A due passi da Palazzo Madama, la storica sede del Senato della Repubblica, su Corso Rinascimento, dietro un massiccio portone in legno dell’austero Palazzo Sapienza, si cela una delle più belle chiese di Roma: la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Francesco Borromini, uno dei simboli del Barocco romano.

BORROMINI ARCHITETTO DELL’ARCHIGINNASIO

Roma, 1632. Papa Urbano VIII, nell’ambito di un ampio programma di lavori interessanti il cinquecentesco Palazzo della Sapienza, decide di affidare a Francesco Borromini il posto di architetto dell’Archiginnasio, la sede dello Studium Urbis, l’università di Roma fondata da papa Bonifacio VIII nel 1303.

Si tratta di un incarico prestigioso che papa Barberini assegna all’architetto ticinese sulla base del singolare suggerimento, quello di Gian Lorenzo Bernini.

Il grande scultore napoletano, il cui nome a Roma era già sinonimo di genio, aveva proposto il nome di Borromini, con cui stava lavorando a San Pietro e a Palazzo Barberini, ritendendolo il più adatto per capacità e gusto a ricoprire un simile posto.

Un tale suggerimento non poteva certo rimanere inascoltato dal papa che apprezzava oltremodo l’autore di capolavori come Apollo e Dafne e al quale aveva affidato importanti lavori all’interno del palazzo di famiglia nonché nella basilica petrina.

Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza

Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza

D’altra parte anche il nome di Francesco Borromini, al secolo Francesco Castelli (sembra che il soprannome sia legato alla profonda devozione dell’artista per San Carlo Borromeo) era piuttosto noto nella città di Roma e non solo per la parentela con l’architetto Carlo Maderno, avendo già svolto importanti incarichi come, ad esempio, quello per la realizzazione del Baldacchino in San Pietro in collaborazione proprio con Bernini.

Il compito, tuttavia, che spetta a Borromini non è dei più semplici e prevede il completamento di Palazzo Sapienza, la cui costruzione, iniziata nel 1497 per volontà di papa Alessandro VI, il famigerato papa Borgia, dopo decenni di lavori, non è ancora terminata.

Nel corso degli anni, infatti, si erano succeduti diversi architetti, tra cui il comasco Guidetto Guidetto e Pirro Ligorio, a cui si doveva un singolare progetto ispirato all’antico, al ginnasio greco. Ligorio aveva immaginato un edificio rettangolare, impreziosito da un cortile centrale a doppia esedra, incorniciato da portici a due piani, con annessa chiesa a cupola.

Nel 1577 la conduzione dei lavori era stata affidata a Giacomo della Porta, l’autore di decine di fontane a Roma tra cui la famosa Terrina, che, partendo dal progetto del Ligorio, aveva portato avanti la costruzione dell’edificio, riuscendo a completare l’imponente facciata del palazzo.

Quando nel 1632 Urbano VIII nomina Borromini architetto dell’Archiginnasio, Palazzo Sapienza, tuttavia, è ancora ben lungi dall’essere ultimato.

Manca, infatti, ancora il lato nord, quello prospiciente l’attuale via degli Staderari, tratto che verrà completato nel 1660 con la creazione della Biblioteca Alessandrina, in onore di papa Alessandro VII sotto il cui pontificato viene costruita.

Ma, soprattutto, non è stata ancora realizzata la chiesa universitaria, un uso in voga già in altri atenei, come alla Sorbonne, la prestigiosa università parigina che da alcuni anni ha una chiesa tutta sua.

IL PROGETTO DI BORROMINI PER SANT’IVO ALLA SAPIENZA

All’interno di Palazzo Sapienza in realtà esisteva già una cappella. Questa, dedicata ai santi Leone Magno e Fortunato martire, era stata fatta costruire per volontà di papa Leone X a seguito di una specifica bolla datata 1514. Si trattava, invero, di un edificio non solo piccolo ma decisamente provvisorio che venne definitivamente abbattuto sotto Gregorio XIII che dispose, al contempo, che i cappellani andassero a sentir messa presso la vicina chiesa di San Giacomo degli Spagnuoli, una disposizione che fin da subito non entusiasmò nessuno, tanto che un cappellano nel 1594 inoltrò la domanda al collegio degli avvocati concistoriali per edificare una nuova cappella all’interno di Palazzo Sapienza.

