Bonn è stata la città natale ma sarà Vienna ad adottarlo, a coccolarlo, assistendo orgogliosa all’affermazione definitiva di uno dei più grandi musicisti di sempre: Ludwig van Beethoven.

Questa è la storia di Beethoven a Vienna, di un rapporto simbiotico fra la capitale austriaca e il compositore tedesco, un connubio perfetto fatto di luoghi, oggetti, episodi o semplici percezioni.

BEETHOVEN A VIENNA, LA SUA CITTÀ ADOTTIVA

La prima volta in cui Ludwig van Beethoven mette piede a Vienna è nel 1787, all’età di diciassette anni. Si reca nella capitale austriaca, all’epoca una sorta di Wall Street della musica, per prendere lezioni dal più grande di tutti: Wolfgang Amadeus Mozart.

Ma il soggiorno, per colui che è considerato un talento musicale (a nove anni era già in grado di suonare l’organo, il pianoforte e il violino), è brevissimo, appena tre mesi, non sufficienti, purtroppo, per conoscere Mozart, all’epoca padrone incontrastato della scena musicale viennese e non solo, ma anche altri autorevoli musicisti.

Vienna, in quel periodo, è la capitale della musica. La presenza di una corte come quella degli Asburgo, unita a quella di numerosi e influenti famiglie aristocratiche, fa della città austriaca il luogo ideale dove ogni musicista desidera vivere, lavorare, affermarsi.

Ma la morte della madre costringe il giovane Ludwig a fare in fretta le valigie e tornare a Bonn, dove era nato il 17 dicembre 1770, al civico 20 di Bonngasse.

Ma si tratta solo di un arrivederci, visto che Vienna tornerà prepotentemente nella sua vita e in modo definitivo.

Ludwig Van Beethoven

Monumento dedicato a Ludwig Van Beethoven

Cinque anni dopo, nel novembre 1792, Ludwig ritrova Vienna. Mozart, nel frattempo, è morto, ma la capitale austriaca non ha perso quel particolare appeal che la rende unica nel panorama musicale.

Alla base del ritorno di Beethoven a Vienna c’è l’invito di un altro grandissimo musicista: Joseph Haydn. Questi, mesi prima, era stato a Bonn e, dopo aver conosciuto Beethoven, gli aveva proposto  di seguirlo a Vienna.

Ludwig non ci pensa due volte, complice anche la morte del padre, lascia la Germania per iniziare una nuova esperienza, nella città che aveva consacrato Mozart e Haydn, a proposito dei quali in seguito dirà:

«Ho ricevuto lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn.»

Vienna affascina Beethoven. La trova bella, elegante, grandissima anche se non ama troppo quel carattere aristocratico e, ancor di più, l’intensa vita mondana viennese.

Si esibisce a corte e nei salotti degli uomini più in vista della città ma lo fa spesso controvoglia. Lui con le crinoline, le parrucche, i simboli di un Ancien Régime che a Vienna ancora resiste, ha poco a che spartire.

Se potesse suonerebbe a Parigi, la capitale della Rivoluzione francese e in seguito di Napoleone. Quell’uomo piccolo, ma solo di statura, lo entusiasma oltremodo, al punto da dedicargli, salvo poi pentirsene, una della sue più belle sinfonie: L’eroica, «il brano ideale per festeggiare – come scriverà lo stesso musicista – il sovvenire di un grande uomo».

Nel 1809 Beethoven è sul punto di lasciare Vienna. Girolamo Bonaparte, uno dei fratelli di Napoleone, divenuto nel frattempo re di Vestfalia, gli propone un’offerta di lavoro molto allettante. Ludwig ci pensa su ma poi declina, decidendo di rimanere a Vienna anche se il rapporto con la città è decisamente mutato.

Complice l’acuirsi del disturbo all’udito, che lo affligge da anni, Beethoven, a partire dal 1805, pur vivendo stabilmente a Vienna, inizia a condurre una vita piuttosto ritirata. Gli anni delle grandi esibizioni, quando la capitale austriaca applaudiva le sinfonie di Beethoven, sono echi lontani.

Il compositore preferisce, con rare eccezioni come nel caso della prima esecuzione della Nona e della Missa solemnis, esibirsi per poche persone, rimanendo lontano dal clamore e dalla mondanità.

Nel 1812, però, si lascia convincere a sottoporsi al calco in gesso del volto. Non è una esperienza che il compositore ricorderà felicemente, costretto a sopportare per diverse ore la presenza sul tutto il viso, esclusi occhi e narici, di una fastidiosissima pasta, necessaria per fissare il calco del volto.

Il 26 marzo 1827, a causa di un’insufficienza epatica originata dalla cirrosi epatica, Beethoven muore.

Per Vienna, che ha amato quel suo figlio adottivo, si tratta di un dolore incommensurabile, tanto che viene dichiarato il lutto cittadino.

Così lo scrittore e drammaturgo austriaco Franz Grillparzer, al cospetto di una folla assiepata, come poche altre volte, davanti alla Schwarzspanierhaus, l’ultima casa del musicista, si esprime in memoria di Beethoven, morto tre giorni prima: 

«L’ultimo grande Maestro, lo splendido portavoce dell’arte dei suoni, colui che ereditò e dilatò la fama immortale di Hendel e di Bach, di Mozart e di Haydn, ha concluso la sua esistenza, e noi, piangendo, siamo qui accanto alle corde spezzate dello strumento che ora tace.»

