A Roma non sono pochi quei quartieri che prendono il loro nome da quello di una chiesa. È il caso del quartiere di San Giovanni, di quello di San Paolo, di quello di San Lorenzo o di San Saba. Sulla via Tuscolana, a pochi chilometri dai celebri studi di Cinecittà, esiste un altro quartiere romano che prende il nome da una chiesa: è quello di Don Bosco,  senza san o altri orpelli, semplicemente don, come quel prete torinese si era fatto sempre chiamare dai suoi amati ragazzi. Questa è la storia della chiesa di San Giovanni Bosco e di un quartiere che intorno a quell’edificio è nato e cresciuto e che da sempre si identifica con la bianca basilica romana.

CHIESA DI DON BOSCO A ROMA: STORIA DELLA SUA EDIFICAZIONE

I lavori di edificazione della Basilica di Don Bosco a Roma

I lavori di edificazione della Basilica di Don Bosco a Roma

La storia di questa chiesa, affonda le sue radici, in anni in cui il futuro quartiere di Don Bosco era sole sul tetto di palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone. Strade polverose, casupole e baracche a due passi da Cinecittà, da quello scrigno di desideri, nato nel 1937, dove i sogni avevano il volto di un grande attore e si realizzavano nell’attimo di una comparsata.

Situato nel quadrante est di Roma, fra la via Tuscolana a sud e la via Casilina a nord, il futuro quartiere di Don Bosco era stato già concepito nel piano regolatore del 1931. Poi, per vari motivi, non se ne fece nulla e la polvere continuò per alcuni anni a ricoprire strade sterrate che marginavano i contorni di mille pellicole.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale i salesiani decisero che in quell’ampia area dove i campi incolti erano spazzati dal vento, dovesse sorgere una grande chiesa in onore di San Giovanni Bosco. A Roma quest’ordine religioso aveva già fatto costruire più di una chiesa, ma nessuna dedicata al loro fondatore.

La Cupola della Chiesa di Don Bosco

La Cupola della Chiesa di Don Bosco

La Pontificia Commissione d’Arte Sacra indisse, così, un concorso, a cui parteciparono ben 102 concorrenti, che fu vinto dall’architetto Gaetano Rapisardi. Questi, dopo essersi laureato in architettura a Firenze prima dello scoppio della Prima Guerra mondiale, era diventato docente a Roma e qui aveva conosciuto il grande architetto Gino Coppedè, di cui sposò la figlia e Marcello Piacentini con cui collaborò per la realizzazione della Città universitaria di Roma. A lui si devono gli edifici delle facoltà di Lettere e di Giurisprudenza, posti ai lati del Rettorato che si staglia imponente davanti alla statua di Minerva.

Lo stile che Rapisardi scelse per la futura Don Bosco traeva origine da quel razionalismo e monumentalismo che era nato negli anni Trenta del secolo scorso e che aveva caratterizzato alcune realtà di Roma, come il quartiere del’Eur.

La prima pietra della futura basilica fu posta il 12 settembre 1952. A collocarla fu l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, fra centinaia di romani che sotto un caldo sole di fine estate guardavano incuriositi quei gesti lenti e solenni. I lavori presero ufficialmente avvio l’anno seguente e si protrassero per sette anni.

COSA VEDERE NEL QUARTIERE DI DON BOSCO A ROMA

Il 2 maggio 1959 la basilica di San Giovanni Bosco veniva solennemente consacrata dal cardinal Aloisi Masella. Bianca e possente si stagliava in un grande e solitario spazio, che si apriva davanti all’ampio sacrato, che occhieggiava a palazzi in costruzione e alberi ancora incapaci di svettare.

Il giorno dopo, in quello che solo nel 1977 diventerà il futuro quartiere di Don Bosco, arrivò persino il papa. Giovanni XXIII si recò nella nuova chiesa per pregare davanti alle spoglie di Don Bosco, giunte per l’occasione direttamente da Torino. Fu un tripudio di folla che si riversò in quella che non era ancora una vera e propria piazza. Bambini sulle spalle di ossuti papà, mamme con le borse della spesa, anziani con i cappelli ben piantati sulle teste e vecchiette chiuse nei loro veli neri, tutti accorsi per vedere il papa buono e la loro nuova, bellissima chiesa.

