L’idea di conquistare Fiume per poi annetterla all’Italia iniziò a germinare nella testa di Gabriele D’Annunzio sul finire dell’ottobre 1918. Quando la disfatta dell’impero austroungarico era imminente e la fine della Prima guerra mondiale sempre più prossima, D’Annunzio, il Vate della letteratura italiana, colui che tanto pervicacemente si era battuto quattro anni prima per l’ingresso dell’Italia in guerra arringando le folle, iniziò a maledire l’imminente resa delle armi. “Sento fetor di pace”, disse prima ancora della battaglia di Vittorio Veneto che di fatto segnò il trionfo italiano e la consequenziale disfatta austriaca. 

IL VATE E L’IMPRESA DI FIUME

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio

Non era contento il poeta abruzzese, avvertiva nell’aria la percezione che i prossimi accordi di pace avrebbero potuto danneggiare l’Italia, nonostante il suo paese di lì a poco si sarebbe seduto al tavolo dei vincitori. Il 24 ottobre 1918, lo stesso giorno in cui iniziava la battaglia di Vittorio Veneto, D’Annunzio pubblicava un pezzo sul Corriere della sera, con il quale da tempo collaborava, dall’icastico titolo: “Vittoria nostra, non sarai mutilata”. Con il suo stile inimitabile, il Vate sproloquiava contro l’imminente fine del conflitto, contro il Patto di Londra, i cui contenuti dopo la caduta del regime zarista e l’avvento del comunismo in Russia erano stati resi pubblici e principalmente contro il presidente americano Woodrow Wilson.

Il leader americano aveva in più di un’occasione espresso il suo principio di autodeterminazione dei popoli, nonché l’idea che la nuova geografia europea sarebbe stata tracciata secondo criteri di nazionalità “chiaramente riconoscibili”. Così, mentre agli inizi di novembre gli italiani e non solo festeggiavano la vittoria e la fine di una guerra che aveva ucciso 10 milioni di persone, D’Annunzio sognava Fiume, la cui conquista divenne per l’autore de Il piacere un rovello, una necessità, lo scopo di una vita.

L’antica Tarsatica augustea era sempre stata una città contesa e multietnica. A Fiume, infatti, convivevano diverse nazionalità. Italiani, croati, ungheresi, tedeschi, serbi, sloveni. Il gruppo più numeroso era quello italiano, che rappresentava oltre il 60% della popolazione fiumana. Seguivano molto staccati, con il 19.6%, i croati, poi gli ungheresi, con il 9.6, gli sloveni, con il 3.6%, i tedeschi, con il 3.5%, e infine i serbi che con i loro 161 abitanti, pari all’0.4 % della popolazione complessiva, costituivano il gruppo etnico più piccolo di Fiume.

D'Annunzio

D’Annunzio

I timori di D’Annunzio sul finire del 1918 furono confermati all’apertura della Conferenza di pace di Parigi nel gennaio 1919. Fin dai primissimi giorni l’opposizione internazionale all’annessione italiana di Fiume, soprattutto da parte francese e americana, apparve evidente. Se il presidente del consiglio francese faceva della facile ironia sulle pretese nostrane affermando “Fiume? E perché no la luna”, Wilson affrontava la questione in modo più serio. Il presidente americano inviò un messaggio agli italiani con cui li esortava a rinunciare a ogni rivendicazione sulla città, la cui annessione, in vero, non era prevista nel Patto di Londra.

A rivendicare Fiume non c’erano solo gli italiani. La città era reclamata anche dal neonato regno jugoslavo che anelava mettere le mani su un importante e strategico porto. Un fitto rebus che molto probabilmente la politica non avrebbe risolto, un nodo che per D’Annunzio solo le armi avrebbero definitivamente districato. Nella primavera del 1919, quando a Parigi la debolezza diplomatica italiana era sempre più evidente e la vittoria mutilata appariva ormai una certezza e non più un triste presagio, D’Annunzio iniziò a studiare un intervento militare per annettere Fiume e non solo. Ne parlò con alcuni generali, fra cui Badoglio ma, al netto di un lieve interesse, comprese il loro disappunto. Un’impresa militare, oltretutto nel pieno di una conferenza di pace, era per gli stellati un’idea sconsiderata, inattuabile. Il Vate incassò il loro rifiuto e cominciò a ipotizzare un’azione individuale. Quando gli echi parigini si spensero e i saloni dei palazzi dove si era deciso il destino dell’Europa tornarono deserti, D’Annunzio passò all’azione.

