Settantacinque anni fa in una giornata di inizio primavera nella Roma occupata dai nazisti veniva compiuta una delle stragi più vigliacche mai concepite, l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Questo è il racconto di quell’orrore.

IL MASSACRO DELLE FOSSE ARDEATINE

Roma, giovedì 23 marzo, ore 17.15. Sono trascorse meno di due ore dall’attentato di via Rasella, una strada a pochi metri dalla centrale piazza Barberini e dall’omonimo palazzo intitolato a una delle famiglie più famose della Roma barocca. Al comando tedesco, a poche centinaia di metri dalla splendida Villa Borghese, la tensione è alle stelle. La notizia dell’attentato dinamitardo partigiano che ha causato diverse vittime fra i soldati tedeschi, ha scatenato la dura reazione di Hitler che, dal suo rifugio, pretende un’immediata rappresaglia, “che faccia tremare il mondo”.

La soluzione è semplice, per ogni tedesco ucciso devono essere fucilati fra i 30 e i 50 italiani, solo così l’onore dei nazisti potrà ritenersi salvo. Non si tratta certo di una novità.

L'attentato di Via Rasella

L’attentato di Via Rasella

Il ricorso alla rappresaglia è stato già attuato dai tedeschi. A Ladispoli, un paese a nord di Roma, il 2 ottobre 1943, Pietro Fumaroli, Giuseppe Canu e Renato Posata, vengono giustiziati dai nazisti. Alla base dell’esecuzione di quegli innocenti c’è solo la sorte avversa. Quei tre ragazzi, insieme ad altri sette italiani, erano stati rastrellati dai soldati tedeschi e obbligati ai lavori forzati. La notte prima, però, tre di quei dieci riescono a fuggire e a darsi alla macchia nei campi che degradano verso il mare.

Un’onta inaccettabile per i tedeschi, per la quale qualcuno deve pagare. Per questo alle primi luci dell’alba i sette italiani vengono riuniti, posti in cerchio e sottoposti a un macabro gioco, quello del cerino acceso. La vittima designata sarà quella a cui il cerino fatalmente si spegnerà in mano. Quell’orrendo gioco viene ripetuto altre due volte. La sorte si accanisce su Pietro, Giuseppe e Renato. Saranno loro a essere fucilati, non prima, però, di essersi scavati la loro fossa.

La rappresaglia, dunque, è una soluzione normale per i nazisti, appartiene al loro Dna. Per questo nel pomeriggio del 23 marzo 1944 non è in discussione se attuarla ma solo come effettuarla e a questo pensano tre ufficiali tedeschi: Maeltzer, Kappler e Dollmann. Dopo concitate discussioni i tre stabiliscono che la proporzione adottata sarà quella di 10 italiani per ogni tedesco morto.

Herbert Kappler

Herbert Kappler

“L’ORDINE È GIÀ STATO ESEGUITO”

Kappler viene incaricato della redazione della lista degli italiani da fucilare. Non c’è tempo da perdere, l’esecuzione, come ordinato dal  feldmaresciallo Kesselring, deve essere immediata. Per questo il capo della Gestapo a Roma si mette subito al lavoro. Sulla capitale è ormai scesa la sera e la lista non è ancora completa e il tempo fatalmente stringe. Kappler pensa di inserire i condannati a morte in attesa di esecuzione ma sono soltanto tre.

L’ufficiale tedesco lavora tutta la notte per stilare la lista. Sente il fiato sul collo, sa che un ordine del Fuhrer non può essere disatteso, pena pesanti conseguenze. Per questo incontra il questore di Roma Pietro Caruso, si consulta con alcuni ufficiali tedeschi e si reca prima  alle prigioni del Viminale, dove da alcune ore sono ammassate 250 persone arrestate in via Rasella subito dopo l’attentato gappista, poi in quelle di via Tasso.

Alle prime luci dell’alba, grazie anche all’aiuto fornito dal capitano delle SS Erich Priebke, i nomi su quella famigerata lista arrivano a 269 unità. Ma non sono ancora sufficienti, anche perché, nel frattempo, le vittime tedesche di via Rasella sono diventate 32 e quindi il numero delle persone che devono essere uccise sale a 320.

A colmare quell’elenco di morte, per precisa volontà di Kappler, saranno gli stessi italiani. Al capo della Gestapo non importa come, interessa solo il quando. I nomi dovranno pervenire entro e non oltre le ore 13 del 24 marzo, non un minuto di più.

