Alle 12.57 dell’8 luglio 1978 nell’emiciclo della Camera dei Deputati a Roma parte spontaneo un lungo applauso. L’Italia, in quell’anno difficile, a quasi due mesi dal ritrovamento del corpo di Moro in una Renault rossa, all’incrocio fra la politica e la storia, ha il suo nuovo presidente della Repubblica, il settimo della sua breve storia. È il socialista Alessandro Pertini, per tutti Sandro, nato ottantadue anni prima a San Giovanni di Stella, una frazioncina in provincia di Savona, poche case, una bella chiesa, un minuscolo cimitero e stradine impervie che innervano un territorio sospeso fra il mare e il cielo. Quando il 15 giugno il presidente della Repubblica Giovanni Leone irrompe nelle case degli italiani con un irrituale annuncio tv, ribadendo di essere un uomo onesto e anticipando le sue dimissioni, nessuno pensa a Sandro Pertini come suo successore.

COME SI ARRIVÒ ALL’ELEZIONE DI SANDRO PERTINI?

Sandro Pertini, il settimo Presidente della Repubblica

Sandro Pertini, il settimo Presidente della Repubblica

Il candidato più accreditato a subentrare all’avvocato napoletano, travolto da una campagna accusatoria basata su presunti e mai dimostrati coinvolgimenti nello scandalo Lockheed (insinuazioni che a distanza di anni risulteranno del tutto infondate), è Amintore Fanfani, il presidente del Senato, un politico che sembra essere da sempre destinato a ricoprire la più alta carica dello stato italiano. Il politico aretino, come scrive il 16 giugno 1978 sulle colonne del Corriere della sera Walter Tobagi (il giornalista che sarà ucciso dalle Br il 28 maggio 1980 a Milano, in via Salaino) già sette anni prima, nel 1971, era stato “il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana; ma alla fine aveva dovuto arrendersi davanti all’opposizione delle fronde delle sinistre”. Questa volta, però, l’elezione per Fanfani sembra certa, anche se più di qualcuno dentro e fuori dai palazzi della politica ritiene che sarebbe più opportuno eleggere un laico. Ma sono solo sussurri, spiragli che per ora si sperdono nelle calde giornate romane.

Il 29 giugno si aprono ufficialmente le votazioni per dare al Quirinale il suo nuovo, atteso inquilino. Giulio Andreotti, che in quell’incipit d’estate è ancora presidente del Consiglio, nelle ore che precedono il primo scrutinio ironicamente sentenzia: “Il Quirinale è l’ultimo colle di Roma che sia rimasto fatale”. Non si tratta di un’elezione semplice, forse è la più difficile di tutta la storia repubblicana. Gli echi drammatici della vicenda Moro non sono ancora spenti. Il paese ha paura, è frastornato, avvinto in una ragnatela di dubbi, misteri e rabbia e alla politica, che per tutti quei tragici cinquantacinque giorni ha recitato molto spesso la parte peggiore, spetta il compito di dimostrare autorevolezza, o almeno presenza.

I conciliaboli nelle fumose stanze dei partiti nelle ore che lambiscono il più importante rito repubblicano, sono tesi e perlopiù inutili. Il nome non esce. Fuori c’è un paese che attende un segnale, stanco dei giochi di un potere lacero che crede di essere stato assolto e che, invece, è assolutamente colpevole. I primi tre scrutini sono solo prove di schermaglie tattiche. La DC porta avanti la candidatura di bandiera di Guido Gonnella, il PCI quella di Giorgio Amendola, mentre il PSI propone il nome di Pietro Nenni. A nulla è servito il vertice dei sei segretari dei partiti costituzionali. Il nome del settimo presidente non si trova. I socialisti avanzano allora il nome di Giolitti, essendo subito decaduta la candidatura di Vassalli, mentre i repubblicani propongono quello di Ugo La Malfa. Il profilo del politico da una vita nel partito dell’edera sembra ideale. È un laico, un uomo intransigente, professionista esperto, stimato all’estero e con un passato inattaccabile. Ma ai socialisti, in primis a Bettino Craxi, quel nome non piace. Lo stallo sembra assoluto e il tempo passa e in quel 1978, che è giunto alla sua prima metà, perdere giorni in inaccettabili bizantinismi, appare assurdo, incomprensibile.

SANDRO PERTINI, UN PARTIGIANO COME PRESIDENTE

Un giovane Sandro Pertini mentre il 26 aprile 1945 tiene un comizio nella Milano appena liberata

Un giovane Sandro Pertini mentre il 26 aprile 1945 tiene un comizio nella Milano appena liberata

La svolta arriva il 2 luglio. Il segretario del PSI Bettino Craxi lancia il nome di Sandro Pertini. L’ex presidente della Camera appare il profilo ideale per ricoprire in quel momento cruciale la più alta carica dello stato. Pertini ha un passato cristallino, è stato un partigiano vero, che ha seguito gli ideali con coerenza e coraggio, stelle che hanno sempre illuminato la sua esistenza. Ha conosciuto il carcere per il suo convinto antifascismo, ha rischiato più volte la morte, ha rifiutato con sdegno la richiesta di grazia avanzata dalla madre e ha scontato, sullo scoglio di Ventotene, la dura pena del confino.

