Gabriele D’Annunzio, quando per la prima volta vide il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, senza mezzi termini, definì quel magnifico gruppo scultoreo «l’urlo di pietra», per l’intensità e la drammaticità del grido di Maria Maddalena, al cospetto di Gesù, ormai privo di vita.

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VITA A BOLOGNA

Il capolavoro di Niccolò dell’Arca, che ancora oggi suscita tanto stupore, quasi si nasconde in una delle cappelle del complesso monumentale di Santa Maria della Vita a Bologna, chiesa che si erge a pochi metri dalla centralissima piazza Maggiore, la leggendaria piazza Grande cantata da Lucio Dalla.

Le origini dell’edificio sono legate alla Confraternita dei Battuti Bianchi, fondata nel 1260 dal religioso francescano Raniero Barcobini Fasani che, ispirato dalla Vergine Maria, lasciò la natia Perugia per Bologna, dove fece costruire nel centro cittadino uno ospedale per l’accoglienza e la cura dei pellegrini e degli infermi.

Quindici anni dopo, nel 1275, la Confraternita si dotò anche di una piccola chiesa, costruita proprio accanto all’ospedale, che venne dedicata a San Vito. La vicinanza con il nosocomio fece sì che l’originario nome fosse rapidamente surclassato a favore del più popolare Chiesa della Vita, toponimo che nel corso dei secoli si trasformò nel definitivo Santa Maria della Vita.

L’edificio, in origine piuttosto modesto, si accrebbe nel tempo, assumendo le forme che oggi ancora ammiriamo. Si trattò, nello specifico, di un percorso a tappe che coinvolse più di un architetto e che attraversò più di un secolo.

Chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna

Chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna

La chiesa attuale fu realizzata da Giovanni Battista Bergonzoni tra il 1687 e il 1690. L’architetto bolognese, appartenente all’ordine francescano, optò per una singolare forma ellittica, una delle cifre di tutto l’edificio religioso.

Nel 1787, a cento anni di distanza dalla posa della prima pietra, fu edificata l’imponente cupola, opera dell’architetto Giuseppe Tubertini, sulla base di un precedente progetto del Terribilia. L’opera venne completata con la realizzazione, per mano del forlivese Luigi Antonio Acquisti, delle quattro grandi sculture poste alla base della cupola stessa e raffiguranti le sibille Cumana, Frisia, Persica ed Eritrea.

Bisogna attendere i primi anni del Novecento per vedere ultimata Santa Maria della Vita. Fu nel 1905, infatti, che venne realizzata l’attuale facciata.

Ma la fama di questa chiesa bolognese, oltre che all’affresco dell’altare centrale, raffigurante la Madonna in trono in mezzo ad alcuni santi, recentemente attribuito a Pietro di Giovanni Lianori, è senza ombra di dubbio legato al meraviglioso Compianto sul Cristo morto, opera di Niccolò dell’Arca.

IL COMPIANTO SUL CRISTO MORTO NELLA STORIA DELL’ARTE

Il soggetto del Compianto sul Cristo morto inizia ad affermarsi a partire dal XIV secolo, diventando, in pieno Rinascimento, una costante per molti artisti.

Il tema è direttamente tratto dalla Passione di Cristo, quando, subito dopo la deposizione dalla croce di Gesù, Maria e altre poche persone contemplarono il corpo senza vita di Cristo, prima della tumulazione nel sepolcro messo a disposizione da Giuseppe d’Arimatea.

Un momento umanissimo, in cui la speranza è spazzata via dall’orrore della morte e che vide nel corso dei secoli più di un artista cimentarsi con quel tema così drammatico e, proprio per questo, molto popolare.

Uno dei primi fu Giotto che negli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova mise in scena la sua straordinaria versione del compianto, sottolineando il pathos e il senso di umanissima disperazione delle poche persone presenti al cospetto del corpo senza vita di Gesù, appena deposto dalla croce.

Giotto rimarcò quel commovente dolore nel gesto di Maria Maddalena che, con profonda umiltà, sostiene i piedi di Cristo, in quello della madre che teneramente abbraccia suo figlio, come se non volesse abbandonarlo e in quello di Giovanni, forse il personaggio più struggente, che allarga le braccia a significare lo sconfinato dolore provato, un dolore, tuttavia che non è solo terreno, visto che persino gli angeli appaiono disperati.

Compianto sul Cristo Morto, Giotto

Tre esempi di Compianto sul Cristo Morto: Giotto, Botticelli e Lorenzo Lotto

Non meno significativo è il Compianto sul Cristo morto di Sandro Botticelli, dipinto alla fine del XV secolo. In una struttura piramidale ecco palesarsi la struggente sofferenza di Maria, che per l’emozione sviene, sostenuta a stento da Maria Maddalena.

Indimenticabili sono anche i compianti di Caravaggio, Tiziano, del pittore napoletano Luca Giordano o del veneziano Lorenzo Lotto.

Non solo la pittura, tuttavia, ha rappresentato quel particolare momento della Passione di Cristo, anche la scultura non ha voluto essere da meno, toccando livelli di incredibile realismo, attraverso gruppi scultorei che hanno reso, in modo ancora più plastico della pittura, la drammaticità di quella sacra rappresentazione.

“Il compianto sul Cristo Morto” nella chiesa di San Satiro

“Il compianto sul Cristo Morto” nella chiesa di San Satiro a Milano

Nel corso del Quattrocento, specie nelle terre padane, si diffuse la trattazione scultorea, perlopiù in legno o terracotta, del soggetto del compianto, secondo uno stile importato dalla Francia e da altri paesi nordeuropei ma che viene rielaborato con una vena schiettamente popolare dai diversi artisti nostrani, tra cui eccelse il modenese Guido Mazzoni che, tra il 1475 e il 1490, realizzò più di un compianto, tra cui quello bellissimo per la chiesa di San Giovanni Battista a Modena. Nella schiera di questi artisti si colloca anche il cremasco Agostino de’ Fundolis che nel 1483 eseguì tale soggetto per la chiesa di San Satiro a Milano.

