L’attentato di Via Rasella a Roma, correva l’anno 1944

L'attentato di Via Rasella

Il 23 marzo 1944 un gruppo di quattro ragazzi entra in un locale di Piazza Santi Apostoli per mangiare. È mezzogiorno e all’interno della birreria Dreher non c’è nessuno. Il pranzo viene consumato velocemente e, una volta terminato, i due giovani uomini e le due giovani donne si alzano, pagano il conto e si allontanano per dirigersi al civico 47 di Via Marco Aurelio, una strada alle spalle del Colosseo. Qui uno dei quattro, Rosario Bentivegna, studente romano in medicina di 22 anni detto ‘Paolo’, indossa gli abiti di uno spazzino, prende un carretto metallico utilizzato per la raccolta dei rifiuti e si dirige verso Largo del Tritone. Destinazione Via Rasella.

ATTENTATO DI VIA RASELLA

Tre protagonisti dell'attentato di Via Rasella: da sinistra R. Bentivegna, C. Capponi e F. Calamandrei

Tre protagonisti dell’attentato di Via Rasella: da sinistra Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Franco Calamandrei

La sera prima il giovane fisico Giulio Cortini e sua moglie Laura Garroni hanno allestito l’ordigno. Dentro una cassetta d’acciaio hanno collocato dodici chili di tritolo e all’interno di un sacco di canapa hanno riposto altri sei chili di esplosivo insieme a pezzi metallici. La bomba è collocata all’interno di uno dei due cilindri utilizzati per la raccolta dei rifiuti, nell’altro sono stati riposti sacchi pieni di immondizia. Il carretto è pesante e Rosario Bentivegna deve arrivare sul luogo dell’attentato prima delle ore 14, ora in cui quotidianamente passano i militi tedeschi. Via Rasella è stata scelta perché è una strada stretta ed in salita, adatta per portare l’attacco ai soldati. Il giovane gappista fatica a spingere il carretto su Via delle Tre Cannelle e su Via IV Novembre. “Avvicinandomi al Quirinale, mi rivolsero la parola due spazzini veri. ‘Hey, cosa fai qui?’ mi chiese uno di loro. […] Dai facci vedere. Tira fuori il  prosciutto” [1]. I netturbini lo hanno scambiato per un uomo dedito al mercato nero. Rosario si preoccupa, gli spazzini si avvicinano ad uno dei coperchi e lo sollevano. L’uomo li sgrida e questi si allontanano. Prosegue il cammino e, dopo la salita, fatica a percorrere la discesa che dal Quirinale conduce, attraverso Via delle Quattro Fontane, a Via del Tritone. Sudato ed affaticato, Rosario Bentivegna accosta il carretto al civico 155 di Via Rasella, davanti a Palazzo Tittoni, sulla strada. Si ferma ed aspetta. La sua ragazza, Carla Capponi di 25 anni, detta ‘Elena’, si apposta a largo del Tritone davanti al palazzo del quotidiano Il Messaggero. Anche lei attende con un impermeabile in mano, cercando di non destare sospetti. “All’ingresso del Messaggero stavano due poliziotti in borghese […]. Mi fermai a guardare la bacheca dove il giornale era esposto sotto vetro e lessi con stupore che a Napoli c’era l’eruzione del Vesuvio: la vita che conducevamo ci aveva isolato al punto che tutto il resto sfuggiva alla nostra attenzione” [2].

I soldati del Bozen sono in ritardo rispetto all’orario consueto. Gli agenti in borghese notano la ragazza, si insospettiscono e le chiedono se stia aspettando qualcuno e perché abbia un impermeabile da uomo in mano. La giovane ricorda: “Risposi che ci avevo tolto una macchia e lo stavo riportando al mio ragazzo […]. Girai in Via Quattro Fontane e diedi un’occhiata giù per Via Rasella […]Vidi Paolo in mezzo alla strada che spazzava in modo così goffo da essere sicura che qualcuno lo avrebbe notato” [3]. Rosario Bentivegna la vede e pensa che sia giunta l’ora. Accende la pipa ed aspetta il segnale ma questo non arriva. Carla rimane accanto al cancello di Palazzo Barberini ed i due agenti la raggiungono chiedendole perché sia ancora lì. La giovane vede un’anziana signora di sua conoscenza e la saluta calorosamente. Subito dopo si accorge che Guglielmo si avvicina a Paolo dicendogli di tenersi pronto.

Retata di fronte a Palazzo Barberini, da parte di truppe tedesche, dopo l'attentato di Via Rasella

Retata di fronte a Palazzo Barberini, da parte di truppe tedesche, dopo l’attentato di Via Rasella

La truppa di Tedeschi, di ritorno dall’esercitazione al poligono di tiro di Tor di Quinto, gira l’angolo e sale verso Via Rasella, intonando una canzone in tedesco: Hupf, mein mädel. I soldati passano accanto a Cola, Franco Calamandrei, che fa il gesto convenuto: si toglie il berretto. Paolo avvicina la pipa alla miccia e la accende, chiudendo il coperchio del bidone. Sa che ha cinquanta secondi per allontanarsi prima dello scoppio. Il portiere di Palazzo Tittoni esce proprio in quell’istante per guardare passare i soldati. Paolo gli urla di andarsene e ripete la stessa frase a degli operai che stanno lavorando lì vicino. Gli altri partigiani si trovano dislocati nelle vicinanze ed aspettano la deflagrazione per poi passare alla seconda fase dell’attacco: lanciare le loro bombe Brixia.

