Affacciato sulla maestosità del Colosseo, il Celio è uno dei sette leggendari colli di Roma, un luogo che custodisce tesori inestimabili, testimone silenzioso della storia di Roma, dal nome leggendario e dal profilo suggestivo, un posto dove si respira il passato in un mare di tranquillità.

COLLE CELIO A ROMA, IL COLLE “ETRUSCO”

Il nome di questo colle, che fronteggia il più scenografico Palatino con i suoi immortali resti imperiali, trae origine dalle vicende più recondite della Città Eterna, da quel Celio Vibenna, il condottiero etrusco che la tradizione vuole aver favorito l’ascesa di Servio Tullio sul trono di Roma nel VI secolo a.C.

Leggende a parte, per Tasso l’antico nome del colle era Monte delle Querce, il colle Celio a Roma fu sicuramente abitato, come testimoniato da Plinio il Vecchio, già a partire dal VII secolo a.C., quando la località, indipendente da Roma, era occupata dagli albani, popolazione originaria di Alba Longa.

Sotto il re Tullio Ostilio il Celio, come riporta Tito Livio nella sua Storia di Roma, fu annesso ai possedimenti romani, entrando, di diritto, nell’alveo della città.

Fin da subito la particolarità del sito lo rese un luogo ideale dove abitare. Sorsero, infatti, nel perimetro del Celio, sfarzose dimore come quella di Giulio Cesare che sempre Plinio descrisse come la prima casa con pareti ricoperte di affreschi e lussuose colonne di marmo.

Il Celio sotto Augusto entra a far parte della II Regione, formata dalle alture del Caelius propriamente detto, ovvero l’area del parco del Celio e di Villa Celimontana per intenderci, del Caeliolus o piccolo Celio cioè la zona della chiesa dei SS Quattro Coronati e, infine dalla cosiddetta Succusa, una superficie compresa fra le due precedenti.

La fontana della Navicella e la chiesa di San Gregorio a Roma

La basilica di Santa Maria in Domnica e la chiesa di San Gregorio a Roma

In età imperiale la centralità del colle Celio, oltretutto alimentato da numerosi acquedotti, è confermata non solo dalla presenza di dimore di illustri romani ma anche dall’edificazione di templi come quelli dedicati al Divo Claudio e a Minerva Capta ma anche dalla costruzione di edifici pubblici, come nel caso del Macellum Magnum, il grande mercato romano fatto realizzare per volere di Nerone con la sua imponente struttura circolare, con tanto di doppio portico, sulle cui rovine nel Medioevo fu edificata la chiesa di Santo Stefano Rotondo.

Proprio nel corso del Medioevo iniziò il declino del Celio. L’area, già oggetto di depredazioni nel corso del Sacco del 410 d.C. per mano delle truppe del barbaro Alarico, fu gradualmente abbandonata, mutando la sua iniziale destinazione residenziale in quella agricola, caratteristica che mantenne sostanzialmente per quasi tutto il XIX, un profilo fatto di orti e vigneti, qualche santuario religioso e due magnifiche ville: Villa Celimontana e Villa Casali, quest’ultima in seguito vittima della frenetica opera di abulica urbanizzazione che sconvolse la capitale all’indomani della Breccia di Porta Pia e che ebbe tra le altre vittime illustri anche Villa Ludovisi, il parco più bello di tutta Roma.

A SPASSO PER IL CELIO: VILLA CELIMONTANA

La nostra passeggiata inizia da via della Navicella dove si erge la basilica di Santa Maria in Domnica, meglio nota come la chiesa della Navicella, per via della fontana a forma di navicella (probabilmente una copia di un ex voto proveniente dai Castra Peregrina e adattata a fontana in occasione dell’allargamento della via nel 1931) che fronteggia l’elegante facciata rinascimentale della basilica.

La chiesa venne edificata in un primo tempo nel corso del VII secolo d.C. sui resti di una caserma della V Corte dei Vigiles e in seguito ricostruita, due secoli più tardi, per volontà di papa Pasquale I. Ma l’attuale aspetto, specie per la già citata facciata che mutò sensibilmente rispetto all’originario esterno paleocristiano, è il prodotto di un programma di restauro della chiesa operato sotto papa Leone X che affidò i lavori all’architetto Andrea Sansovino.

A sinistra di Santa Maria in Domnica si erge il seicentesco portale, proveniente da Villa Lancillotti e rimontato nel 1931 nell’ambito dei lavori di riqualificazione di tutta l’area, che rappresenta l’imponente ingresso a Villa Celimontana.

Villa Celimontana a Roma

Villa Celimontana: al centro Palazzetto Mattei

Si tratta di una delle ville più belle e amate dai romani, per la sua posizione invidiabile e per la tranquillità che si respira al suo interno. La storia di questa villa inizia nel 1553 quando Giacomo Mattei acquista i terreni adibiti a vigna e di proprietà dei Paluzzelli.

L’intenzione è chiara, creare una villa suburbana come nelle migliori tradizioni romane.

Ma tale ambizione sarà portata a termine dal figlio di Giacomo, quel Ciriaco Mattei che, da grande collezionista di opere classiche, provvide a decorare la villa di numerose statue, disponendo, anche, l’edificazione, per mano dell’architetto Jacopo Del Duca, del palazzo di famiglia che troneggia alla fine del lungo viale centrale che si diparte dall’ingresso su via della Navicella e che, dal 1926, è sede della Società Geografica italiana.