A distanza di quattro anni D’Annunzio tornò ad arringare le folle. Nel 1915 bisognava convincere gli italiani della necessità di entrare in guerra, ora dell’inevitabilità dell’annessione di Fiume. Dal balconcino del Palazzo Senatorio di Roma, sulle pendici del Campidoglio, il poeta sferzò gli italiani convincendoli con la sua prosa battagliera e trascinante che Fiume sarebbe stata italiana, nonostante l’opposizione di politici inetti e dei nemici dell’Italia, a cominciare da Wilson che definì un uomo dalla “lunga faccia equina”.

La delusione per gli accordi di Parigi, che non avevano dato all’Italia, in termini territoriali, quanto agognato, determinò la crisi di governo. Sotto la spinta della protesta nazionalista ma anche della crisi economica, il re licenziò Vittorio Emanuele Orlando sostituendolo con Saverio Nitti. D’Annunzio dalle pagine dell’Idea nazionale attaccò pesantemente il nuovo governo che paragonò a una sfilata di statue di cera in una calda giornata d’estate. Intorno al Vate inevitabilmente si unirono tutti coloro che erano rimasti delusi dalla Conferenza di Parigi. Militari, nazionalisti, industriali, giovani e ambiziosi politici come Benito Mussolini, che da poco aveva fondato i Fasci di Combattimento.

D’Annunzio era in quell’incipiente estate del 1919 l’uomo più importante d’Italia. A lui in tanti guardavano speranzosi mentre altri iniziavano a temerlo. Il progetto di conquistare Fiume si materializzò proprio nel momento in cui fu evidente che neppure il nuovo governo avrebbe fatto qualcosa. L’hotel romano, dove il poeta viveva, divenne la meta di pellegrinaggi che avevano un solo obiettivo: passare dalla programmazione alla definitiva azione. Sul finire del giugno del 1919 iniziò a formarsi l’esercito volontario fiumano, cioè quel corpo paramilitare che avrebbe dovuto fisicamente conquistare, presumibilmente nel successivo mese di novembre, la città dalmata. I volontari venivano da tutta Italia e reperire le armi non fu poi difficile.

D'Annunzio con l'esercito volontario fiumano

D’Annunzio con l’esercito volontario fiumano

Tuttavia un’azione militare con solo volontari appariva un’operazione rischiosa e dall’esito incerto. Ma in soccorso di D’Annunzio arrivarono i granatieri di stanza nella città affacciata sul golfo del Quarnaro, che erano stati costretti, dopo uno scontro sanguinoso con i soldati francesi a lasciare Fiume. Umiliati ma non domati, i granatieri videro nel poeta l’unico in grado di riscattare quell’onta. Alcuni ufficiali scrissero a D’Annunzio una lettera in cui gli chiedevano di mettersi alla testa di un esercito il cui motto sarebbe stato Fiume o morte. Un atto non certo marginale, il primo caso di un’azione sediziosa “consumatosi nell’esercito italiano dalla sua fondazione”, come sottolineato dallo storico Mondini, un episodio grave che rompeva quel tradizionale spirito militare.

Il 12 settembre 1919, 2500 fra soldati e volontari entrarono in Fiume senza sparare un colpo di fucile. Alla testa un febbricitante D’Annunzio con accanto il gigantesco Guido Keller, che aveva provveduto a reperire i carri militari. Poche ore dopo, mentre D’Annunzio arringava la folla dal balcone del Palazzo del Governo, l’agenzia giornalistica “Stefani” diffondeva uno scarno comunicato con cui dava notizia che alcuni reparti di granatieri e nuclei di arditi con mitragliatrici e autoblindate, partiti da Ronchi, erano arrivati a Fiume a mezzogiorno guidati da Gabriele D’Annunzio. Nel comunicato si precisava anche che non era stato segnalato alcun disordine.