“Sentivo i tedeschi avanzare. Il loro passo si faceva sempre più vicino, le loro voci si facevano sempre più alte […]. Raggiunsi Carla e quasi contemporaneamente mi infilai l’impermeabile per coprire il mio camiciotto da spazzino[…]. Il boato dell’esplosione, enorme, squassò il centro della città” [4] – questo racconta il giovane partigiano vestito da netturbino.

VIA RASELLA, IL MOMENTO DELL’ESPLOSIONE

L’undicesima Compagnia del terzo Battaglione del reggimento Bozen, costituito da giovani altoatesini, è investito in pieno dalla deflagrazione. I vetri dei palazzi vanno in frantumi, finestre e porte vengono squassate dalla forza d’urto. Sono le 15.52 e ventisei soldati del reggimento muoiono sul colpo. Mentre i militi ancora devono comprendere cosa sia accaduto, gli altri gappisti lanciano le bombe Brixia e subito dopo comincia uno scontro a fuoco tra i Tedeschi ed i partigiani. I soldati sopravvissuti, in testa alla colonna, sparano raffiche di mitra. Si sentono colpi ed esplosioni lungo Via Rasella. I partigiani rispondono al fuoco e poi si allontanano rapidamente dalla via, scomparendo dalla scena dell’attentato. Lo stesso Bentivegna indossa velocemente un soprabito che Carla Capponi ha portato con sé per camuffarlo e coprirgli la fuga.

Via Rasella oggi. Ancora visibili i fori sui muri delle abitazioni

Via Rasella oggi. Ancora visibili i fori sui muri delle abitazioni

Il carretto dell’immondizia si è dissolto con la deflagrazione, intorno solo devastazione. Per terra si trovano morti e feriti. Un cratere si è aperto su Via Rasella e dal muro di un palazzo comincia a sgorgare dell’acqua che, mescolandosi col sangue delle persone colpite, corre verso il fondo della strada. In pochi minuti la notizia giunge alle alte gerarchie fasciste e tedesche presenti a Roma. Il questore Caruso ed il generale Mälzer accorrono repentinamente sul luogo dell’attentato e l’ufficiale tedesco ordina ai suoi uomini di rastrellare tutti gli abitanti di Via Rasella. Residenti e passanti vengono allineati davanti all’entrata di palazzo Barberini. Sono tutti con le mani dietro la nuca. Gli uomini da una parte, le donne ed i bambini dall’altra. Il generale Mälzer è furente ed ha deciso di far saltare in aria tutte le palazzine del quartiere. Arrivano i genieri tedeschi che iniziano a scaricare casse di esplosivo. A calmarlo ci pensa Kappler che prende in mano la situazione, fa allontanare Mälzer e conduce un rapido sopralluogo per accertare le responsabilità. Vengono perlustrate tutte le case ma vengono trovate soltanto una bandiera rossa ed una bomba inesplosa. Le duecento persone allineate lungo i cancelli di palazzo Barberini vengono condotte presso gli uffici di polizia; la maggior parte di loro sarà rilasciata di lì a poche ore.

LA RAPPRESAGLIA TEDESCA: L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

A Roma comincia a serpeggiare sin da subito la parola rappresaglia. Hitler, informato dell’accaduto, si trova nel suo quartier generale della Tana del Lupo e, fuori di sé, dà l’ordine di uccidere cinquanta italiani per ogni soldato tedesco morto, cifra che poi scende a dieci. L’esecuzione deve avvenire entro ventiquattro ore. Intanto i soldati tedeschi deceduti aumentano di numero, arrivando a trentatré. Ma tra le persone morte si contano anche sei civili: quattro uccisi dai colpi di arma da fuoco esplosi dai Tedeschi subito dopo l’attentato e due deceduti in seguito alla deflagrazione della bomba. Tra questi ultimi c’è un bambino di soli dodici anni, di nome Pietro Zuccheretti, che si trovava a passare sulla via proprio mentre la bomba esplodeva. Il giorno dopo l’attentato, il 24 marzo 1944, si compie la vendetta tedesca: avviene l’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui vengono uccisi 335 persone scelte tra detenuti, ebrei, militari e prigionieri politici.

 

[1] Katz R. –  Roma città aperta, Il Saggiatore 2009

[2] Capponi C. – Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Il Saggiatore 2009

[3] Katz R. – Roma città aperta, Il Saggiatore 2009

[4] Majanlahti A., Osti Guerrazzi A. – Roma occupata, 1943-1944: itinerari, storie, immagini, Il Saggiatore 2010

 

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