Nel corso del Seicento Villa Celimontana fu ancora oggetto di lavori con la realizzazione, su disegno di Gian Lorenzo Bernini, delle fontane dell’Aquila e del Tritone, opere che si aggiungono ad altri capolavori, come il celebre obelisco egiziano, risalente al faraone Ramsete II e depredato insieme ad altri oggetti presenti nel leggendario Tempio del Sole a Eliopoli.

L’obelisco, donato a Ciriaco Mattei dal Senato romano, per diverso tempo fece bella mostra di sé alla base della scalinata della basilica di Santa Maria della Aracoeli e solo nel 1817 fu collocato all’interno di Villa Celimontana.

DALLA BASILICA DI SS GIOVANNI E PAOLO AL CLIVUS SCAURI

Lasciamo ora Villa Celimontana, uscendo dal portale posto sul lato occidentale, in origine quello principale, e imbattiamoci in una delle prime chiese che si trovano sul colle del Celio quella dedicata ai santi Giovanni e Paolo, dal nome di due generali romani martirizzati nel 362 d.C.

La basilica di SS Giovanni e Paolo, che presenta un’ampia facciata, impreziosita dal medievale portico, colpisce specie per la ricchezza dell’interno, il cui assetto paleocristiano è stato profondamente stravolto a seguito degli interventi eseguiti nel corso del XVIII secolo da Antonio Canevari e Andrea Garagni su volere del cardinale Paolucci.

Colle Celio a Roma

Da sinistra: interno della chiesa di SS Giovanni e Paolo, il Clivus Scauri e l’obelisco egizio di Villa Celimontana

Da SS Giovanni e Paolo, nota tra i romani come chiesa dei “lampadari” per la presenza di numerose lumiere, si diparte uno dei luoghi più suggestivi di tutto il Celio, il Clivus Scauri, dal nome del censore Marco Emilio Scauro, un luogo pittoresco che descrive un’atmosfera d’altri tempi.

La strada, coincidente con un antico percorso romano e che si arrampica lungo le pendici del Celio, si caratterizza per la suggestiva presenza di sette arcate in laterizio che scortano il visitatore fino alla porzione del colle affacciata su via di San Gregorio.

Sul lato destro del Clivus Scauri si trova l’ingresso alle Case romane del Celio, un luogo magico, tutto da visitare, un pezzo di Roma antica rimasto pressoché inalterato.

LA CHIESA DI SAN GREGORIO

Ma le sorprese del colle Celio non finiscono qui. Impossibile, infatti, non menzionare altre bellezze, come la chiesa di San Gregorio Magno e i vicini oratori, luoghi poco visitati ma che non deludono l’attento visitatore.

Preceduta da una suggestiva scalinata sull’omonima piazza sorge la chiesa di San Gregorio Magno, mirabile esempio di architettura barocca, con la sua imponente facciata che occhieggia spavalda il prospicente Palatino. L’edificio sorse in pieno Medioevo sui resti della casa dove il santo, nel 575, aveva istituito un monastero dedicato a Sant’Andrea.

La facciata, opera seicentesca dell’architetto Giovan Battista Soria, ripropone, non solo nel materiale scelto, il travertino tipico della gran parte delle chiese barocche romane, il prospetto di San Luigi dei Francesi, la chiesa nota per custodire i celebri affreschi del Caravaggio.

Suggestivo è anche l’interno di San Gregorio Magno, opera di Francesco Ferrari impreziosita dalle tre ampie navate, divise da 16 colonne, dagli immancabili stucchi, dalle cappelle laterali e dal maestoso affresco del soffitto, opera settecentesca del pittore Placido Costanzi, che riproduce la gloria di San Gregorio e di San Romualdo.

GLI ORATORI DI SANTA SILVIA, SANTA BARBARA E SANT’ANDREA

Ma le sorprese del Celio non finiscono qui. Proprio a sinistra dell’imponente scalinata della chiesa di San Gregorio si celano tre piccoli capolavori, gli oratori di Sant’Andrea, di Santa Silvia e, infine, di Santa Barbara.

Si tratta, infatti, di tre piccoli luoghi che celano a loro interno opere pittoriche di primaria importanza.

Nell’oratorio di Sant’Andrea, ampiamente restaurato nel corso del Seicento, è possibile ammirare la Flagellazione di Sant’Andrea del Domenichino, nonché opere di Guido Reni, di Pomarancio e, infine, di Lanfranco.

Non meno suggestivi sono gli altri due oratori, quello consacrato a Santa Silvia, madre di Gregorio Magno con opere al suo interno di Guido Reni e di Sisto Badalocchio, pittore parmense formatosi alla bottega dei Carracci e quello intitolato a Santa Barbara, edificio edificato sui resti di un’insula romana, un luogo che cela anch’esso al suo interno numerosi affreschi, tra cui alcuni del pittore urbinate Antonio Viviani.

Ma il Celio, questo colle tufaceo che si erge fra l’antica valle della Marrana e quella che correva lungo via Labicana, è anche il maestoso ospedale militare, costruito sui terreni della distrutta Villa Casali, l’antico Tempio dedicato al Divo Claudio, di cui, purtroppo rimane poco o nulla, le imponenti Porta Latina e Porta Metronia lungo il perimetro delle Mura Aureliane o le tante chiese che imperlano un’area che non smette mai di sorprendere.

Insomma, il Celio è un luogo tutto da visitare, cerniera fra epoche diverse, esempio perfetto di stratificazione culturale, ideale connubio tra la meraviglia della natura rigogliosa e l’eccellenza dell’ingegno umano.

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