Sant'Ivo alla Sapienza pianta

La cupola di Sant’Ivo alla Sapienza

La richiesta avanzata rimase inascoltata per diversi anni ma nel 1632, dopo che una specifica commissione nel 1627 aveva dato parere favorevole per la costruzione della chiesa, la decisione fu definitivamente presa: Palazzo Sapienza avrebbe avuto la sua cappella.

Un primo progetto, in verità, già esisteva e apparteneva a Pirro Ligorio. L’architetto napoletano, che aveva legato il suo nome a diversi pontefici, tra cui Paolo IV Carafa (il papa della Cum nimis absurdum, la bolla con cui era stato istituito il ghetto a Roma), aveva immaginato un edificio a pianta centrale, ispirato al Tempio di Romolo, ma che era rimasto sulla carta.

Il compito che si profila per Borromini non è certo dei più semplici, a causa dell’esiguo spazio dove collocare la chiesa, scandito dalle parti del palazzo già realizzate e dal quel cortile rettangolare che con le sue due file di arcate andava a definire la scena su cui collocare la nuova costruzione.

Una bella sfida quella degli spazi limitati ma non certo una novità per l’architetto ticinese, visto che già anni prima aveva già avuto a che fare con il problema di edificare una chiesa in un luogo angusto.

Borromini lo aveva risolto a suo modo, in maniera geniale, regalando alla città di Roma, una delle sue creazioni più riuscite, la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, la prima committenza come architetto indipendente che i romani, proprio per le ridotte dimensioni, ribattezzarono subito San Carlino.

Nel gennaio del 1643, dopo che alcune vicissitudini avevano rallentato la partenza del cantiere, viene finalmente posta la prima pietra della futura Sant’Ivo alla Sapienza.

Sant’Ivo alla Sapienza rappresenta, probabilmente, come ebbe a dire lo storico dell’arte Piero Adorno, l’opera «più borrominiana, per ricchezza inventiva ed evasione, almeno apparente, dalle norme costruttive consuetudinarie».

CHIESA DI SANT’IVO ALLA SAPIENZA, ANATOMIA DI UN CAPOLAVORO

Per capire quanto Sant’Ivo alla Sapienza sia genialmente borrominiana, bisogna partire dalla sua pianta, ispirata alla figura geometrica del triangolo, il simbolo della Trinità.

Ancora Piero Adorno:

«la pianta è costituita da due triangoli equilateri sovrapposti; ma gli angoli, che l’autore evita sempre, sono tagliati da linee curve alternamente concave e convesse e opposte frontalmente, le prime determinanti una dilatazione e quindi una spinta centrifuga, le altre una compressione e quindi una spinta centripeta.»

Una pianta decisamente singolare che ha dato adito nel corso dei secoli a diverse interpretazioni. Secondo alcuni, tra cui l’architetto Paolo Portoghesi, quella pianta stellata altro non sarebbe che la schematica riproposizione dell’ape barberina, lo stemma della casata di Urbano VIII Barberini, per l’appunto.

Per altri, invece, quella singolarissima pianta sarebbe la raffigurazione dell’antichissimo monogramma di Gesù, il Chrismon formato dalla sovrapposizione delle lettere maiuscole greche X e P, le prime due lettere della parola ΧΡΙΣΤΟΣ, Cristo in lingua greca.

Sant'Ivo alla Sapienza Borromini

La cupola di Borromini

Ipotesi a parte, rimane la certezza di un capolavoro, di un opus magnum di rara bellezza.

Sulla base della geniale pianta di Sant’Ivo alla Sapienza, di fatto una stella a sei punte, riprodotta scenograficamente anche nella cupola interna, Borromini realizza un interno segnato dal vorticoso alternarsi di linee concave e convesse, un ritmo continuo che ha l’effetto di un’onda incessante.