La notizia dell’impresa fiumana scosse Nitti e buona parte della politica italiana. Nessuno immaginava che quei rumors su una possibile azione militare che da settimane aleggiavano, potessero rispondere al vero. Ma da Roma l’input fu chiaro. Biasimare con forza l’azione ma cercare al tempo stesso una mediazione con D’Annunzio. Il timore di Nitti ma anche del socialista Turati era che Fiume potesse innescare altri fuochi in più parti d’Italia seminando il germe della rivoluzione.

D’ANNUNZIO E LA REGGENZA ITALIANA DEL CARNARO

La temuta rivoluzione non ci fu, ma Fiume per Roma continuava a rappresentare un problema anche perché a livello internazionale le pressioni perché la questione fosse risolta si facevano sempre più forti. Nitti, che di certo non stimava D’Annunzio, affidò al generale Badoglio il compito di provare a convincere il poeta a porre fine all’occupazione della città. D’Annunzio e Badoglio si conoscevano e si apprezzavano ma nonostante ripetuti incontri lo stallo non fu superato. Il Vate non aveva alcuna intenzione di lasciare Fiume, di cui era divenuto per acclamazione Governatore. Anzi sul finire del 1919 pensò seriamente di trasformare la città in uno stato indipendente. E così fu.

D’altra parte a chi cercava di convincerlo a lasciare Fiume D’Annunzio rispondeva con il suo proverbiale e poliedrico stile, ricorrendo a diversi registri comunicativi. Passava dal latineggiante hic manenibus optime (qui staremo benissimo) al più prosaico e incalzante Me ne frego, celebre motto dannunziano che, come la celebre canzone Giovinezza e non solo, fu poi adottato dai fascisti.

L’idea di proclamare la repubblica divenne per D’Annunzio una necessità, anche perché le condizioni di vita della popolazione fiumana erano decisamente peggiorate. Il poeta aveva bisogno di placare il malcontento per una situazione che sembrava senza via d’uscita. A distanza di alcuni mesi dalla trionfale entrata dei legionari la realtà della città era notevolmente peggiorata. Mancava il lavoro, talvolta il cibo e aumentavano furti e crimini di ogni tipo. In questo clima anche il mito di D’Annunzio stava rapidamente declinando.

Il 30 agosto 1920 nel gremito teatro Fenice di Fiume, D’Annunzio con la sua solita oratoria ridondante annunciò la nascita della repubblica che sarà riconosciuta, e non a caso, dalla sola Russia di Lenin. La stesura della rivoluzionaria carta costituzionale fu riservata ad Alcesti De Ambris, un sindacalista di sinistra, mentre al Vate spettò la creazione della bandiera e del nome. Lui, da sempre inventore di neologismi (da Maciste, per il film Cabiria, passando per La Rinascente, per tramezzino o velivolo) scelse il poetico Reggenza italiana del Carnaro.

In seguito raccontò di aver avuto l’intuizione nel pieno di una notte insonne. Quel nome, un endecasillabo, piacque subito al Vate, d’altra parte, come scrisse al capitano Piffer, “il ritmo ha sempre ragione”. D’Annunzio mise molto del suo anche nella stesura della premessa della Carta costituzionale del neonato stato, specie nei richiami all’antica Roma, alla civiltà latina, nonché al Carnaro italiano di Dante Alighieri. Lo statuto voluto dal poeta pescarese rappresentò indubbiamente qualcosa di unico nel panorama costituzionale europeo e non solo.

Con la Reggenza italiana del Carnaro veniva delineata una repubblica aconfessionale (anche se ogni tipo di culto era ammesso), democratica (guidata da sette rettori anche se era prevista in casi di necessità la possibilità che il comando fosse dato a un’unica persona), profondamente egualitaria e con evidenti richiami al modello sovietico, che D’Annunzio conosceva.

