Per Voltaire è la favola più bella dell’antichità. Prima e dopo di lui è stata amata da Marziano Capella, Boccaccio, Victor Hugo, Keats e perfino Leopardi, mentre artisti di ogni età l’hanno riprodotta con risultati eccelsi. Quando nel 158 d.C. Apuleio scrisse la favola di Amore e Psiche, di certo non poteva credere che quel racconto sarebbe diventato eterno.

Narrata nei libri IV, V e VI delle Metamorfosi o Asino d’oro, che Apuleio scrisse nel pieno di un processo intentato nei suoi confronti dalla moglie Pudenilla per uso di arti magiche e circonvenzione, la storia di Amore e Psiche di Apuleio ancora oggi trasmette in pieno tutte quelle sensazioni che nel corso di millenni hanno emozionato infinite generazioni di avidi lettori.

AMORE E PSICHE, STORIA DI UNA FAVOLA IMMORTALE

Come ogni favola che si rispetti anche questa ha un incipit rassicurante e decisamente convenzionale: «C’erano una volta, in città, un re e una regina che avevano tre figlie bellissime». La più piccola, però, era talmente venusta «che era impossibile descriverla o anche lodarla come meritava, perché le parole umane non bastavano».

La fama di quell’incredibile bellezza si diffuse rapidamente valicando i confini del regno dove affluivano uomini di tutte le età per ammirare un simile incanto.

L’eco di quel fascino arrivò anche alle orecchie invidiose di Venere, la cui proverbiale e divina bellezza sembrò appassire al cospetto di quella della giovane ragazza.

Un simile affronto per la più bella delle dee era inaccettabile, per questo convocato il figlio Amore lo esortò a fare qualcosa per lavare quell’inaccettabile onta. «Ti supplico, per il vincolo dell’amore materno, (…) regala a tua madre una vendetta, e che sia completa; punisci con durezza questa bellezza arrogante (…) che questa fanciulla sia presa da una bruciante passione per l’uomo più abietto che ci sia».

Mentre Venere ordiva con la complicità del figlio l’atroce vendetta, Psiche era triste perché pur bellissima non riusciva a trovare marito. Nessuno, infatti, «né un re, né un principe e nemmeno uno del popolo» aveva chiesto la sua mano.

Tale situazione preoccupava e non poco i genitori della ragazza. Il re, per questo, decise di recarsi a Didima, presso Mileto per interrogare l’oracolo sul futuro di sua figlia.

Il responso di Apollo fu il peggiore che un padre potesse aspettarsi.

«In cima a un alto monte, a nozze sia vestita, lascia tua figlia, o re, per nozze senza vita.

Non t’aspettare un genero d’origine mortale, ma un mostro velenoso, spietato ed esiziale (…)».

Amore e Psiche storia

Jacopo Zucchi, Amore e Psiche, 1589. Roma, Galleria Borghese (particolare)

Psiche venuta a sapere di quell’atroce profezia, decise, tuttavia, di non opporsi al fato, andando coraggiosamente incontro alla sua sorte. Accompagnata dal padre, dalla madre e da una folla gemente, fu abbandonata a quell’infame destino.

Mentre Psiche (che in greco oltre ad anima, soffio, vuol dire anche farfalla), «tremante di paura, piangeva a dirotto, sulla cima della roccia», ecco arrivare Zefiro che dopo averla sollevata la adagiò su di un prato fiorito, nella valle sottostante.

In quel giardino rigoglioso sorgeva uno splendido palazzo «costruito non dall’opera dell’uomo ma da un’arte divina.» Ma le meravigliose novità per Psiche non erano terminate. Giunta la notte la ragazza si ritirò nella sua stanza ma prima di prendere sonno ecco arrivare un dolce suono che precedette l’ingresso nella stanza di un uomo sconosciuto che, in quella stessa notte, fece «di Psiche sua moglie e poi, prima del sorgere del sole» se ne andò in gran fretta.

Quell’oscuro personaggio era Cupido che, invece di fare quanto promesso alla madre, si era invaghito di Psiche, (pungendosi per sbaglio con una delle sue frecce) nascondendosi, però, dietro le tenebre per celare la sua divina identità.

