San Paolo fuori le mura è una delle quattro chiese papali nonché una delle sette chiese giubilari. Un luogo caro ai romani, più volte riedificato nel corso della sua millenaria storia che, però, ricostruzioni a parte, non ha mai perso la sua centralità nella cristianità e nella storia di Roma.

Questo è il racconto di una splendida chiesa che come l’araba fenice è stata capace di risorgere dalle sue stesse ceneri.

LA COSTRUZIONE DI SAN PAOLO FUORI LE MURA SULLA VIA OSTIENSE

Sulla via Ostiense, la grande arteria che unisce Roma al mare costeggiando il Tevere, circa due chilometri dopo le Mura Aureliane, da qui il suo toponimo, sorge, San Paolo fuori le mura, dopo San Pietro, la più grande chiesa romana.

La storia di questo edificio religioso è decisamente lunga e complessa e ha inizio poco tempo dopo la morte dell’apostolo Paolo, avvenuta tra il 64 e il 67 d.C., nel corso delle persecuzioni contro i cristiani condotte dall’imperatore Nerone.

Il corpo di San Paolo (che secondo la tradizione viene martirizzato lungo la via Laurentina, nella località in seguito nota come le Tre Fontane, dalla miracolosa comparsa di tre fonti a seguito del triplo rimbalzo della testa dell’apostolo dopo la sua decapitazione) è seppellito al secondo miglio della via Ostiense, in un’area già adibita a necropoli e di proprietà della matrona cristiana Licinia.

Come arrivare a San Paolo Fuori le Mura

La Basilica di San Paolo Fuori le Mura

Sul luogo dell’inumazione di San Paolo, resa possibile in un cimitero romano proprio per la cittadinanza romana di cui godeva l’apostolo, viene edificata una cella memoriae o tropaeum, fin da subito, meta di pellegrinaggi ad opera dei primi cristiani.

Una delle prime testimonianze della tomba di San Paolo, caratterizzata da una lastra in marmo recante la semplice scritta PAULO APOSTOLO MART e collocata su un sarcofago, è data dal presbitero Gaio, vissuto tra il II e il III secolo d.C. Ecco come il religioso descrive all’amico Proclus, le tombe di San Pietro e di San Paolo: «Posso mostrarti i trofei (monumenti funerei) degli Apostoli. Sia che tu vada in Vaticano che sulla strada per Ostia, troverai i trofei di coloro che hanno fondato la Chiesa romana.»

DALLA BASILICA DI COSTANTINO A QUELLA DEI TRE IMPERATORI

Con l’avvento sul trono di Costantino la condizione dei cristiani migliora sensibilmente. Gli adepti di questo nuovo culto traggono non poco beneficio dagli editti promulgati dal nuovo imperatore, specie dall’Editto di Milano del 313, che garantiscono l’agognata tolleranza religiosa.

La maggiore libertà determina una crescita esponenziale dei pellegrinaggi sulla tomba del santo e la necessità di costruire un luogo più adatto ad accogliere i tanti fedeli.

Per questo il 18 novembre del 324, per volere di Costantino, viene consacrata una piccola basilica da papa Silvestro, il pontefice divenuto famoso anche per la Donazione di Costantino, un atto, rilevatosi poi un falso, che segnerà, tuttavia, le fortune della futura Chiesa cattolica.

Ma quell’edificio si rivela ben presto del tutto inadeguato, per questo, l’imperatore Valentiniano II decide di ricostruire una nuova basilica che, in seguito, sarà ampliata da due altri imperatori: Teodosio e Arcadio.

Nel 390 papa Siricio, passato alla storia anche per aver imposto il celibato ecclesiastico, un tema sul quale nessun precedente pontefice si era mai chiaramente pronunciato, consacra la nuova San Paolo fuori le mura, la cui costruzione termina nel 395, sotto l’imperatore Onorio, come indicato sull’arco trionfale che papa Leone fece rivestire con splendidi mosaici.

DALLE INVASIONI BARBARICHE ALLA NASCITA DI GIOVANNIPOLI

Caduto l’impero romano la basilica di San Paolo, come tutta la città di Roma, subisce le ripetute e rovinose invasioni barbariche che minacciano l’integrità della tomba dell’apostolo.

In questi secoli, più volte, San Paolo fuori le mura viene restaurata come nel V secolo, quando papa Leone Magno fa ricostruire il tetto distrutto da un terribile incendio o quando, un secolo dopo, il pontefice Simmaco ristruttura l’abside e realizza gli habitacula, dei ricoveri destinati ai pellegrini più poveri.

A papa Gregorio II, nel corso del VIII secolo, si deve, invece, l’ingresso in pianta stabile dei monaci benedettini all’interno della chiesa, una presenza che si salderà in seguito, al punto da diventare una prerogativa della basilica romana.

Ma una nuova minaccia si profila all’orizzonte per San Paolo fuori le mura.