Mussolini, alcuni giorni dopo l’emanazione della Carta, commentò sul suo Popolo d’Italia: “Gli Statuti dannunziani non sono un componimento letterario, di sapore arcaico, come si è detto da taluni. No. Sono Statuti vivi e vitali. Non soltanto per una città, ma per una nazione. Non soltanto per Fiume, ma per l’Italia. Ci riteniamo ancora, come un anno fa, soldati disciplinati agli ordini del Comandante”. Commenti a parte l’aspetto più interessante della Carta della Reggenza del Carnaro era dato dalla totale assenza di discriminazioni, di differenze. Tutti i cittadini erano davvero uguali fra loro, un principio oggi scontato ma che all’epoca rappresentava un unicum. L’articolo 2 riconosceva la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione. Alle donne fu concesso immediatamente il diritto al voto, conquista che in Italia fu faticosamente raggiunta solo nel 1946 ma l’universo femminile fu anche interessato dall’obbligo di prestare il servizio militare.

La Carta garantiva la libertà di stampa, riunione, associazione e pensiero. Veniva riconosciuto il divorzio e la parità salariale fra uomini e donne. L’istruzione veniva garantita per tutti e gratuitamente. Particolare attenzione era riservata all’insegnamento della musica che il Vate riteneva fondamentale nella formazione dell’uomo nuovo, di quell’uomo fiumano che avrebbe fatto da apripista alla rigenerazione di quello italiano.

Dal punto di vista sociale la Carta del Carnaro prevedeva un’economia di tipo corporativistico (composta da dieci corporazioni) e un’originale rilettura della proprietà privata che lo Stato non riconosceva “come il dominio assoluto della persona sopra la cosa” ma la considerava “come la più utile delle funzioni sociali”. Il corporativismo della Carta, come sottolineato dallo storico Renzo De Felice, non aveva nulla a vedere “nello spirito e nella sostanza, non solo con il corporativismo cattolico, ma anche con il corporativismo e con i programmi di riforma politico-sociale fascisti”. Era qualcosa di nuovo, assolutamente primigenio, innervato di concetti che facevano apparire obsolete anche le più innovative idee socialiste.

Il sistema economico e sociale fiumano prevedeva un fitto ed elaborato programma assistenziale verso le categorie più deboli, dai malati ai disabili passando, ovviamente, per gli anziani. Ma l’aspetto più innovativo dello statuto fiumano era certamente quello legato ai diritti e al clima di libertà che quella Carta emanava e che anni dopo fece dire allo storico Renzo De Felice che il Sessantotto italiano era nato a Fiume.

Nei quindici mesi di durata della Reggenza italiana del Carnaro Fiume divenne “la città della vita” come la amava definire D’Annunzio, un luogo dove tutto era lecito, dove la morale era un concetto del tutto estraneo e la trasgressione la norma. A Fiume si praticava il libero amore, che in pieno Sessantotto tanto scandalizzò i benpensanti, il naturismo e l’omosessualità era la normalità. Una città anarchica, un caratteristica che fece arrivare a Fiume genti da tutto il mondo per la soddisfazione di D’Annunzio che vedeva realizzarsi un suo atavico sogno. La città dalmata, come intuito da Claudia Salaris nel libro “Alla Festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume”, divenne, “una sorta di piccola controsocietà, con idee e valori non propriamente in linea con quelli della morale corrente, nella disponibilità alla trasgressione della norma, alla pratica di massa del ribellismo”.

Il clima di eccitazione che aveva animato i legionari al momento dell’impresa, si riattizzò all’indomani della proclamazione ufficiale del nuovo stato, l’8 settembre 1920. Furono tanti gli artisti, i letterati, gli uomini di ingegno che si riversarono a Fiume. Fra loro il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti ma anche uno scrittore in erba come Giovanni Comisso che con Guido Keller fondò Yoga, l’Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione. Come scritto da Giordano Bruno Guerri, Yoga non era né un partito, tantomeno un vero e proprio movimento politico, ma un’aggregazione di creativi che concepivano scherzi, burle, azioni dimostrative, per mettere alla berlina gli amanti dell’ordine e della disciplina.

