultati scolastici proseguire gli studi, iscrivendosi all’università, appare in famiglia una scelta naturale, imprescindibile. Opta per giurisprudenza all’università di Bari, città dove, nel frattempo, si è trasferita la famiglia Moro. Difficile dire se su quella scelta abbia pesato la precedente iscrizione a quella facoltà del fratello Alberto o la presenza in famiglia di uno zio magistrato.

LA CARRIERA UNIVERSITARIA DI ALDO MORO

Comunque sia, il percorso accademico dello studente Aldo Moro è perfetto. Una carriera costellata di straordinari successi. Moro supererà i 20 esami previsti con tutti 30 e, in 13 casi, ottiene anche la lode.

Punto di riferimento fin dall’inizio di quel cursus studiorum è Biagio Petrocelli, ordinario di Diritto penale che nel 1937, nonostante abbia solo 45 anni, è nominato rettore dell’ateneo barese.

Accanto alla figura dell’accademico napoletano, un altro professore influenza la formazione culturale di Moro: Michele Barillari. Questi, che precede Petrocelli nella carica di rettore, insegna a Bari filosofia del diritto, una materia che affascina e non poco Moro.

Nel 1941 Moro ottiene la libera docenza in Filosofia del Diritto e Politica Coloniale e l’anno dopo quella ancora più prestigiosa in Diritto Penale.

Il futuro statista, in quel fatale anno che vede l’inizio della fine per il regime fascista, ha solo ventisei anni, un’età in cui di solito si è ancora studenti, lui, invece, è naturalmente professore, un ruolo che non abbandonerà mai e a cui dedicherà tutto se stesso.

Nel 1963 consegue la cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura Penale alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, carica che terrà fino a quel fatale 9 maggio.

Da quel lontano 1941 il professor Moro è per i suoi studenti un costante punto di riferimento e non solo dal punto di vista accademico. Per lui l’insegnamento è vita, un’attività che persegue con ostinazione e spirito di sacrificio. Così si esprime a proposito:

“Il mio lavoro è insegnare, la politica viene dopo”.

Moro adora stare in mezzo ai suoi studenti, al punto da suscitare l’invidia talvolta degli stessi familiari. “Dei suoi studenti – dichiarerà nel 1980 in un’intervista Maria Fida – noi figli eravamo gelosi perché dedicava più tempo a loro che a noi” e, per certi aspetti, era vero.

Nonostante i suoi molteplici impegni politici, non salterà in tutta la sua carriera universitaria neppure una lezione. Quando non può presenziare all’Università, perché costretto da impegni indifferibili, riesce sempre a recuperare la lezione, magari invitando gli studenti nella sua casa romana, nel suo ufficio in via Savoia o addirittura come accade più volte al Ministero degli Esteri.

Moro per i suoi studenti, come anni dopo raccontò una sua allieva, Fiammetta Rossi, è semplicemente “il nostro professore, e basta.”

Aldo Moro in una scuola

Aldo Moro in una scuola

Leggendarie sono le famose chiacchierate al termine delle lezioni istituzionali, un rito che entusiasma gli studenti di qualsiasi fede politica, qualcosa che, in quegli anni, divideva, e tanto.

Così il giornalista Giorgio Balzoni, che fu allievo di Moro, nel suo toccante Aldo Moro il professore descrive quelle chiacchierate: “durano almeno un’ora, a volte due e non si interromperanno nemmeno nel momento cruciale dell’elezione per la Presidenza della Repubblica, nel dicembre del 1971, quando in molti, ma non lui, lo danno già per eletto”.

In quei “fuori programma” Moro e i suoi ragazzi parlano di tutto, non solo della lezione appena conclusa, ma anche di politica, attualità, filosofia, diritto, persino cinema.

Moro, infatti, è un accanito cinefilo. Adora i western, i film polizieschi, e principalmente Totò, di cui conosce ogni battuta e che imita piuttosto bene per la gioia di chi assiste.