Quel singolare idillio si perpetuò per notti e notti, senza che nessuno dei due amanti sentisse il desiderio di svelare la propria identità. Ma a mutare lo stato delle cose furono due umanissimi sentimenti: l’invidia e la curiosità.

Le sorelle di Psiche, «una vera e propria associazione a delinquere» venute a conoscenza di quale amorevole sorte fosse toccata alla ragazza, dopo essersi recate da lei, la convinsero a scoprire l’identità di quell’ignoto amante, persuadendola che quello sconosciuto altri non fosse che «un serpente gigantesco, che striscia avvolgendosi nelle sue mille spire».

Quella stessa notte Psiche, «proprio perché era di animo semplice e ingenuo» decise che avrebbe visto per la prima volta le sembianze del suo dolcissimo amante.

Approfittando del sonno che aveva avvinto Amore, accostò la lampada ma non vide una bestia feroce, bensì «la belva più mite e più dolce» mai scorta prima.

Estasiata da quell’inattesa visione non si accorse che dalla lampada era caduta sulla spalla dell’assopito amante una goccia d’olio bollente. Amore, dopo essersi destato, scappò via, non prima di salutare la ragazza con una frase lapidaria: «Quanto a te, la mia fuga basterà a punirti».

Qui termina la parte più celebre della favola ma le avventure per la povera Psiche non sono affatto terminate.

Il racconto prevede altre due sequenze, più brevi e meno note. Nella seconda si narra di come Psiche, in dolce attesa, si vendichi prima delle invidiose sorelle e poi superi una serie di difficilissime prove a cui la sottopone la crudele Venere.

Nella terza sequenza, la più breve, Apuleio racconta di come Amore e Psiche, ottenuto il perdono di Venere, convolino a giuste nozze, con tanto di divino banchetto, fra squisiti cibi preparati da Vulcano e dolci melodie cantate dal più bello di tutti gli dei: Apollo.

Insomma il tanto atteso lieto fine, il vissero felici e contenti, un epilogo ben diverso, ad esempio, da quello di Piramo e Tisbe, la struggente storia d’amore narrata nelle Metamorfosi di Ovidio.

LE INTERPRETAZIONI DELLA FAVOLA

Un racconto complesso, quello raccontato nei tre libri delle Metamorfosi da Apuleio, fatto di un intreccio complicato, di diversi piani narrativi, di inevitabili interpretazioni, ogni volta differenti. Il primo a tentare una lettura non letterale del mito di Amore e Psiche fu Marziano Capella. Vissuto tra il IV e il V secolo d.C., nativo di Madaura, la stessa patria di Apuleio, Capella aveva reso omaggio alla favola nel De nuptiis Mercurii et Philologiae.

La lettura che Marziano Capella diede del racconto fu innervata da un’evidente interpretazione platonica, in cui Psiche corrisponderebbe all’anima più volte descritta da Platone. Nello specifico le vicissitudini della bellissima ragazza altro non sarebbero che le tappe di avvicinamento dell’anima al dio, rappresentato da Amore che, in quanto tale, non può essere visto ma solo immaginato.

Come ricorda il professor Lionello Sozzi, nel bellissimo Amore e Psiche, un mito dall’allegoria alla parodia, «le traversie di Psiche sono il frutto, appunto, di una vita sbagliata: la brama eccessiva di un sapere impossibile, l’errato indugiare tra dilettazioni sensuali che allontanano dalla pura contemplazione».

Non dissimile fu l’interpretazione che della favola diede il cristianesimo. Fu Fulgenzio, vissuto fra il V e il VI secolo, il primo a offrire una lettura, in chiave rigidamente cristiana, del celebre mito.

Per Fulgenzio Psiche corrisponde all’anima cristiana che, naturalmente proiettata verso il bene, verso dio, deve, tuttavia, lottare per raggiungerlo, vincendo le tante tentazioni terrene identificabili nelle due sorelle, in Venere e, per certi aspetti, nello stesso Amore, che è male e bene al tempo stesso, oggetto di redenzione ma anche, se non ben compreso, di perdizione.

