Santa Maria di Nazareth a Venezia, meglio nota come Chiesa degli Scalzi, è la prima meraviglia che la città lagunare regala al turista che, bramoso di bellezza, fa capolino appena uscito dalla stazione ferroviaria di Santa Lucia.

Questa chiesa, infatti, si erge a pochi passi dalla moderna ferrovia ed emerge, maestosa e bianca, imponente e bellissima come una novella Venere dalle acque.

CHIESA DEGLI SCALZI A VENEZIA, LE ORIGINI

La costruzione della chiesa degli Scalzi a Venezia inizia nel 1656, quando la città lagunare, al contrario degli altri stati italiani, sempre più soggiogati dal predominio spagnolo, con la sola eccezione del ducato di Savoia, mantiene, ancora intatto, il suo prestigio di grande potenza, nonostante l’ingombrante vicinanza di realtà quali la Spagna, la Francia e l’Austria.

A volere la futura chiesa di Santa Maria di Nazareth sono i frati carmelitani scalzi, ordine derivante dalla riforma del 1562 nel monastero femminile fondato da santa Teresa di Gesù ed estesa al ramo maschile dell’ordine carmelitano a opera di san Giovanni della Croce con la fondazione del conventino di Duruelo nel 1568.

Chiesa Santa Maria di Nazareth a Venezia o Chiesa degli Scalzi

Chiesa degli Scalzi

I carmelitani si stabilirono a Venezia nei primi decenni del XVII secolo e, poco dopo, individuarono il luogo dove sarebbero sorti il monastero e una piccola chiesa, da intitolare a Santa Maria di Nazareth.

Si trattava, nello specifico, in un’area prospiciente il Canal Grande, il principale canale che attraversa Venezia, chiamato, anche, il Canalasso.

Ma ben presto l’edificio chiesastico si rilevò troppo piccolo e inadeguato per le esigenze dell’ordine carmelitano.

LA SCELTA DI BALDASSARRE LONGHENA PER COSTRUIRE LA NUOVA CHIESA

Per realizzare la nuova chiesa i frati incaricarono Baldassarre Longhena, che nella città lagunare godeva di un indubbio prestigio.

L’architetto veneziano, infatti, aveva legato il suo nome ad alcune opere come Le Procuratie Nuove (gli imponenti edifici che sorgono a ridosso della cattedrale di San Marco, delimitandone per tre lati l’omonima piazza), la Scalinata della Biblioteca di San Giorgio Maggiore e, soprattutto, la Chiesa di Santa Maria della Salute, costruita come ex voto in seguito alla gravissima epidemia di peste che aveva colpito Venezia, senza dubbio la sua opera di maggiore prestigio.

Scegliere Baldassarre Longhena, da parte dei frati carmelitani per realizzare la Chiesa degli Scalzi, a cui avevano già affidato la costruzione del monastero, significava, oggettivamente, andare sul sicuro.

Longhena, infatti, era in quel momento il massimo architetto veneziano e uno dei maggiori in Italia. Pur allievo di Vincenzo Scamozzi, Longhena derivò il suo stile più da geni quali il Sansovino e il Palladio, dai quali si mosse per impostare, come ha scritto Piero Adorno, con originalità il suo discorso architettonico.

Longhena, nel realizzare la nuova Chiesa degli Scalzi, non si ispirò più che agli stili architettonici tipicamente veneziani ma scelse di prendere spunto dal barocco romano.

LA FACCIATA E L’INTERNO DELLA CHIESA DEGLI SCALZI

La fabbrica degli Scalzi terminò nel 1672 anche se mancava la parte più rilevante: la facciata, il cui compimento fu affidato all’architetto veneziano, anche se di origine svizzera, Giuseppe Sardi, grazie ai lauti finanziamenti elargiti dal Gerolamo Cavazza.

Sardi, nello specifico, si inspirò alla tradizione veneziana, realizzando una facciata divisa in due ordini, scanditi da colonne binate e da quattro statue nell’ordine inferiore e due, in origine erano tre, per quanto concerne quello superiore.