Fra i film amati da Moro c’è anche Il portiere di notte, pellicola di Liliana Cavani del 1974 ambientata nella Vienna di fine anni Cinquanta e incentrata sulla figura di Max, portiere di notte di un hotel, con alle spalle un passato di torturatore nazista che nessuno conosce. Ma un giorno Max incontra Lucia, sopravvissuta ai campi di sterminio, con la quale aveva avuto una relazione sadomaso e la sua vita cambia, perché non potrà più nascondersi nel buio della notte.

Un film dai contenuti forti, di cui Moro apprezza il messaggio di fondo, per cui la Storia non può essere dimenticata e in particolare le parole che il portiere, interpretato da un bravissimo Dirk Bogarde, pronuncia prima di essere ucciso alle prime luci dell’alba: “Se ho voluto vivere come una talpa c’è una ragione. La ragione per cui lavoro di notte è la luce: ho un senso di vergogna alla luce”.

La luce che invece Moro ama moltissimo e che ricorda nell’ultima lettera alla moglie Nerina prima di essere ucciso: “se ci fosse luce sarebbe bellissimo“.

Oltre al cinema il politico democristiano adora camminare, un’attività che gli permette di riflettere, di pensare. Pur non essendo uno sportivo, non rinuncia mai alla sua quotidiana passeggiata di almeno un’ora, una consuetudine che si ripete ovunque, anche a latitudini lontanissime, il più delle volte in compagnia dell’amico Oreste Leonardi.

Un altro argomento caro a Moro è la scuola, per il cui miglioramento si è sempre battuto. È il suo governo, nel 1963, a varare una riforma epocale che demolisce l’impianto della “riforma gentiliana”  istituendo la scuola media unificata. Finiva, e per sempre, l’avviamento professionale, quella scuola di serie B, destinata ai figli del popolo, a coloro che, pur avendo talvolta potenzialità anche maggiori dei “figli di papà”, non avevano i mezzi.

Non solo parole, ma anche fatti.

Moro porta spesso i suoi ragazzi a visitare le carceri, a toccare con mano e senza inutili filtri, una realtà, comunque la si pensi, drammatica. Attraverso quelle visite il politico pugliese vuole mostrare a quegli studenti affamati di vita e di ideali, l’incubo della vita carceraria e come in quei luoghi il tempo resti sospeso. La pena maggiore, è solito ripetere, non è tanto la reclusione in sé, quanto la lontananza dagli affetti personali, il distacco dalla vita di tutti i giorni, l’incertezza del domani.

Temi che anni dopo saranno rivendicati con forza da Marco Pannella e dai Radicali, diventando una delle battaglie preferite del politico abruzzese.

Moro per tutta la sua vita, da sincero cristiano ma anche da padre costituente, sarà un convinto oppositore dell’ergastolo. Per lui la pena perpetua è disumana, oltre che costituzionalmente inaccettabile.

Moro e i suoi studenti, un legame indissolubile, che si recide solo quel 16 marzo.

Anche quel giorno, per certi aspetti, i suoi ragazzi sono con lui, in via Fani, in quella maledetta mattina. In una in une delle borse che l’onorevole ha accanto ci sono delle tesi di laurea. Alcune saranno ritrovate sparse all’interno della Fiat 130, crivellate da infiniti proiettili, sporche di sangue innocente.

Il 21 aprile 1978 molti di quei ragazzi, che Moro sprona spesso ricordandogli che sono al centro della storia, firmano un appello per chiedere al governo, alla Dc e a tutte le forze politiche, di riconsiderare la linea della trattativa. Sono in tanti a sottoscrivere quella richiesta. Ritengono impossibile che nessuno stia realmente facendo qualcosa per liberare Moro, per salvare la vita al loro professore.

Quell’appello cadde nel vuoto. Quelle firme, che chiedevano di considerare la vita umana superiore a ogni valore, rimasero segni neri su un foglio bianco che nessuno ebbe mai il coraggio di leggere.

 

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