Il giovane Comisso, all’epoca dell’esperienza fiumana aveva venticinque anni, visse nella città dalmata un’esperienza da figlio dei fiori ante litteram, stanco dei ritmi cittadini, del caos delle metropoli, desideroso di un’esistenza condivisa con pochi amici, fatta di solitudine agreste, a contatto con la natura: “Si mangia il miele” – scrisse – “la frutta matura del mese, latte e burro. Alla sera sotto la pergola. Stiamo sulla cima di un colle, sopra un torrente. Alla notte si va a girare nei boschi pieni di usignoli, si dorme sotto gli alberi. È veramente una vita senza pari e mai sperata che potesse esser attuata per il mio corpo”.

L’INTERVENTO DELL’ESERCITO REGIO E LA SCONFITTA DEL LEGIONARISMO FIUMANO

Ma quel lembo di libertà non poteva durare a lungo e questo Giovanni Giolitti, che il giugno 1920 aveva formato il suo quinto governo, lo sapeva bene, specie all’indomani della firma dell’accordo di Rapallo, avvenuta il 12 novembre 1920. Quell’accordo, che Mussolini giudicò inevitabile, necessario, fra l’Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, vide la nascita del futuro Stato libero di Fiume, qualcosa di ben differente dall’entità libertaria e liberale concepita da D’Annunzio.

Il vecchio politico piemontese, come scrisse nelle sue memorie, si convinse ad agire quando si rese conto che era del tutto “inutile cercare di indurre alla persuasione il D’Annunzio e i suoi compagni della necessità e del dovere di inchinarsi alle disposizioni del Trattato di Rapallo”. D’altra parte Fiume era un vulnus per la vita italiana e un rischio, anche per il notevole numero di armi e munizioni che vi si trovavano, una ferita che andava definitivamente suturata. Per la creatura partorita dal Vate il conto alla rovescia era fatalmente cominciato.

Il 24 dicembre 1920 truppe dell’esercito italiano, guidate dal generale Caviglia, iniziarono ad attaccare Fiume. D’Annunzio chiamò tutti alla difesa della città, chiedendo di resistere disperatamente, “uno contro dieci, uno contro venti”, vaticinando a suo modo che nessuno sarebbe passato, se non sui loro corpi. L’attacco dell’esercito regio fu caratterizzato prima da un violento cannoneggiamento dal mare sulle istallazioni militari e di governo e poi dal vero e proprio assalto via terra.

Dopo giorni di scontri la resistenza dei legionari fu piegata e D’annunzio poco dopo capitolò. Rimasto lievemente ferito, stanco, demoralizzato e deluso da un popolo che “non si cura[va] di distogliere neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia”, alzò definitivamente bandiera bianca.

La popolazione fiumana non condivideva più gli idilliaci propositi del poeta. Aveva fame e anelava a una vita, magari meno entusiasmante, ma assolutamente normale. Alla fine di quella breve guerra, che per la prima volta aveva messo gli italiani contro, lasciando sul campo oltre cinquanta morti, la libera e anarchica Fiume era caduta per sempre. L’ultimo giorno del 1920 fu firmato l’accordo definitivo che prevedeva la nascita di un governo provvisorio. Il 18 gennaio 1921 D’Annunzio pronunciò dal balcone del Palazzo del Governo il suo ultimo discorso. Gli echi trionfali di qualche mese prima, quando, osannato, proclamava la conquista di Fiume, erano solo un triste ricordo. Poche ore dopo il poeta lasciava la cittadina dalmata a bordo di una macchina, destinazione Venezia.

Veniva così, ammainata la bandiera su Fiume, ma quell’esperienza, al netto di tante giuste considerazioni storiche, rappresentò una sorta di spartiacque nella politica italiana. Anche se in seguito, per vari motivi e da diverse parti politiche, l’impresa fiumana fu derubricata a poco più di una goliardia, quei fatti influenzarono, e non poco, molte esperienze politiche e sociali che caratterizzarono il Novecento, come il Fascismo ma anche i movimenti di estrema sinistra e destra di fine anni Sessanta e Settanta.

Il 6 giugno 1920, sei mesi prima della capitolazione, D’Annunzio così aveva parlato all’anarchico Randolfo Vella, direttore di Umanità Nova, della sua Fiume: “è mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione eminentemente comunista verso tutte le nazioni oppresse”.

 

 

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