Sarà noto a tutti come Antonio Ligabue ma quel cognome lo inventò lui stesso, il tentativo estremo di dimenticare un passato fatto di solitudine, incomprensione e povertà. Questo è il racconto di un grande artista che trovò nell’arte un rifugio, quel sollievo che la vita gli aveva sempre negato.

L’INFANZIA INFELICE DI ANTONIO LIGABUE

Quando gli abitanti di Gualtieri, un paesotto della bassa reggiana, nell’agosto del 1919, vedono per la prima volta Antonio Ligabue non pensano certo che quell’uomo ossuto, dai movimenti sgraziati, con un grosso gozzo, che a molti sembra un reduce della Grande Guerra, possa diventare un apprezzato pittore, rendendo il nome di quel piccolo paese, immerso nella nebbia, famoso in tutta Italia.

Antonio Ligabue all’anagrafe svizzera viene registrato come Antonio Costa. Nasce a Zurigo il 18 dicembre 1899 da Maria Elisabetta Costa che lo partorisce presso l’Ospedale delle donne, una struttura che ospita prevalentemente ragazze madri.

La madre di Antonio Ligabue in Svizzera era arrivata come tanti italiani in cerca di fortuna, per fuggire dalla povertà della sua terra di origine, il bellunese, un luogo che offriva molto poco, specie per una giovane ragazza.

Il pittore Ligabue

Antonio Ligabue

In Svizzera, però le cose non vanno per il meglio e la nascita di un figlio non aiuta, tanto che Maria decide di affidare il piccolo Antonio, che non ha compiuto neppure un anno, a una coppia svizzera, i coniugi Gobel, che non avendo figli ed essendo in là con gli anni accettano quel bambino, pur non riconoscendolo mai ufficialmente.

Per il piccolo Antonio quella sistemazione non è l’ideale, visto che i “nuovi genitori” a causa delle ristrettezze economiche, sono costretti a cambiare spesso residenza, nel tentativo di trovare un’occupazione stabile. Johannes Valentin Gobel, il padre putativo, è praticamente inesistente e, quando c’è, anche per colpa dell’alcool da cui dipende, risulta spesso violento.

Diverso è il ruolo di Elise Hanselmann. La donna nutre fin da subito per quel bambino un amore profondo, rammaricandosi, però, di non potergli offrire molto.

Antonio Ligabue, anche a causa della scarsa nutrizione, cresce poco e male. Soffre di una grave forma di rachitismo, a cui si aggiunge una malformazione cranica, condizioni fisiche che pesano e non poco sul carattere del bambino. Ha evidenti sbalzi d’umore, passando da momenti di grande affetto, specie verso la madre, ad atteggiamenti scostanti, talvolta anche aggressivi. A scuola fa fatica a inserirsi, palesando, oltretutto, evidenti difficoltà nell’apprendimento.

Il maestro, al primo anno delle elementari, ritenendo quel ragazzo stupido, lo sposta in una classe differenziale, una condizione che peggiora la situazione, emarginandolo ancor più. Antonio, fin da subito, trova nel disegno, verso cui dimostra una dote innata, il suo intimo rifugio, il luogo dove estraniarsi da tutti e tutto.

Le iniziali difficoltà scolastiche sono solo una triste anticipazione di un’adolescenza problematica. Nel maggio del 1913 Ligabue viene espulso dalla scuola di Tablat, dopo che il medico scolastico ha stabilito che Toni, così tutti lo chiamano, è un ragazzo incapace di stare in mezzo ai suoi coetanei. Un giudizio severo ma in gran parte vero. Ligabue, infatti, si lascia andare spesso al turpiloquio e a comportamenti aggressivi verso i suoi compagni di classe, molto spesso dettati da futili motivi, come nel caso dell’intolleranza verso gli starnuti e i colpi di tosse, atteggiamento che manterrà per tutta la vita.

Lasciata la scuola di Tablat viene ammesso a quella di Marbach, piccolo comune svizzero dove i Gobel si sono nel frattempo trasferiti. Ma anche qui la situazione non migliora, nonostante l’impegno dei maestri. Nel maggio del 1915 viene espulso “per condotta cattiva e scostumata”, le porte scolastiche per Ligabue si chiudono per sempre.