Anche il Rinascimento, e non poteva essere altrimenti, si interessò alla favola, esaltandone, però, gli aspetti più materiali, in una lettura prevalentemente edonistica che, in seguito, fu ripresa e amplificata anche nel secolo dei Lumi. In quel periodo la favola non fu oggetto di complesse letture allegoriche ma di un’analisi letterale del testo, in ossequio a quanto sosteneva Voltaire per cui «le cose sono come sono», senza la necessità di ricercarvi una spiegazione recondita. Amore e Psiche, dunque, venne interpretata dagli illuministi come la vicenda di due giovani amanti avvinti dalla passione, dalla carnalità, dall’incontrollata voluttà.

Perfino il Novecento ebbe a occuparsi di Amore e Psiche, fornendo tra le varie analisi, tra cui una rigidamente di stampo psicanalitico, anche una lettura dissacrante, con accenni sarcastici e cinici, un’ottica che, come ricorda ancora il professor Sozzi, «tradisce un’inconfessabile nostalgia».

Un discorso a parte merita l’interpretazione che diede Leopardi della favola di Apuleio. Il poeta recanatese, nello Zibaldone, sostenne che Psiche, di fatto l’anima umana, era rimasta felice fino a quando non aveva conosciuto l’oggetto della sua passione. In sostanza per il poeta l’infelicità umana era strettamente connessa alla conoscenza, per cui sapere equivaleva a essere infelici, trasposizione laica del mito biblico di Adamo ed Eva e della cacciata dal paradiso terrestre dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza.

LA FAVOLA DI APULEIO NELL’ARTE

L’arte, in ogni sua manifestazione, ha sempre attinto generosamente al racconto di Apuleio, scegliendo, di volta in volta, aspetti diversi da raffigurare. Le prime rappresentazioni di Amore e Psiche risalgono al Quattrocento quando alcune scene della favola vennero riprodotte su due coppie di cassoni nuziali realizzati, presumibilmente, dal Maestro degli Argonauti, in occasione del matrimonio di Piero il Gottoso, figlio di Cosimo dei Medici, con Lucrezia Tornabuoni.

Ma è nel Cinquecento che l’arte, attraverso la pittura, esalta al massimo l’antica favola. Raffaello prima, Giulio Romano e Perin del Vaga poi, non a caso due degli allievi più importanti del pittore urbinate, rappresentarono in modo impareggiabile uno dei miti più belli di sempre.

Raffaello dedicò alla favola un’intera loggia nella rinascimentale Villa Farnesina, la dimora che il facoltoso banchiere Agostino Chigi si era fatto costruire sullo sponde del Tevere, a due passi da San Pietro.

Villa Farnesina. Particolare di un affresco nella Loggia di Amore e Psiche

Villa Farnesina. Particolare di un affresco nella Loggia di Amore e Psiche

Gli affreschi che il pittore nativo di Urbino realizzò nel 1518, narrano due momenti finali della favola, il Concilio degli dei e il Banchetto degli dei, scene in cui l’estro e la genialità di Raffaello emergono prepotentemente.

Alcuni anni dopo, nel 1526, sarà il migliore degli allievi di Raffaello, Giulio Romano, al secolo Giulio Pippi, a confrontarsi con la favola di Amore e Psiche. Nell’ambito del complesso lavoro di decorazione di Palazzo Te in Mantova per conto di Federico Gonzaga, Giulio Romano dedica un’intera sala del palazzo a Psiche e alla sua storia.

Il pittore sviluppa il racconto della favola affrescando interamente la volta e le lunette. Il primo episodio, dipinto nell’ottagono della volta della parete ovest, vede protagonista Venere che su un carro trainato dai cigni, indica al figlio Psiche, affinché possa punirla.

Sala di Amore e Psiche a Palazzo Te, affrescata da Giulio Romano

Particolare della Sala di Amore e Psiche a Palazzo Te affrescata da Giulio Romano

Il racconto prosegue, in verità in modo non del tutto lineare, attraverso diverse altre scene che culminano in quella posta al centro della volta che immortala il matrimonio di Amore e Psiche officiato dallo stesso Giove.