VIENNA: TRA I LUOGHI CARI A BEETHOVEN

Il rapporto fra la città austriaca e Beethoven è durato ben trentacinque anni, segnato da una miriade di luoghi che rappresentano la trama di uno straordinario e affascinante ordito.

La prima tappa di questo suggestivo percorso è costituita dalla Casa Pasqualati, l’abitazione di Johann Baptist Freiherr von Pasqualati sul Mölkerbastei, mecenate di molti artisti, tra cui, ovviamente, il nostro Beethoven.

In quella grande casa, dove il musicista, seppur per periodi alterni, visse ben otto anni, vide la luce, tra le altre composizioni anche l’opera lirica Leonore, in seguito ribattezzata, contro la sua volontà, Fidelio.

Tra i tanti oggetti conservati in questa aristocratica dimora, oggi museo, c’è anche quella famosa maschera funebre che tanto irritò il compositore.

Un altro imprescindibile luogo in questo percorso beethoveniano è composto da un altro appartamento (Beethoven abitò in ben venti case), quello situato nel quartiere di Heiligenstadt, allora un sobborgo rurale, oggi perfettamente integrato nel tessuto urbano della capitale austriaca.

In quella casa Beethoven trascorse gran parte della sua vita, affascinato dalla tranquillità di quel posto.

Qui, all’età di 32 anni, il 6 ottobre 1802, Beethoven, in preda a uno stato d’animo di profondo sconforto, scrisse il cosiddetto Testamento di Heiligenstadt, una lettera, mai spedita, destinata ai fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann. Nella missiva, che venne ritrovata qualche giorno dopo la morte del musicista nel cassetto di una credenza, Beethoven sottolineava, con evidente angoscia, il suo malessere psichico per gli effetti sempre più nefasti della sordità, anticipando la decisione di isolarsi da tutti e tutto.

A proprosito della sordità questo scrisse nel testamento:

«Come può un senso così importante venire meno proprio a me?»

Beethoven superò quel momento di depressione tornando a scrivere sinfonie meravigliose come, ad esempio, la Quinta.

Oggi anche quella casa è uno straordinario museo che, attraverso quattordici stanze, ripercorre la storia del musicista. Un percorso fatto di documenti, oggetti, tra questi dei tubi acustici (una sorta di apparecchi acustici ante litteram), spartiti, dipinti e molto altro.

IL MONUMENTO FUNEBRE AL CIMITERO DI VIENNA

Un’altra abitazione che merita di essere visitata è quella denominata Beethoven Eroicahaus nel quartiere di Oberdöbling, ma il viaggio sulle tracce del genio non è solo fatto di case.

Nel cimitero principale di Vienna, il Zentralfriedhof, inaugurato nel 1874, circondato da tombe di altri personaggi illustri, si trova il grande monumento funebre dedicato a Beethoven, all’interno del quale sono custoditi i resti del compositore. Fra questi, però, manca il teschio che si trova, invece, presso il Center for Beethoven Studies nella città californiana di San Jose.

Un altro luogo legato alla memoria del musicista tedesco è senza dubbio la Beethovenplatz, al centro della quale troneggia il grande monumento realizzato dallo scultore tedesco Kaspar von Zumbusch nel 1880.

IL FREGIO DI BEETHOVEN DI GUSTAB KLIMT

Ma se volete vivere un’esperienza unica, conciliando l’amore per Beethoven con il genio di Klimt, allora il posto per voi è il Palazzo della Secessione, l’edificio costruito dall’architetto Joseph Maria Olbrich tra il 1897 e il 1898.

Al piano interrato di uno dei luoghi più affascinanti di tutta Vienna, simbolo di quello straordinario movimento culturale che fu la Secessione, si trova il Fregio di Beethoven.

Realizzato nel 1902, in occasione di una mostra dei Secessionisti concepita come un grande omaggio al compositore tedesco, l’opera, una delle più significative e complesse di Klimt, rappresenta il tributo alla Nona sinfonia, forse il capolavoro di Beethoven.

Fregio di Beethoven di G. Klimt

Fregio di Beethoven di G. Klimt

Il fregio, lungo ben 34 metri per un’altezza di 2 metri, frutto di un un’affascinante commistione di stili, suscitò un’eco straordinaria fra il pubblico, anche se non mancarono le inevitabili critiche. Nel 1903 venne acquistato da un collezionista che, compiendo un vero e proprio omicidio artistico, lo sezionò in ben sette parti. Per fortuna nel 1973 lo stato austriaco comprò l’opera che, dopo un lungo e accurato restauro, nel 1986, tornò a far bella mostra di sé nel suo luogo naturale, la bellissima cornice del Palazzo della Secessione.

Non rimane, quindi, che partire alla volta di Vienna visitando, sulle note di Beethoven, la città che per un paio di secoli fu davvero il centro dell’Europa, luogo romantico e al tempo stesso imperiale, la città dove visse Sissi, la capitale di un grande impero e luogo d’adozione di grandi artisti che hanno segnato la storia.

Ps. ringrazio il M° Massimiliano Sinceri per le preziose informazioni su Beethoven e sulla sua carriera.

Per saperne di più:

Leggi anche:
Sissi, storia di un'imperatrice triste entrata nel mito