Due anni dopo, nel gennaio del 1917, mentre fuori dalla Svizzera la guerra continua a mietere milioni di morti, Antonio Ligabue viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, epilogo tragico e per certi versi scontato di un’esistenza difficile e solitaria. La permanenza dentro la struttura manicomiale non migliora lo stato di salute di Ligabue, anzi se è possibile, lo aggrava, influendo e non poco sui rapporti familiari.

Gli scontri in seno alla famiglia adottiva sono all’ordine del giorno e non solo con il padre. A essere coinvolta è ora anche la madre, l’unica fino a quel momento in grado di stabilire con Antonio una sorta di rapporto. La situazione peggiora al punto che, nell’estate del 1919, dopo una denuncia sporta dalla stessa per aggressione, il ragazzo viene allontanato dalla Svizzera. Per lui si aprono le porte dell’Italia, del piccolo paese di Gualtieri, il luogo di nascita di Bonfiglio Laccabue, il marito di Maria Elisabetta Costa (morta per un’intossicazione alimentare nel 1913 insieme a tre dei suoi figli), che nel 1901, pur non essendo certa la sua paternità, riconosce il bambino, pur non occupandosi mai di lui.

LA NUOVA VITA DEL PITTORE LIGABUE IN EMILIA  

A Gualtieri Ligabue arriva il 9 agosto 1919. Appena sceso dalla corriera calamita lo sguardo incuriosito dei paesani. Questi rimangono colpiti da quel fisico magro, malamente coperto dagli abiti che ha ricevuto in ospedale e dalla piccola valigia che serra con le sue dita ossute. Perplessità iniziali a parte, Ligabue viene ben accolto dagli abitanti di Gualtieri che conoscono la sofferenza e il dramma dell’emigrazione.

Ma il futuro pittore fatica a inserirsi. Alla atavica diffidenza verso la gente si unisce la mancanza di soldi e la non conoscenza della lingua italiana, tantomeno del dialetto di quelle parti. Parla e male solo il tedesco, peraltro nella forma gergale del cantone svizzero di San Gallo.

Uno dei quadri di Antonio Ligabue

Uno dei quadri di Antonio Ligabue

Poche settimane dopo essere arrivato, Antonio Ligabue prova a scappare per rientrare in Svizzera che, nonostante tutto, è casa sua. Ma quel tentativo di fuga, il primo di altri, tutti andati male, si conclude a Lodi, dove viene arrestato dai carabinieri e ricondotto a Gualtieri.

Inserirsi per il povero Tedesco, come viene ribattezzato, non è semplice. Impara qualche parola di italiano, che condisce pittorescamente con alcune espressioni dialettali, ma il ragazzo rimane estraniato da tutti e da tutto.

Il carattere schivo, la goffaggine, le fisime e principalmente quelle strane abitudini (come dormire seduto, parlare di sé stesso in terza persona, emettere strani suoni nel tentativo di imitare i versi degli animali o stranirsi se in sua presenza qualcuno tossisce, starnutisce o semplicemente si tocca il naso) lo rendono inevitabilmente oggetto di scherno, specie da parte dei più giovani.

Prova a lavorare ma con scarsi risultati, per via anche del fisico gracile e di una salute cagionevole. Non ha una vera e propria casa, dorme dove può e non di rado all’addiaccio ma inizia a disegnare, ritrovando quella passione che non abbandonerà più.

Ogni pezzo di carta diventa una tela improvvisata sui cui rappresentare quello che vede intorno a sé, animali, alberi ma anche altri soggetti. Ligabue disegna pure sui muri scrostati di Piazza Nuova e sono proprio quei graffiti a colpire la moglie di Marino Mazzacurati, un affermato artista che vive a Roma e che si reca appositamente a Gualtieri per incontrare Ligabue.

L’INCONTRO CON MAZZACURATI: LIGABUE DIVENTA PITTORE 

Fa freddo quando Mazzacurati incontra per la prima volta Ligabue, nel novembre 1928. Il primo a parlare è proprio Ligabue, chiuso in un frusto pastrano, e lo fa con quel suo idioma inventato, fatto di parole in tedesco, italiano e dialetto reggiano. Mazzacurati ascolta, non senza fatica, proponendogli alla fine di quello strambo dialogo di seguirlo a Roma, per poter lavorare nel suo studio.

