Il gioiello della Cappella Brancacci a Firenze

Cappella Brancacci a Firenze

All’interno della chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze, si cela uno degli scrigni pittorici più strabilianti e meglio conservati di tutta la storia dell’arte italiana: la Cappella Brancacci. La storia della chiesa è di due secoli prima rispetto al capolavoro dipinto da Masaccio, Masolino e Filippino Lippi e ha inizio nel 1268, quando un gruppo di frati, provenienti da Pisa, fonda, nel capoluogo toscano, una chiesa dedicata alla Beata Vergine del Carmelo.

CAPPELLA BRANCACCI: LA STORIA DEGLI AFFRESCHI

I lavori di edificazione, pur sostenuti dal Comune e dalle ricche famiglie fiorentine, si protrassero ben oltre la stessa data della consacrazione della chiesa, avvenuta nel 1422, concludendosi solamente nel 1475.

Nonostante gli oltre due secoli di complessi lavori, la basilica fiorentina non fu del tutto terminata. La facciata, infatti, fatto non raro a Firenze, si pensi a quella di San Lorenzo, rimase incompiuta, mostrandosi, ancora oggi, con un grezzo paramento in pietrame e laterizio.

La storia della cappella Brancacci, miracolosamente scampata, al pari dell’antica sagrestia, agli effetti devastanti di un terribile incendio divampato nel 1771, ebbe inizio nel 1423, allorché Felice Brancacci, discendente dell’antica famiglia fiorentina, decise di affrescare la cappella nominale, che la casata aveva fatto realizzare nella chiesa fiorentina verso la fine del Trecento.

La decisione di decorare la cappella Brancacci fu presa dallo stesso Felice, ricco mercante di seta ma principalmente, dal 1422, console del mare, prestigioso incarico conferitogli dalla Repubblica di Firenze e che lo rendeva uno dei protagonisti dell’intensa vita politica ed economica della città toscana.

Di ritorno da un lungo viaggio di affari in Egitto (dove il facoltoso commerciante si era recato insieme a Carlo Federighi per firmare, per conto di Firenze, importanti accordi volti alla creazione di nuovi rapporti commerciali fra i due paesi), Felice Brancacci decise di affidare a Tommaso di ser Giovanni, meglio conosciuto come Masaccio, e a Tommaso di Cristoforo Fini, meglio noto come Masolino da Panicale, l’importante lavoro di decorazione. Questi due artisti, già noti ed affermati, nonostante la differenza d’età (Masolino aveva quarant’anni mentre Masaccio solo ventidue), si spartirono equamente il lavoro di decorazione della cappella Brancacci che, essendo dedicata a Pietro, capostipite della famiglia Brancacci, avrebbe dovuto contenere affreschi riguardanti storie legate alla vita dell’apostolo Pietro, anticipate da due episodi chiave del Vecchio testamento, la tentazione di Adamo ed Eva e la loro successiva cacciata dal paradiso terrestre.

Da sinistra: "San Pietro risana l’ombra" di Masaccio. "San Paolo visita San Pietro" di  Filippino Lippi. "Tentazione di Adamo ed Eva" di Masolino.

Da sinistra: “San Pietro risana l’ombra” di Masaccio. “San Paolo visita San Pietro” di  Filippino Lippi. “Tentazione di Adamo ed Eva” di Masolino.

I lavori si interruppero nel 1425 sia per la partenza dei due pittori per altre destinazioni (Masaccio andò a Roma, dove morirà prematuramente nel 1428, e Masolino in Ungheria), ma anche per l’esilio da Firenze di Felice Brancacci, reo di essersi imprudentemente schierato contro i Medici. La cappella Brancacci non solo non fu completata ma subì una sorta di damnatio memoriae, consistente nell’asportazione di tutti i riferimenti alla famiglia Brancacci.