Una ventina di anni dopo il capolavoro di Giulio Romano, fu Perin del Vaga a cimentarsi con la favola di Apuleio. Il pittore, nel 1547, decorò la sala da letto di papa Paolo III Farnese in Castel Sant’Angelo, riproducendo nove scene tratte dalla celebre favola, fra cui quella raffigurante il momento in cui Psiche scopre l’identità ignota del suo amante.

Nel 1589 fu un altro importante artista, il manierista Jacopo Zucchi, a immortale lo stesso identico tema nella sua tela più nota, Amore e Psiche, oggi conservata a Galleria Borghese. Realizzata in occasione delle nozze di Ferdinando I Medici con Cristina di Lorena, la tela colpisce per la nitidezza dei colori, fra cui spicca ovviamente il rosso e la ricchezza di particolari. Dalla freccia di Amore, posta sotto il piede destro di Psiche (quella con cui poco prima la ragazza si era punta, innamorandosi follemente del suo amante e che aveva punto lo stesso Cupido), alla presenza del cagnolino vicino alla faretra, simbolo di eterna fedeltà.

Accanto a questi rinomati pittori si aggiunsero, nei secoli a seguire, altri artisti quali Rubens, Paul Bril, Claude Lorrain, Francois Boucher, Alexandre Fragonard, che dipinse Psiche con un paio di ali sottolineando l’etimologia del termine greco, Francois Gerard o Angelica Kauffmann. Quest’ultima, nel 1792, realizzò la tela Amore che asciuga il pianto di Psiche oggi conservata a Zurigo.

IL GRUPPO SCULTOREO DI ANTONIO CANOVA

Ma non fu solo la pittura a eternare la favola di Amore e Psiche. Anche la scultura si accostò al testo di Apuleio, cercando di rappresentare nel modo più convincente possibile i diversi temi narrati.

Fra Paolo Andrea Triscornia e Pietro Tenerani, che tra il 1797 e il 1822 scolpirono alcune scene tratte dalla celebre favola, si colloca Antonio Canova, forse l’artista che in assoluto ha saputo meglio descrivere l’eterno fascino di Amore e Psiche.

Nel 1793 lo scultore italiano realizzò quella che è una delle suo opere più celebri: Amore che risveglia Psiche con un bacio (titolo scelto dal museo del Louvre che è diverso da quello dato dallo stesso autore che, come indicato in una lettera datata 12 dicembre 1801, fu Amore e Psiche che si abbracciano).

La favola di Amore e Psiche

Particolare della scultura di Antonio Canova

Il gruppo scultoreo (Canova ne realizzò un altro, seppur diverso, per il principe russo Jusopov, oggi all’Ermitage di San Pietroburgo), fu commissionato all’artista veneto dal colonnello John Campbell. Questi, però, a causa del costo esorbitante, non entrò mai in possesso dell’opera che, invece, nel 1800, fu acquistata da Gioacchino Murat che la portò in Francia, nel suo castello di Villiers la Garenne. In seguito, per volere di Napoleone, l’opera fu trasferita a Compiegne e poi, con il ritorno in Francia della monarchia, entrò a far parte delle collezioni permanenti del Louvre.

Il capolavoro di Canova, che si ispirò a un antico affresco di Ercolano in cui un fauno bacia teneramente una baccante, è interamente costruito sul movimento, plasticamente reso dalle braccia di Psiche ma anche da quelle di Amore, che sostiene amorevolmente la fanciulla. Canova immortala il momento del risveglio della ragazza dal sonno profondo, in cui era caduta dopo aver aperto il vaso di Proserpina.

L’opera di Canova lascia senza fiato, per l’impareggiabile bellezza e per la straordinaria delicatezza che riesce a trasmettere. Il grande critico d’arte Carlo Giulio Argan affermò che Canova nel concepire l’opera si era ispirato alla cadenza della poesia, alla “metrica della sublimazione”.

L’eternità di Amore e Psiche sta nelle sue diverse interpretazioni, nelle straordinarie rappresentazioni artistiche ma, soprattutto, nella potenza letteraria del testo di Apuleio che, allora come oggi, non smette di affascinare, rimanendo, davvero, una favola senza tempo.

I brani virgolettati sono tratti dalla traduzione dall’originale testo latino di Lara Nicolini per l’edizione della Bur.

 

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