Ligabue con quel suo sguardo torvo scruta il suo interlocutore, cercando di capire chi sia, cosa voglia davvero, perché faccia una simile offerta. Alla fine si fida e accetta. Di lì a poco si trasferisce a Roma e nello studio di Mazzacurati sperimenta per la prima volta la tecnica della pittura a olio, imparando anche i primi rudimenti della scultura.

Così lo storico dell’arte Marzio Dall’Acqua sui primi lavori di Ligabue:

«Nelle prime opere, Toni ci appare come un dilettante di genio, un artista che sta inventando il proprio linguaggio personale, talora sgrammaticato, asintattico, balbettante persino, per certi aspetti, ingenuo, intuendo più che imparando soluzioni formali da autodidatta, cercando di domare una tecnica non docile.»

Quel suo dipingere in modo singolare (Ligabue non faceva alcun disegno preparatorio partendo nel dipingere da un particolare specifico, di solito la testa nel caso degli animali o degli autoritratti), così come i soggetti dei suoi quadri, specie gli amati animali, iniziano a piacere, a raccogliere consensi.

Il 24 aprile 1931 su “Il lavoro fascista” il giornalista Sandro Volta scrive un interessante pezzo dal titolo “Le bestie feroci di Toni Ligabue”, corredato da due foto dei suoi dipinti. Il mondo dell’arte italiano inizia a familiarizzare con quel singolare artista allampanato, con il naso aquilino e i capelli radi, intravedendo in quello stile i germi di un genio.

Intanto, anche altri artisti iniziano a interessarsi a Ligabue, tra questi Arnaldo Bartoli e Andrea Mozzali che ospiterà spesso in seguito Ligabue a casa sua a Guastalla.

Ma la vita che sembra sorridergli torna a mostrare i suoi denti aguzzi.

L’ESPERIENZA IN MANICOMIO DI ANTONIO LIGABUE

Il 14 luglio 1937 per Ligabue si spalancano le porte dell’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, una delle migliori strutture manicomiali d’Italia, dove non solo si fa moderna ricerca, ma si offrono agli internati delle possibilità quali il lavoro e altre attività terapeutiche, precluse in altri manicomi italiani.

A prevedere il ricovero di Antonio Ligabue è il dottor Gioacchino Tanara, un medico di Gualtieri, dove il pittore è tornato a vivere dopo la parentesi romana. Nella richiesta di internamento si legge che il pittore, così viene qualificato sulla scheda, «vive di elemosina perché non ha mai voluto dedicarsi ad alcun lavoro» e rappresenta un pericolo per sé e per gli altri, visto che «nessuno lo può avvicinare, perché minaccia, grida, urla, e spaventa donne e bambini. Si batte la testa, la fronte, il naso con sassi, fino a sanguinare abbondantemente».

Antonio Ligabue, autoritratto

Ligabue

Un quadro clinico perfetto per giustificare un ricovero, di certo più complesso rispetto a quello che determina l’internamento di molti pazienti che, nell’Italia di quegli anni, finiscono negli ospedali psichiatrici anche per molto meno, talvolta per semplice vagabondaggio. D’altra parte i manicomi, specie dalla legge del 1904, svolgono spesso la funzione di bonificare la società, “togliendo” tutti quei soggetti che sono ritenuti socialmente pericolosi o semplicemente fastidiosi.

L’esame obiettivo a cui viene sottoposto Antonio Laccabue, questo il cognome con cui il pittore viene registrato, nonostante le sue proteste (Laccabue è il cognome del marito di sua madre che lui ritiene, a torto, il responsabile della sua morte e di quelle dei suoi fratellastri) certifica un quadro psichico più grave rispetto a quello paventato dal dottor Tanara. Il pittore Ligabue, infatti, non solo risulta depresso ma anche piuttosto agitato, tanto che gli infermieri sono costretti a legarlo al letto.

Il 3 dicembre 1937 Ligabue viene dimesso dal San Lazzaro dove, però, ritorna meno di tre anni dopo, nel marzo del 1940 con un quadro clinico pressoché identico a quello precedente. Ligabue appare «disordinato nel contegno e piuttosto eccitato».

Come nel primo ricovero anche in questo Ligabue può dipingere, anzi la direzione dell’ospedale ritiene che tale attività sia benefica per il suo stato mentale e proprio durante questo secondo ricovero Ligabue dipinge il primo di una lunga serie di autoritratti, un soggetto a cui nel corso degli anni si dedicherà con passione e con risultati lusinghieri. Tra i vari autoritratti una menzione speciale spetta al Napoleone a cavallo, dipinto del 1961 in cui il pittore veste i panni del generale francese in groppa a un bianco destriero.