È il 29 aprile dell’801 quando un terremoto provoca seri danni per la chiesa. Così si legge nel Liber Pontificalis dedicato a papa Leone III:

«A causa dei nostri peccati, avvenne improvvisamente un terremoto, la chiesa di S. Paolo Apostolo fu scossa dal terremoto e i suoi tetti crollarono. Il grande ed illustre pontefice vedendo ciò ebbe grande dolore e prese a lamentarsi sia per le suppellettili d’argento, sia per le altre suppellettili che nella chiesa andarono distrutte o rovinate.»

Un sisma molto intenso, il cui epicentro si origina a Spoleto, irradiandosi, però, in buona parte dell’Italia centrale.

Chiesa di San Paolo fuori le Mura

San Paolo fuori le Mura

Negli anni a venire la basilica è oggetto di complessi lavori di restauro e abbellimento che interessano, in special modo, il presbiterio, gli interni e il portico, tutte aree arricchite dall’utilizzo di marmi pregiati.

Ma il terremoto non è il solo nemico della basilica. Al sisma si aggiunge alcuni anni dopo la minaccia lanciata dalle scorribande saracene che interessarono Roma nell’830 e, principalmente, nell’846.

Nella notte, infatti, fra il 24 e il 25 agosto, i pirati, dopo essere sbarcati a Ostia antica, muovono alla volta della Città eterna. Gli effetti di questa seconda incursione, molto più violenta rispetto a quella dell’830, sono devastanti. La bramosia saracena provoca razzie ovunque, specie nelle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le mura, sottoposte a un vero e proprio saccheggio che interessa, in particolare, gli arredi sacri.

Ecco come Harun ibn Yahya, un cronista arabo dell’epoca, descrive quelle ruberie operate in San Pietro:

«Nella chiesa ci sono mille ventilatori d’oro (…) incrostati di perle e rubini, con manici d’oro, e seicento croci d’oro, ognuna con una perla al centro (…). Inoltre, milleduecento calici d’oro incrostati di gemme (…). Ci sono tremiladuecento diaconi e preti, ognuno rivestito di broccato bianco (…) con le dalmatiche intessute d’oro e di perle.»

La reazione all’invasione saracena e alla desolazione conseguente è, tuttavia, immediata e decisamente efficace.

A difesa di San Pietro sono erette le Mura Leonine, una cinta muraria di circa 5 chilometri con ben 44 torri, mentre a protezione di San Paolo è creata la cosiddetta Giovannipoli.

È papa Giovanni VIII a far costruire, tra l’872 e l’882, una vera e propria cittadella fortificata intorno alla basilica paolina, geniale soluzione per difendere la chiesa che per la vicinanza al Tevere e la collocazione fuori dalle Mura Aureliane, risulta un luogo vulnerabile.

Giovannipoli, il cui toponimo riecheggia nel popolare quartiere della Garbatella, dando il nome a una via che unisce Largo della Sette Chiese col Viale Leonardo da Vinci, è una vera e propria fortificazione eretta tutta intorno alla basilica paolina, con un unico accesso, quell’invitta «porta che tiene lontano i reprobi e accoglie i giusti» come si legge in una epigrafe marmorea, oggi conservata nel museo della chiesa.

Per diversi secoli Giovannipoli assolve perfettamente al suo scopo, tanto da essere utilizzata anche dal re germanico Lotario II, sceso in Italia nel 1133 con il suo esercito per farsi incoronare imperatore.

Sul finire del XIV secolo la cittadella conosce, tuttavia, un lento e inesorabile declino, spalancando le porte dell’oblio.

L’INCENDIO DEL 1823 E LA RINASCITA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA

Il 15 luglio 1823 è una di quelle date indimenticabili per la chiesa paolina. Sono da poco passate le quattro di notte, quando da alcune impalcature sistemate a ridosso delle grondaie della navata centrale della basilica si sprigionano alcune fiamme che in poco tempo divampano rapidamente.

La causa dell’incendio, che in breve devasta buona parte dell’edificio, è da ricercare, molto probabilmente, nella sbadataggine di un operaio che non aveva spento un fuoco acceso per farsi luce.

Ecco come un giornale del tempo riporta l’indomani la notizia:

«Per una fatalissima disgrazia derivata, per quanto apparisce, dal fatto di alcuni stagnari, i quali nel far jeri diversi lavori sul tetto della Basilica di S. Paolo fuori le mura lasciarono cadere de’ carboni accesi da una padella, si è nella scorsa notte appiccato il fuoco al soffitto della detta Basilica.»

Nella chiesa da qualche tempo, infatti, fervono dei lavori di restauro che interessano, in particolare, il tetto segnato da rovinose infiltrazioni.

Le fiamme, alimentate anche dalla calda brezza estiva, si propagano rapidamente.

Ad accorgersi dell’incendio non sono i monaci bensì l’allevatore Giuseppe Perna che dà subito l’allarme, ma l’intervento dei vigili del fuoco non è dei più celeri.