Ma ciò che maggiormente preme a Borromini è indirizzare tutta l’attenzione, come già per l’interno di San Carlo alle Quattro Fontane, verso l’alto, all’indirizzo della cupola, che, priva di trabeazione, poggia direttamente sui pilastri, in un suggestivo crescendo verticale che raggiuge l’apice nella lanterna, con la sua perfetta circolarità, una verticalità che, paradossalmente, inizia dall’ingegnoso pavimento, in cui gli esagoni bicolori riproducono una perfetta e suggestiva tridimensionalità.

Non meno geniale è anche la realizzazione della facciata di Sant’Ivo alla Sapienza, costruita in mattoni piatti romani e decorata da lesene, caratterizzata da un tamburo sormontante la preesistente facciata concava, «un curioso tamburo ibrido di convesso e concavo – per dirla con le parole di Jake Morris – di curve razionali e di sorprendenti sporgenze, come una massa di nuvole sospese nel cielo di Roma.»

CUPOLA DI SANT’IVO, LA SUMMA DEL VIRTUOSISMO BORROMINIANO

Ma ciò che senza dubbio rapisce qualsiasi visitatore nel momento in cui varca il portone di Palazzo Sapienza e si trova a fronteggiare il capolavoro borrominiano, è senza dubbio la cupola, la vera cifra di tutta l’opera di Borromini.

Si tratta di una struttura geniale, secondo gli standard creativi di Francesco Borromini.

La cupola, bassa e a costoloni, che ricorda in piccolo quella del Pantheon, si compone di diversi elementi ben distinti che, in un climax architettonico, si fondono perfettamente, conferendo all’intera struttura un profilo armonioso e al tempo stesso davvero esclusivo, unicamente borrominiano.

Sul tamburo esagonale, su cui è ben visibile lo stemma dei Chigi (la chiesa fu completata sotto papa Alessandro VII Chigi) insiste il tiburio polilobato della cupola su cui si innalza la calotta gradinata, la cui superficie è scandita da dodici piani ricurvi, gradoni che conducono al terzo elemento, alla lanterna, il cui perimetro è intervallato da coppie di colonne e finestroni.

Ma è con l’ultimo elemento che il genio di Borromini raggiunge vette impareggiabili, quella celebre chiocciola, forse ispirata alla Torre di Babele o al Faro di Alessandria che nella sua spiralità, forma con cui Borromini da sempre è in sintonia, culmina in una corona fiammante, su cui poggiano una tiara, realizzata in ferro battuto, un globo, la colomba dei Pamphili con il ramoscello d’olivo in bocca e, in ultimo, una croce che venne realizzata durante il pontificato di papa Innocenzo X.

La cupola di Sant’Ivo alla Sapienza è lo stigma di Borromini, una brillante e libera interpretazione delle forme gotiche, come ha sostenuto la storica dell’arte Livia Velani, che Borromini aveva attentamente studiato a Milano negli anni della sua formazione, confrontandosi con l’architettura del Duomo, specie con il suo celebre tiburio.

Devono passare diversi anni, ventotto per la precisione, perché l’opera venga completata, nel frattempo, infatti, Borromini lavora ad altre committenze, tra cui quella in Palazzo Spada, dove crea, secondo i desiderata del cardinal Bernardino Spada, la superba Galleria prospettica di Palazzo Spada.

Il 14 novembre 1660, nel corso di una solenne celebrazione, il cardinale Antonio Barberini, discendente di quell’Urbano VIII, grazie al quale tutto era iniziato, consacra la chiesa, dedicandola a Ivo Hélory, sacerdote francese vissuto nel XIII secolo e canonizzato da papa Clemente VI nel 1347, colui che la cattolicità aveva scelto come patrono degli avvocati, il santo giusto per rappresentare la chiesa dello Studium Urbis, l’Università di Roma.

Così Paolo Portoghesi sul capolavoro del Borromini:

«È a Sant’Ivo che nel modo più esplicito si realizza l’inversione delle funzioni statiche; ciò che pesa sembra sollevarsi nell’aria con energia primitiva, naturale…».

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