Risolto il problema della lista Kappler si mette a lavoro per organizzare l’esecuzione, oliando gli ingranaggi della macchina della morte. Deve scegliere gli esecutori materiali e scovare un luogo il più possibile idoneo. Per quanto riguarda il primo problema la soluzione è presto trovata. È Kappler in persona a scegliere 74 suoi fedelissimi.

Più complicato trovare il luogo adatto ma arriva il suggerimento di un sottoposto, il capitano Kohler. Questi indica al suo superiore delle vecchie cave che si trovano sulla via Ardeatina, proprio davanti alle Catacombe di San Callisto e Domitilla.

A suo avviso è un posto ideale per compiere la strage. Lontano da occhi indiscreti, distante da orecchie inopportune. Si tratta di cave di pozzolana da tempo dismesse, situate sulla strada che porta ad Ardea, a sud di Roma. I genieri, mandati all’uopo, confermano la bontà del sito. Saranno quelle cave la tomba per degli innocenti. Quando il sole è ormai alto sulla capitale le porte dell’inferno iniziano a spalancarsi.

Mausoleo delle Fosse Ardeatine

Mausoleo delle Fosse Ardeatine

Dalle carceri di Regina Coeli, a pochi chilometri dal Vaticano, e da quella di via Tasso, vengono prelevati i primi prigionieri. Escono dalle celle in fila, con le mani legate dietro la schiena e fatti salire sulle camionette nel frattempo sopraggiunte. I più non intuiscono il motivo di quell’insolito ordine. Qualche detenuto, però, comprende. Come don Pietro Pappagallo, cappellano delle suore del Bambin Gesù, che “alloggia” nella cella 13 di via Tasso. Lui è uno dei primi Todeskandidaten e sa che sta andando incontro alla morte.

Mentre le prime camionette, di norma usate per trasportare la carne appena macellata, arrivano nelle prime ore del pomeriggio alle cave sull’Ardeatina, nella stanza del direttore del carcere di Regina Coeli la tensione è alle stelle.

Il questore Caruso mette fretta ai suoi collaboratori. Bisogna trovare in fretta altri nomi per completare la lista che nel frattempo ha raggiunto le 330 unità, visto che un altro tedesco ferito in via Rasella è morto.

Alle 15.30 il massacro delle Fosse Ardeatine ha ufficialmente inizio. I condannati vengono fatti entrare a gruppi di cinque in una delle tante gallerie delle cave. I soldati tedeschi sparano, le vittime cadono in terra. Kappler è li che assiste. Nel frattempo la lista è completata. A Regina Coeli i detenuti vengono prelevati a caso. Sui camion della morte salgono anche dieci italiani che pochi dopo giorni sarebbero tornati liberi. Urla, spari, morti.

La vergognosa mattanza prosegue. Il conto delle vittime sale, tutto funziona perfettamente. Intorno alle 20 di quel 24 marzo la rappresaglia ha termine. Nella concitazione, però, non ci si accorge che a essere uccisi sono 335 persone, 5 in più rispetto al numero pattuito. Poco male, pensano i tedeschi, si tratta in fin dei conti di italiani, di gente che ha tradito.

Kappler è soddisfatto. Si congratula con gli esecutori materiali e li esorta, prima di andar via, a cancellare ogni traccia. Per questo gli accessi alle cave vengono fatti brillare con dell’esplosivo. Ora non resta che avvisare Hitler e prendersi i meritati complimenti per quel massacro.

Alle 22.55 del 24 marzo 1944 il comando tedesco dirama alla stampa italiana il comunicato dell’avvenuta rappresaglia contro i “comunisti-badogliani”. Delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine 69 sono militari, 257 i civili. Gli ebrei sono 71.

Solo 326 saranno le vittime identificate, nove di loro non avranno neppure un nome. A quei 335 morti si aggiungerà un’ulteriore vittima: Fedele Rasa. Quel 24 marzo si trova nei pressi delle cave, è lì per raccogliere come altre volte della cicoria. Non sente, per la sordità dovuta all’età avanzata, l’alt di un soldato tedesco ma lo vede imbracciare il fucile e fare fuoco. La donna cade in terra, tenendo in mano la poca verdura appena raccolta.

Su quel luogo di morte ora sorge il Sacrario delle Fosse Ardeatine, la cui costruzione ebbe inizio il 22 novembre 1947. Alessandro Portelli così scrive nel suo bellissimo L’ordine è stato già eseguito:

“Le Fosse Ardeatine non sono il luogo in cui molte storie finiscono, ma quello da cui un’infinità di altre storie si diramano”.

Per non dimenticare perché la memoria è l’unica speranza per non rivivere certi orrori.

 

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