Cento anni fa esatti, il 16 novembre 1919, gli italiani furono chiamati alle urne. Detta così non sembra una grande novità, vista la frequenza con cui andiamo a votare, ma le elezioni del 1919 furono per molti aspetti davvero storiche.

LE ELEZIONI DEL 1919

Per la prima volta, dopo la fine della prima guerra mondiale, gli italiani tornavano alle urne, l’ultima volta lo avevano fatto nel 1913, quando a vincere erano state le liste di Giolitti. Le elezioni del 1919 furono storiche anche perché erano le prime a tenersi con un sistema elettorale di tipo proporzionale, figlio della legge 1401 del 15 agosto 1919, fortemente voluta dal Partito socialista e dal neonato Partito popolare che da soli presero oltre la metà dei seggi a disposizione, mettendo all’angolo le tradizionali forze politiche, in primis i liberali, malinconicamente al terzo posto con il 15.91 % dei voti.

Così lo storico Maurizio Ridolfi sull’importanza di quel voto:

«Alla larga mobilitazione dei ceti proletari corrispose il marcato astensionismo dei ceti medi, disorientati e alla ricerca di una nuova rappresentanza politica. Solo due formazioni politiche vennero legittimate dal voto come partiti di massa: al Psi andò la maggioranza relativa con 156 seggi, mentre 100 toccarono al neonato Partito popolare italiano. L’insieme dei gruppi di ispirazione liberale risultò per la prima volta insufficiente a garantire il sostegno a un governo». (1)

Ma le elezioni del 1919 furono storiche anche per un’altra importante ragione. Il risultato di quelle urne vide la netta sconfitta di Benito Mussolini, nelle uniche votazioni a cui prese parte mettendoci davvero la faccia. Nelle due successive tornate elettorali, infatti, quelle del 1921 e del 1924, dopo quella data di fatto non si votò più, il partito fascista scelse di non presentarsi più da solo, preferendo comparire all’interno di listoni nazionali.

L’ITALIA IN QUEL FATIDICO 1919

Alle elezioni del 1919 si giunse in un clima davvero difficile e non solo dal punto di vista politico. L’Italia, pur uscita vincitrice dalla Prima Guerra mondiale, era stata solennemente sconfitta al tavolo della pace. A Parigi, infatti, le rivendicazioni territoriali, promesse a Londra nell’aprile del 1915, si erano pressoché volatilizzate.

Non andava meglio sul piano sociale con le proteste degli operai, dei contadini e dei reduci, rivendicazioni di natura diversa ma accomunate da un unico destinatario: il governo che per questi vari soggetti era incapace di dare adeguate risposte alle loro istanze.

L’Italia che si apprestava ad entrare nella cabina elettorale, rispetto a quella precedente il conflitto, era profondamente cambiata. Le masse, prima deboli comparse, dopo tre anni di guerra erano mutate, pretendendo di essere ascoltate, difese, aiutate.

Nelle maleodoranti trincee moltissimi italiani avevano imparato non solo a combattere e a guardare la morte in faccia ma anche a leggere. Nelle lunghe, estenuanti pause fra un assalto e l’altro, molti nostri soldati avevano iniziato a leggere non solo i giornali ma anche gli opuscoli e tutto quel materiale che, spesso, clandestinamente, passava di mano in mano.

In quegli anni di guerra in molti al fronte, per la prima volta nella loro vita, avevano iniziato a farsi delle idee politiche proprie, un fatto rilevante che avrebbe pesato e non poco nel segreto dell’urna.

Don Luigi Sturzo

Don Luigi Sturzo

Per questo il quadro politico, con l’affacciarsi sulla scena politica di nuovi soggetti, in primis il Partito popolare italiano, era sensibilmente mutato. Fondato nel gennaio del 1919, dal sacerdote siciliano Luigi Sturzo, il Partito popolare, deliberatamente interclassista e interconfessionale, anche se basato su solidi principi cristiani, rappresentava la vera novità politica in quell’affannoso 1919.

Due mesi dopo era stata la volta del Movimento dei Fasci di Combattimento, composita forza politica fondata a Milano dal giovane ex socialista Benito Mussolini. In mezzo a queste evidenti novità, non dimenticando il ruolo del Partito Socialista che, pur nato da diversi anni, esercitava un peso politico molto rilevante, specie dopo la rivoluzione sovietica del novembre 1917, c’era la vecchia politica, quella prebellica, incastonata su figure quali Giolitti e Orlando ma anche su sbiadite novità come Francesco Saverio Nitti, il cagoia di dannunziana memoria.

Il clima che precedette le elezioni del 1919 fu il più difficile di sempre. Alle rivendicazioni dei lavoratori, a quelle degli ex soldati, agli scioperi e alle violenze che si verificavano a ogni latitudine dello stivale, si aggiunse nel settembre di quello stesso anno la crisi fiumana, con l’occupazione da parte di Gabriele D’Annunzio e dei suoi commilitoni della città istriana.