Pertini è sempre stato coerentemente socialista anche se, talvolta, ha assunto atteggiamenti di indipendenza rispetto al suo partito, non sempre condivisi, come quando ribadì la sua opposizione, nei giorni del sequestro Moro, a ogni possibilità di trattativa, convinto che lo Stato non dovesse abdicare alla propria dignità. Il nome proposto da Craxi scuote l’ingessato mondo politico. Per alcuni è quello giusto, per altri è troppo anziano, ma nessuno può negare che si tratti di un’altissima figura. Pertini rimane sconvolto quando il suo segretario, con il quale non sono mancati contrasti e tensioni, gli prospetta l’idea della candidatura. Sulle prime rimane perplesso, poi accetta, ma a una sola condizione: che sia l’espressione di tutto l’arco costituzionale. Pensare che il suo nome possa dividere è per lui, che dalla politica non ha mai preteso nulla, dando, al contrario, sempre tutto se stesso, impensabile.

Iniziano così le trattative che appaiono, però, fin da subito difficili. Bisogna convincere tanti, forse troppi. La DC appare restia a rinunciare all’idea di avere un suo uomo al Quirinale, mentre al PCI il nome di Pertini piace. Per i comunisti, come per La Malfa, quel piccolo socialista è l’unico candidato del partito di Craxi che possa essere votato. Ma il peso democristiano conta, nonostante tutto. In questo clima di tiri incrociati la candidatura di Pertini sembra naufragare. Il 7 luglio 1978, il giorno prima della sua elezione, l’anziano socialista ai cronisti semplicemente dichiara: “non vedo l’ora di andarmi a riposare”. Per questo fa acquistare un biglietto per Nizza, per la sua amata Francia.

Ma qualcosa in quel venerdì, che anticipa un infuocato fine settimana, prende un corso del tutto inaspettato. Alle 12, dopo che per l’ennesima volta Zaccagnini ha posto il veto del suo partito sul nome di Giolitti, torna in auge quello di Pertini e il segretario democristiano accetta. Mezz’ora dopo il vecchio partigiano, mentre attraversa i corridoi di Montecitorio con in tasca il biglietto per Nizza, incontra Claudio Signorile. Il vicesegretario socialista prega Pertini di non partire, invitandolo ad andare a casa ma a non lasciare Roma perché qualcosa, a breve, potrebbe cambiare.

Pertini accetta il consiglio. A piedi raggiunge la sua abitazione, un piccolo appartamento affacciato sulla barocca Fontana di Trevi. Mangia qualcosa e poi decide di mettersi a guardare un vecchio film western, una delle sue passioni. È solo in quella piccola casa, la moglie è già a Nizza da alcuni giorni. Poi d’improvviso arriva una telefonata che gli cambierà la vita. La politica ha trovato l’accordo, sarà lui, salvo imprevisti dell’ultima ora, il settimo presidente della Repubblica. La giornata dell’8 luglio 1978 inizia presto in casa Pertini. I raggi di sole in quella mattinata romana si insinuano fra le fessure delle scricchiolanti persiane. Il vecchio partigiano non ha chiuso occhio. Lui, leone di mille battaglie, sta per affrontare un altro momento incredibile di una vita unica.

L’ELEZIONE DI SANDRO PERTINI E IL SUO PRIMO DISCORSO DA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La famosa partita a carte Fra Zoff, Causio, Pertini e Bearzot di ritorno dai mondiali di calcio del 1982

La famosa partita a carte fra Zoff, Causio, Pertini e Bearzot di ritorno dai mondiali di calcio del 1982

Alle ore 12.57 il presidente della Camera dei Deputati, il comunista Pietro Ingrao, legge per la cinquecentoseiesima volta il nome di Pertini, quanto basta per far scoppiare nell’aula un fragoroso applauso che annuncia l’elezione del politico socialista. Alla fine dello scrutinio, alle 13.21, dopo dieci giorni di lungaggini, trattative e veti incrociati, saranno 832 su 995 i voti a favore di Pertini. Una votazione senza precedenti. Si contano anche 121 schede bianche, 5 nulle e una manciata di voti che vanno a vari politici fra cui Mario Scelba, Antonio Giolitti, Benigno Zaccagnini, Ugo La Malfa. Fra questi anche il più papabile dei candidati, quell’Amintore Fanfani che, come nel 1971, è entrato nel conclave laico della Repubblica da papa e ne è uscito ancora una volta solo cardinale.

Pertini, non senza una evidente commozione, tiene un discorso coraggioso, per nulla banale, per niente scontato, in linea con la sua storia, con i suoi ideali. “Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza. Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte. Dobbiamo prepararci ad inserire sempre più l’Italia nella comunità più vasta, che è l’Europa, avviata alla sua unificazione con il Parlamento europeo, che l’anno prossimo sarà eletto a suffragio diretto. L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire. Ma dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese. Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese (…). Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti coi quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, viva l’Italia!”.
E fu, davvero, per sette anni il Presidente di tutti gli italiani, quello più amato di sempre.

 

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