Ma nessuno di questi artisti eguagliò per drammaticità e realismo il compianto di Niccolò dell’Arca.

IL COMPIANTO DI NICCOLÒ DELL’ARCA

La biografia di Niccolò dell’Arca è decisamente scarna, tanto che si ignora non solo la data di nascita, presumibilmente collocabile fra il 1435 e il 1440 ma anche il luogo, anche se qualche biografo ipotizza coincidesse con la città di Bari, teoria che spiegherebbe l’altro nome dell’artista, quel Niccolò d’Apulia con cui lui stesso si firma in una sua opera.

Di sicuro lo scultore, forse di origini dalmate, è a Bologna nel 1462, come attestato in un raro documento. L’anno dopo, molto probabilmente, riceve dalla confraternita dei Battuti Bianchi l’incarico di realizzare il Compianto sul Cristo morto, la sua prima opera bolognese, a cui seguirà quella più celebre, il fastoso coperchio marmoreo dell’Arca di San Domenico, da cui deriva il soprannome dell’Arca, realizzato per la chiesa di San Domenico fra il 1460 e il 1473.

Compianto su Cristo morto, Bologna

Il Compianto su Cristo morto di Niccolò dell’Arca

Proprio questo importante incarico fa sì che Niccolò tralasci l’esecuzione del compianto che terminerà nel corso degli anni Ottanta del XV secolo. Il risultato finale è sublime, un’opera straordinaria, in cui, prendendo a prestito le parole dello storico dell’arte Piero Adorno, emerge «in un linguaggio popolaresco ed efficace, il dolore irrefrenabile, il grido incontrollato collettivo di fronte al corpo morto del Redentore», una rappresentazione della disperazione che si condensa nell’infinito grido della Maddalena, plastica riproduzione dell’afflizione dell’intera umanità.

È innegabile che di tutti i soggetti scolpiti da Niccolò dell’Arca, quello di Maria Maddalena, tradizionalmente raffigurata ai piedi di Cristo in quanto peccatrice redenta, sia la figura su cui, inevitabilmente, converge lo sguardo di chiunque.

Dell’Arca compone la scena del suo Compianto in modo teatrale, collocando in intervalli ben definiti sette personaggi, disposti a semicerchio intorno al Cristo disteso. Sette figure che bucano lo spazio, ognuna con una forte e precisa identificazione.

Il primo a sinistra di chi osserva è Giuseppe d’Arimatea, il personaggio evangelico che ottenne da Ponzio Pilato il corpo di Cristo. Dell’Arca lo raffigura inginocchiato con il martello in mano e le tenaglie nella cintola, l’unico fra tutti i personaggi che osserva lo spettatore. Accanto a lui è Maria di Giuseppe, la madre di Giacomo Maggiore e Giovanni Evangelista. Il dolore della donna, nota anche come Maria Salomè, è intensamente restituito dalle dita delle mani che ghermiscono la carne delle sue gambe.

Poi, in questa scenografica teoria, ecco Maria, la madre di Gesù, il cui volto è precocemente invecchiato e Giovanni, il discepolo più amato, che appare in una posizione quasi ieratica, come se non volesse farsi rapire da quella immane disperazione.

Ma sono le due ultime figure di questo drammatico sestetto a eccellere per emozione e intensità. Si tratta di Maria di Cleofa, la madre di Giacomo Minore e, soprattutto, di Maria Maddalena, la prostituta che Cristo perdonò scatenando l’ipocrita indignazione dei presenti e che Donatello scolpì vecchia e macilente in una delle sue opere più belle.

Entrambe le donne sono raffigurate nell’atto di urlare. Disperata difesa all’inaccettabilità della morte.

Niccolo dell'Arca

Particolari del Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca

Se l’urlo di Maria di Cleofa è quasi contenuto, la disperazione è resa più dalle mani con cui cerca di allontanare l’orrore di quel trapasso, quello di Maria Maddalena, invece, è infinito, artistico diapason che accorda le grida di tutta la cristianità.

La donna accorre di corsa, quasi volesse precedere quella ferale notizia, frapponendosi a un vento fortissimo, quasi irreale che le incolla le vesti al corpo, rimarcando quell’infinita disperazione.

Quell’urlo sembra quasi anticipare quello laico dell’uomo di Munch, afoni strepiti che continuano ad assordare un’angosciata umanità.

Il gruppo scultoreo di Niccolò dell’Arca, in origine, si componeva di otto figure. A mancare è quella di Nicodemo, il membro del Sinedrio tradizionalmente presente in molti compianti, a partire da quello di Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

Niccolò gli diede le fattezze di Giovanni II Bentivoglio, all’epoca signore di Bologna ma la conquista nel 1506 della città felsinea per mano di papa Giulio II, determinò la damnatio memoriae del Bentivoglio e della sua famiglia, con la conseguente eliminazione della statua dal gruppo scultoreo.

 

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Così, nei suoi Taccuini, Gabriele D’Annunzio commentò l’emozione che la vista del Compianto di Niccolò dell’Arca gli suscitò:

«Le Marie intorno sembrano infuriate dal dolore – Dolore furiale. Una verso il capo – a sinistra – tende la mano aperta come per non vedere il volto del cadavere e il grido e il pianto e il singulto contraggono il suo viso, corrugano la sua fronte, il suo mento, la sua gola. L’altra con le mani tessute insieme, con i cubiti in fuori, ammantata piange disperatamente. L’altra tiene le mani su le cosce col ventre in dentro e ulula.»

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