Dal San Lazzaro esce il 16 maggio 1941 grazie all’interessamento del pittore Andrea Mozzali che propone alla direzione dell’ospedale di prendersi cura di Ligabue. Ma si tratta di una breve, seppur felice, parentesi. Il 14 febbraio 1945, il giorno di San Valentino, le porte dell’ospedale psichiatrico reggiano si aprono nuovamente. Ligabue nei giorni precedenti, come lui stesso racconta, ha picchiato, forse sotto l’effetto del vino, un soldato tedesco, ferendolo con una bottiglia.

Dopo alcuni giorni Antonio Ligabue viene trasferito nel reparto Lombroso, la sezione peggiore del San Lazzaro, destinata ai pazzi criminali e ai detenuti alienati, realizzata a seguito dei dettami della Legge Giolitti del 1904, che prevede in ogni manicomio provinciale la presenza di simili strutture.

Anche in questo caso, tuttavia, a Ligabue viene permesso di dipingere, attività che lo tranquillizza enormemente, come sottolineato dallo stesso direttore Aldo Bertolani. Ligabue viene dimesso il 6 novembre 1948. La guerra, che lui non ha mai davvero conosciuto, si è conclusa e Gualtieri, come il resto d’Italia prova a rialzare la testa, cercando di guardare al futuro con maggiore ottimismo.

IL SUCCESSO E GLI ULTIMI ANNI DEL PITTORE

Il periodo più bello di tutta la difficile esistenza di Antonio Ligabue coincide proprio con le dimissioni dal manicomio di Reggio Emilia. L’anno dopo, infatti, espone per la prima volta dei suoi quadri alla Mostra Nazionale del Paesaggio Reggiano di Reggio Emilia, dove vince il Premio Banca Agricola Commerciale.

Pochi anni dopo, nel settembre del 1955, arriva la sua prima personale che si tiene a Gonzaga. Ormai il nome di Ligabue è conosciuto e i suoi lavori sono apprezzati. Vince nel 1956, con il dipinto Cavalli all’aratro, la IX edizione del Premio Suzzara, che in quell’anno annovera in giuria anche Cesare Zavattini e che vede tra i partecipanti pittori del calibro di Carlo Carrà, Emilio Vedova, Michele Cascella e Enrico Baj.

Sono anche gli anni in cui Antonio Ligabue, con i soldi ricavati dalla vendita dei suoi quadri, acquista la tanto desiderata motocicletta, una Guzzi sport 14, che però a malapena riesce a guidare, non riuscendo neppure a cambiare e viaggiando, per questo, sempre in prima con pesanti conseguenze sul motore.

Nel 1961, dal 4 al 16 febbraio, sulla scorta del successo della proiezione in molti cinema di Roma del documentario di Raffaele Andreassi, Lo specchio, la tigre e la pianura (il primo di tre documentari che il regista dedica al pittore e premiato con l’Orso d’Argento a Berlino nel 1962), di cui Ligabue è l’assoluto protagonista, viene allestita a Roma, presso la Galleria La Barcaccia, una personale, la prima romana per il pittore.

La soddisfazione per quello che è uno straordinario successo come sentenziarono i critici, è, tuttavia, di breve durata. Il 18 novembre 1962 viene colpito da emiparesi, in seguito alla quale viene ricoverato nell’ospedale di Gualtieri. Ligabue è sconvolto, la paralisi, infatti, lo ha colpito alla gamba e soprattutto al braccio destro.

Dipingere è ormai impossibile, è la fine di un sogno fatto di colori e incredibile immaginazione ma, come scrive ancora Marzio Dell’Acqua, «alla fine ha vinto lui. Ha avuto ragione il diseredato, l’emarginato, l’artista diverso».

Antonio Ligabue muore il 27 maggio 1965. Così sul pittore Vittorio Sgarbi:

«Ligabue incarna quel genio artistico che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, è in grado di inserirsi a pieno titolo nell’arte contemporanea».

Per saperne di più:

 

Leggi anche:
Van Gogh, gli ultimi giorni di una vita tra arte e disperazione