Quando i pompieri, guidati dal marchese Origo, giungono sul posto dalla caserma di Sant’Ignazio, lo spettacolo che si para davanti è sconvolgente. Della basilica paolina, che nel corso dei secoli passati si era impreziosita di opere quali il grande mosaico dell’abside, il baldacchino gotico di Arnolfo di Cambio o gli affreschi di Pietro Cavallini, rimane ben poco.

A salvarsi sono il transetto, l’antico chiostro, l’arco trionfale e il candelabro monumentale di Nicola D’Angelo e Pietro Vassalletto. Tutto intorno solo fumanti ceneri, drammatica testimonianza di quel disastroso incendio.

Così lo scrittore Stendhal, nel suo Passeggiate romane descrisse quella tragedia:

«Io visitai S. Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano ad ogni istante di cadere. I romani costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. Era uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto.»

La notizia di quel disastro non viene data a papa Pio VII. Il pontefice, infatti, non versa in buone condizioni di salute, è allettato a causa di una brutta caduta che gli ha fratturato il femore e i suoi più stretti collaboratori non vogliono angustiarlo ulteriormente, visto che a quella chiesa, da buon benedettino, Pio VII è molto legato, avendoci trascorso molti anni.

Sarà il suo successore, Leone XII, a occuparsi della sua riedificazione.

Il 25 gennaio 1825 il pontefice, con il precipuo intento di raccogliere i fondi necessari per la ricostruzione della basilica, promulga l’enciclica Ad plurimas. Poco tempo dopo, il 26 marzo, istituisce una speciale commissione, presieduta dal Segretario di Stato, a cui spetterà il compito, sentita l’Accademia di San Luca e il Chirografo papale, di organizzare i complessi lavori.

Il cantiere messo in piedi, il più grande della Roma ottocentesca, è davvero imponente. La linea da seguire è una sola, quella di ricostruire la basilica esattamente come era, cercando di recuperare tutto ciò risparmiato dalla furia devastatrice del fuoco.

 

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Da ogni parte del mondo arrivano non solo soldi ma anche preziosi materiali. Lo zar Nicola I, ad esempio, dona blocchi di malachite e di lapislazzuli, utilizzati per la realizzazione degli altari laterali del transetto; dall’Egitto, invece, giunge l’alabastro con cui si realizzano le finestre e le numerose colonne.

Il 10 dicembre 1854 papa Pio IX, alla presenza di un gran numero di Cardinali e di Vescovi giunti a Roma da tutto il mondo per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione, consacra San Paolo fuori le mura.

Si tratta di una cerimonia pomposa, adeguata alla solennità dell’evento anche se, invero, i lavori di ricostruzione di San Paolo fuori le mura non sono del tutto completati.

Solamente nel 1928, alla vigilia della firma dei Patti lateranensi, l’improba impresa, cominciata negli anni Venti dell’Ottocento, si può considerare davvero conclusa.

La basilica paolina, come la mitica fenice, è rinata dalle sue stesse ceneri.

SAN PAOLO FUORI LE MURA FRA PROFEZIE NEFASTE E ALTRE STORIE MISTERIOSE

Alla chiesa di San Paolo fuori le mura sono legate curiose storie, da sempre tramandate nel popolo romano.

La prima di queste riguarda i medaglioni che contengono i ritratti di tutti i pontefici dal primo, San Pietro, fino all’attuale papa Francesco.

Il medaglione raffigurante Papa Francesco nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura

Il medaglione raffigurante Papa Francesco nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura

Si tratta di una teoria di tondi mosaici su sfondo dorato che decorano lo spazio sovrastante gli archi delle navate della basilica, realizzati a partire dal 1847, sulla base di una preesistente idea risalente a papa Leone Magno, a imitazione degli antichi clipei romani.

Secondo un’inveterata legenda, legata a Malachia O’Morgair, vescovo benedettino di Armagh, in Irlanda, quando non ci sarà più spazio per aggiungere altri tondi la fine della Chiesa sarà vicina, preceduta dallo squillante suono delle trombe dell’apocalisse.

Ai medaglioni musivi è legata un’altra affascinante leggenda. Si narra che al posto degli occhi del ritratto di San Lino, il secondo pontefice della Chiesa, ci siano dei diamanti che a seconda della posizione di chi guarda e della luce del momento, emettono dei bagliori accecanti. Un mistero, tuttavia, spiegabile dalle maggiori dimensioni delle tessere del mosaico, appositamente usate per creare singolari effetti di luce.

Infine, un’ultima curiosità legata alla chiesa dedicata al santo di Tarso, raccontata dallo scrittore Willy Pocino:

«Si usa dire a Roma “il diavolo e l’acqua santa” per indicare due cose completamente opposte; ma nessuno immagina di trovarne la raffigurazione addirittura in una chiesa. Nella basilica di S. Paolo, infatti, all’ingresso della cappella dedicata a S. Benedetto (a destra del transetto) si trova un’acquasantiera del secolo scorso nella quale è raffigurato il demonio messo in fuga da un bambino col semplice gesto di intingere la mano nell’acqua benedetta.»

Ringraziamo Fabio Lauretti per le foto.

Per approfondire:

 

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