Oggi come allora la basilica di Don Bosco è il fulcro di tutto il quartiere. Con la sua sagoma squadrata e ben riconoscibile, la grande cupola, di poco inferiore a quella di San Pietro e quella più piccola con i due campanili ai lati; ma anche l’ampia facciata con nel mezzo l’alto rilievo marmoreo realizzato da Arturo Dazzi e raffigurante L’apoteosi di Don Bosco e i cinque portali bronzei che precedono il lungo portico.

L'interno della Chiesa di Don Bosco a Roma

L’interno della Chiesa di Don Bosco a Roma

Se maestoso è l’esterno, decisamente suggestivo è l’interno a cui si accede dalla porta centrale, caratterizzata non solo dal motto caro a Don Bosco, da mihi animas coetera tolle (dammi le anime, prenditi il resto) scolpito sulla piattabanda, ma anche dai quattro grandi pannelli decorativi, raffiguranti momenti della vita del santo torinese e dai simboli dei quattro evangelisti.

A colpire, dell’ampio e luminoso interno, è la dominanza del marmo policromo, che riveste non solo il pavimento, ma anche i dodici pilastri che suddividono l’area in tre navate di cui, quella centrale, è ovviamente la più larga.

Impossibile non notare le due grandi cupole, di cui la più piccola sovrasta il presbiterio. Entrambe sono caratterizzate dalla fascia circolare totalmente mosaicata e sormontate da una serie di pregiate vetrate, realizzate da diversi artisti, che descrivono scene dell’Antico e Nuovo Testamento.

Ma l’occhio del fedele e del visitatore, in quella vastità, non può non essere attratto dal grande mosaico che si incarna sulla parete di fondo e che è marginato da due marmoree quinte di bassorilievi, realizzate dall’artista Alessandro Monteleone, raffiguranti, scene della vita di Don Bosco.

Il mosaico, che ha una superficie di 100 mq, è opera dell’artista napoletano Giovanni Brancaccio che, in precedenza, aveva già realizzato grandi mosaici come quelli del Palazzo delle Poste di Milano e della Chiesa Universitaria di Roma.

Si tratta di un’opera straordinaria, composta da 15 milioni di tessere che riproducono il tema della Gloria di San Giovanni Bosco. Il prete, nativo di Castelnuovo d’Asti, è collocato al centro della scena con indosso i paramenti sacerdotali in una mandorla di colore, sovrastato da Maria e contornato da tutta una serie di personaggi legati alla vita del santo, tra cui don Michele Rua e San Domenico Savio.

Ma la basilica non è, ovviamente, solo il grande mosaico dell’altare maggiore ma anche un’infinità di altre opere d’arte, tra cui gli oli di Marcello Avenali, Tommaso Bertolino, Lorenzo Gigotti, Emilio Notte o Baccio Bacci.

Colpiscono anche le bellissime formelle della Via crucis collocate sui pilastri che suddividono armoniosamente la grande pianta della chiesa. I pannelli in bronzo sono opera dello sculture Venanzio Crocetti, a cui si deve anche la realizzazione del Crocifisso nell’omonima cappella. Anni dopo lo scultore realizzerà in San Pietro la bellissima Porta dei Sacramenti.

Don Bosco è dunque uno scrigno di arte moderna, un luogo che domina l’ampia e omonima piazza, contornata dagli alti e possenti bianchi palazzi anch’essi progettati dall’architetto Rapisarda.

Alla storia della costruzione della basilica di San Giovanni Bosco è legata una vulgata popolare. Seconda questa, la chiesa avrebbe dovuto aprirsi non sull’attuale piazza, totalmente ridisegnata sul finire degli anni Ottanta, ma su quella opposta, l’attuale piazza dei Decenviri. Da questa posizione si sarebbe potuto completamente ammirare, la particolare architettura dell’edificio religioso, con la cupola più piccola, con ai lati i due alti campanili, e solo dietro la cupola maggiore. Particolari che si perdono del tutto dall’attuale prospettiva da piazza San Giovanni Bosco.

In sostanza, l’attuale facciata, altro non sarebbe stata che quella di fondo, mentre la presente controfacciata, quella di ingresso. Il motivo di questa anomalia sarebbe legata, sempre a detta di questa vox populi, alla decisione dell’allora amministrazione comunale di spostare in corso d’opera la realizzazione della piazza da quella originaria a quella attuale. Verità, leggenda? Chi può dirlo, di certo qualche indizio torna, ma alla fine cambia davvero poco.

Rimane la bellezza della chiesa, il suo riconoscersi anche a notevole distanza, la sua assoluta centralità nella vita del quartiere.

Le foto qui riprodotte provengono dall’archivio della chiesa di San Giovanni Bosco.

 

 

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