All’imponenza della facciata, completata dopo otto anni di lavori nel 1680, corrisponde l’opulenza dell’interno, su cui fu notevole l’impronta dell’architetto Jacopo Pozzo, fratello del più celebre Andrea.

Chiesa Carmelitani Scalzi Venezia

L’altare maggiore della Chiesa degli Scalzi

A Jacopo Pozzo, subentrato nella conduzione dei lavori al Longhena, deceduto il 18 febbraio 1682, si devono importanti interventi, tra cui quelli riguardanti alcune cappelle laterali e, soprattutto, l’altare maggiore che decorò secondo lo stile in voga all’epoca a Venezia: il tardo barocco.

Il Pozzo realizzò l’altare maggiore concependo una struttura decisamente imponente, degna della chiesa stessa, in cui le otto colonne tortili in marmo rosso che definiscono la struttura tabernacolare, sorreggono l’elegante struttura, al cui vertice si trova la statua di Cristo benedicente.

Ma tra i meriti di frate Pozzo, l’architetto che vestì il saio dei carmelitani assumendo il nome di Giuseppe, vi fu anche quello di commissionare per la decorazione interna della Chiesa degli Scalzi uno dei maggiori pittori del momento: Giovan Battista Tiepolo.

GIOVAN BATTISTA TIEPOLO AGLI SCALZI 

La presenza di Giovan Battista Tipeolo, il più grande pittore del Settecento, come lo definì l’Adorno, nella chiesa degli Scalzi a Venezia, si lega alla decorazione del soffitto della navata, a quello della Cappella del Crocifisso, anche nota come Cappella Lumaca, dal nome della famiglia assegnataria e, infine, agli affreschi giovanili presenti nella Cappella Ruzzini.

Di questi tre interventi, senza dubbio, quello più rilevante, quantomeno per estensione pittorica, fu quello riguardante il soffitto della navata, forse l’opera più sbalorditiva di Giambattista Tiepolo nel campo della decorazione sacra.

Purtroppo di quel grande affresco, raffigurante il Trasporto della sacra casa di Loreto, rimane solo il frammento di due peducci, conservati alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e il bozzetto dell’opera stessa.

Gli affreschi del soffitto, infatti, come gran parte dello stesso, andarono distrutti il 28 dicembre 1915, a seguito del fitto bombardamento condotto dagli aerei austriaci sulla città lagunare.

La facciata della chiesa degli Scalzi a Venezia

La facciata della chiesa degli Scalzi a Venezia

Quel grande affresco era stato realizzato dal pittore veneziano nel 1743, in collaborazione con il quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna. Oggi il soffitto, ricostruito alla fine della Prima Guerra mondiale, è ricoperto da un altro affresco, eseguito, nel 1934, dal pittore Ettore Tito e raffigurante la Proclamazione della verginità di Maria al concilio di Efeso.

Ben altra sorte, per fortuna, è toccata agli altri due affreschi del Tiepolo, quello della volta della Cappella Ruzzini e quello della Cappella Lumaca o del Crocefisso, per la presenza dell’opera dello scultore veneziano Giovanni Maria Morlaiter.

Il primo degli affreschi, realizzato dal Tiepolo nel 1725, raffigura L’apoteosi di Santa Teresa, mistica a cui, di fatto, è dedicata l’intera cappella, vista anche la presenza del gruppo scultoreo legato all’estasi di Santa Teresa dell’artista olandese Enrico Meyring. Si tratta di un’opera, quella del Tiepolo, in cui il legame al gusto chiaroscurale è ancora evidente.

Più matura è, invece, la composizione che Tiepolo realizza sulla volta della Cappella Lumaca e raffigurante Cristo nell’orto del Getsemani, uno dei momenti più umani di tutta la vicenda terrena di Gesù, di cui ha mirabilmente scritto Massimo Recalcati ne “La notte del Getsemani”, in uno dei suoi libri più belli.

Questo affresco, realizzato tra il 1732 e il 1733, anticipa, con forza, quei picchi di virtuosismo cromatico che diventeranno la cifra di molte successive opere del Tiepolo.

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