Luis Silvio Danuello, il campione bidone. Storia di un calcio di altri tempi

Mondiali di calcio 1966: l'Italia è sconfitta dalla Corea del Nord

Oggi le nostre squadre di calcio sono delle vere e proprie multinazionali, zeppe di giocatori stranieri provenienti dalle più disparate latitudini del cosmo, al punto che trovare un calciatore italiano in formazione è una vera e propria chimera. Ma non è stato sempre così. C’è stato un anno, infatti, in cui il calciatore straniero, magari dal nome esotico e impronunciabile, fu un desiderio irrefrenabile per i tifosi nostrani, un sogno da cullare, uno di quelli che si fanno al limitare dell’alba, di quelli che non si dimenticano più. Estate 1980, l’Italia calcistica, dopo un regime autarchico, durato quasi quindici anni, riapriva, nell’entusiasmo generale, le proprie frontiere.

ERA L’ANNO DEI MONDIALI, QUELLI DEL ’66

Edmondo Fabbri, il CT della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1966

Edmondo Fabbri, il CT della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1966

La decisione di sbarrare gli italici confini ai calciatori stranieri, era stata presa dagli organi federali nel lontano 1966, dopo la disfatta inglese nella “perfida Albione”, quando le nostre speranze erano franate impietosamente sotto i colpi dei maniscalchi nordcoreani. Era l’anno dei mondiali, quelli del ’66, come cantò anni dopo Antonello Venditti, e per noi quell’edizione fu fatale. La nazionale italiana di calcio subì l’onta della sconfitta per mano di Pak Doo Ik “il dentista”, in realtà non lo era ma i miti, specie quelli del tutto inventati, sono duri a morire.

Italia 0 – Corea del Nord 1. L’indignazione nazionalpopolare fu assoluta, con tanto di pomodori lanciati sul povero CT Edmondo Fabbri, ritenuto da tutti come principale responsabile. Il capro espiatorio fu trovato nell’invasione di calciatori stranieri che, mortificando i nostri vivai, non garantivano campioni alla nazionale. Per questo si decise a furor di popolo di serrare l’arrivo dei calciatori d’oltralpe, lasciando che sui campi verdi corressero solo italici maestri della pedata.

LA SVOLTA DEL 1980: UN CALCIATORE STRANIERO PER SQUADRA

A sx Liam Brady (Juve) - a dx Herbert Prohaska (Inter)

A sx Liam Brady (Juve) – a dx Herbert Prohaska (Inter)

Ma quell’editto proibizionista arrivò al capolinea in quell’estate del 1980, quando gli italiani canticchiavano le strofe di Luna, di uno sconosciuto Gianni Togni e quelle di Amico, del ben più noto Renato Zero, e i tifosi cominciarono a sognare. Fu una timida apertura, in verità, uno straniero per squadra, ma fu, comunque, una rivoluzione. I giornali sportivi e non mostravano a tutta pagina le foto dei calciatori stranieri che iniziavano ad arrivare in Italia.

A Torino, sponda Juventus, arrivò l’irlandese Brady. L’Inter, l’Ambrosiana di fascista memoria quando il nome Internazionale non era proprio ideale, prese l’austriaco Herbert Prohaska. Il Napoli del vulcanico presidente Ferlaino ingaggiò l’olandese Krol, mentre l’argentino Daniel Bertoni vestì la maglia della Fiorentina.

LUIS SILVIO DANUELLO ALLA PISTOIESE: DA CAMPIONE A BIDONE

Luis Silvio Danuello

Luis Silvio Danuello

A Roma, il 10 agosto, sbarcò a Fiumicino Paolo Roberto Falcao, per tutti il Divino, direttamente dal Brasile e da quella fucina di talenti incredibili arrivò anche un perfetto sconosciuto: Luis Silvio Danuello. In quella calda estate, infatti, anche la neopromossa Pistoiese, con la mitica maglia arancione, non rimase immune dall’esterofilia; anche quella squadra di provincia avrebbe avuto il suo acclamato straniero. Per questo il presidente Marcello Melani, che in pochi anni aveva portato il suo team dalla serie D all’agognata serie A, incaricò l’allenatore in seconda, Beppe Malavasi, di scovare nella terra del samba, un campione in erba capace di entusiasmare a suon di goal i pistoiesi, regalando loro la salvezza.

Una storia, quella che vide l’acquisto di Luis Silvio da parte della Pistoiese, che sembrò essere stata scritta dallo sceneggiatore del film L’Allenatore nel pallone. Malavasi andò a vedere la partita Ponte Preta – Comercial e scattò il colpo di fulmine. In quella match, infatti, Luis Silvio firmò una doppietta che regalò alla sua squadra la vittoria. Il tecnico della Pistoiese, come Lino Banfi dopo aver visto Aristoteles, si precipitò negli spogliatoi, riuscendo a strappare l’agognato sì, per 170 milioni di lire, a quello che sarebbe stata la stella della piccola compagine toscana.

Luis pochi giorni dopo arrivò a Pistoia fra l’entusiasmo di dirigenti e sostenitori, che, come i supporter virtuali della Longobarda, iniziano a sognare, perché nella stagione più effimera dell’anno, ognuno è autorizzato a farlo. Ma la realtà fu ben diversa dalla fantasia. Bastarono solo sei giornate per trasformare il futuro campione in bidone e dal campo Luis Silvio passò alla panchina e poi mestamente alla tribuna. Pochi mesi dopo Luis lasciò l’Italia nel silenzio generale per tornare in Brasile. Tornerà da noi l’autunno successivo per definire la risoluzione del contratto che lo aveva, poco prima, legato alla Pistoiese per sei anni. Da quel momento in poi Luis Silvio sparì dai radar e iniziarono a circolare leggende incredibili sul suo conto e su come si prodigasse per tentare di sbarcare il lunario.

Alcuni giurarono di averlo visto vendere gelati allo stadio di Pistoia, altri, più fantasiosi, sostennero che il calciatore brasiliano avesse recitato in alcuni film porno. Fantasie di munifici tifosi e di giornalisti, la realtà fu più scontata e vide Luis tornare in Brasile e riprendere a giocare a calcio fino a chiudere la carriera, non certo epica, nel 1987. Ma in quell’anno, in cui si telefonava usando i gettoni e si “vedevano” le partite alla radio ipnotizzati dalle voci del sonoro Enrico Ameri e del rauco Sandro Ciotti, Luis Silvio Danuello scrisse, suo malgrado, una pagina fatta si sogni e delusioni, di speranze e di goal mai urlati, che si persero nel silenzio di un calcio che, di lì a poco, sarebbe del tutto scomparso, sopraffatto da un roboante, luccicante e milionario carrozzone, dispensatore di sogni da vendere a carissimo prezzo.

 

Al mio amico Roberto Paesani, nostalgico come me di un calcio che non esiste più.

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