I lavori di decorazione della Cappella furono ripresi soltanto nel 1480, allorché i Brancacci, tornati in Firenze, li affidarono a Filippino Lippi, artista di grande caratura, formatosi alla scuola di Sandro Botticelli, che aveva già preso parte all’ambizioso progetto decorativo, per conto di Lorenzo il Magnifico, di Villa Spedaletto, presso Volterra, insieme ad altri pittori celebri, quali Perugino, lo stesso Botticelli e Ghirlandaio. Filippino Lippi (il diminutivo fu utilizzato per distinguerlo dal padre, anch’egli pittore) oltre a completare gli affreschi, provvide anche a reintegrare le parti precedentemente cancellate. Il risultato fu un autentico capolavoro per ricchezza e complessità dell’apparato pittorico murale, che divenne celebre in tutta Firenze e non solo. Ammirati davanti a quegli affreschi si prostrarono silenti ed estasiati decine di pittori, fra cui un giovane Michelangelo, che copiavano pedissequamente quelle straordinarie opere.

CAPPELLA BRANCACCI: LE MODIFICHE NEL CORSO DEI SECOLI

Nel corso dei secoli l’impianto scenico della cappella Brancacci, concepito nel Quattrocento, è stato profondamente modificato. A incidere sono stati diversi fattori, a cominciare dalla coltre di nero fumo, prodotto dalle candele votive, che ha coperto gli affreschi, ma anche gli scellerati interventi di copertura delle nudità dei personaggi dipinti, attraverso le arcinote fronde, tipiche anche della michelangiolesca Sistina. Per fortuna un complesso lavoro di restauro, iniziato nel 1983 e conclusosi solo sette anni dopo, ha restituito la cappella Brancacci alla sua bellezza originaria, attraverso la rimozione sia del nerofumo sia delle fronde, nonché l’eliminazione dell’altare barocco che copriva, parzialmente, le pitture.

Cappella Brancacci: particolare dei quattro artisti. Da sinistra: Masolino, Masaccio, Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi

Cappella Brancacci: particolare dei quattro artisti. Da sinistra: Masolino, Masaccio, Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi

Oggi chiunque entri nella cappella Brancacci non può non ammirare la brillantezza dei colori, ma anche la straordinaria omogeneità dell’intero complesso di affreschi, seppur prodotti da mani differenti. Dalla Tentazione di Adamo ed Eva di Masolino, alla Cacciata dal Paradiso di Masaccio (in cui il pittore mostra con grande realismo la profonda vergogna di Adamo, che si copre il volto con le mani e l’urlo disperato di Eva, che sembra anticipare l’infinita angoscia dell’umanità dipinta secoli dopo da Munch), dal Tributo e il Battesimo dei neofiti di Masaccio (dipinto che ha diviso i critici sulla paternità del volto di Cristo, per alcuni attribuibile a Masolino per la delicatezza per altri di Masaccio), alla Guarigione dello zoppo e La resurrezione di Tabita e La predica di San Pietro di Masolino, passando per San Paolo visita San Pietro La liberazione di San Pietro dal carcere di Filippino Lippi, sono solo alcune delle pagine di questo libro in pittura.

La Cappella Brancacci è un ambiente unico che, seppur con stili diversi, rappresenta un esempio mirabile della pittura quattrocentesca, «una successione di scene», come ricorda la storica dell’arte Cristina Acidini, «inquadrate entro un’architettura illusionistica, narranti il tema dell’historia salutis, la storia della salvezza dell’uomo dal peccato generale all’intervento di San Pietro, quale fondatore della Chiesa romana».

Dallo stile tardogotico di Masolino, a quello delicato di Filippino Lippi che anticipa sobriamente i dettami stilistici del successivo Rinascimento, passando, principalmente, per Masaccio e per il suo innovativo uso della prospettiva che, se in Giotto appariva perlopiù intuitiva, in Masaccio diviene pseudoscientifica, attraverso l’uso perfetto della scenografia che, prosciugata da elementi accessori o ipernaturalistici, si riduce un “spazio scatola”, perfetto contenitore delle emozioni e delle vicende umane rappresentate.

Una curiosità, infine: Masaccio inserisce se stesso, nonché l’amico Masolino, Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi nella Resurrezione del Figlio di Teofilo e San Pietro in cattedra (pannello terminato da Filippino Lippi), quattro colossi dell’arte italiana al cospetto del fondatore della chiesa.

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