Se durante la campagna elettorale la posizione dei partiti in lizza fu sostanzialmente chiara, meno netta fu quella dei fascisti. Il movimento creato da Mussolini annaspava fra posizioni decisamente socialistizzanti e altre marcatamente irredentiste e nazionaliste. D’altra parte questa confusione ideologica era figlia della natura ondivaga del movimento nato il 23 marzo, nel quale erano confluiti esponenti di diversa estrazione: dai sindacalisti di sinistra agli arditi; dai nazionalisti ai monarchici, passando per i sostenitori della repubblica e gli attivissimi futuristi. Insomma allo stato dell’arte si trattava più di un variegato movimento di opposizione che di una composita forza di governo. Tenere insieme un simile mare magnum era un’impresa oggettivamente non semplice, specie in previsione di elezioni decisive.

LA STRATEGIA DI MUSSOLINI IN VISTA DELLE URNE

Nel primo congresso del Movimento dei Fasci, tenutosi a Firenze il 9 e 10 ottobre 1919, Mussolini ribadì quanto andava sostenendo da alcune settimane relativamente alle strategie elettorali. Per lui la soluzione migliore era quella di presentarsi non da soli ma all’interno di un blocco elettorale. I fascisti avrebbero formato liste comuni con i volontari di guerra, gli arditi, gli smobilitati, i combattenti ma anche i repubblicani, i socialisti interventisti e gli immancabili futuristi. Una soluzione decisamente pasticciata che non piacque a molti iscritti, specie a quella componente più conservatrice e dalle simpatie decisamente monarchiche.

L’idea del blocco naufragò rapidamente e non solo per l’opposizione interna. A respingere l’accordo con i fascisti furono in primis quelle stesse forze di sinistra a cui Mussolini si era rivolto. Repubblicani e socialisti interventisti, in realtà, provarono ad aprire un dialogo ma la conditio sine qua non che misero sul tavolo fu per il futuro duce indigesta. Le due forze politiche pretesero che nelle liste non comparisse il nome di Mussolini, la cui presenza, come scrisse Angelo Tasca nel suo Nascita e avvento del fascismo, rischiava di risultare «un handicap di fronte agli elettori». Un simile veto era per il capo del Fascismo inaccettabile e così quell’accordo, prima ancora di nascere, colò a picco.

Ma anche le altre forze chiamate in causa da Mussolini, a cominciare da quella degli ex combattenti, rispedirono al mittente la proposta di alleanza avanzata dall’ex maestro di Predappio. Allo sconfitto Mussolini non rimase che andare alle elezioni da solo, ben sapendo quali fossero i rischi di una simile strategia. Il timore per il capo dei Fasci di Combattimento, nell’imminenza del voto, era quella di un flop della sua lista elettorale, e fu facile profeta.

LA SCONFITTA ELETTORALE E LA REAZIONE DI MUSSOLINI

Le sue pessimistiche aspettative si dimostreranno oltremodo veritiere, visto che i risultati elettorali delle elezione del 1919 furono drammatici. A Predappio, addirittura, la lista non prese neppure un voto. Non andò meglio a Milano, dove pure il Fascismo era nato. Furono solo 4657 gli elettori che votarono il Movimento dei Fasci e di questi solo 2427 espressero la loro preferenza per Mussolini.

Insomma un insuccesso totale, reso ancor più evidente dalla netta affermazione degli odiati socialisti che non solo trionfarono a Milano ma in tutta Italia, risultando, con un 1.834.792 voti, di gran lunga il primo partito a livello nazionale. Uno dei trionfatori delle elezioni del 1919 fu il segretario socialista Nicola Bombacci.

Uno dei futuri fondatori del partito comunista, morto fucilato dai partigiani a Dongo accanto a Benito Mussolini, nel corso della sua campagna elettorale, prevalentemente svolta nel Ravennate, una delle zone più rosse d’Italia, aveva più volte esclamato: «tagliatemi pure la testa se entro un mese non avrò costretto il re, perdio, a fare le valigie».

Ai trionfi dei socialisti e dei popolari, fece da contraltare la disfatta fascista. Nessuno dei candidati, a cominciare da Mussolini, venne eletto, neppure il futurista Marinetti e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, nonostante si fosse particolarmente speso per la sua candidatura. Se in pubblico il futuro Duce negava il disastroso esito delle urne, al massimo edulcorandolo, in privato, ammetteva la portata di quella clamorosa sconfitta.

La misura per il Benito nazionale era colma, acuita anche dagli sfottò dei suoi ex compagni socialisti che per le vie di Milano, nelle ore successive al voto, inscenarono un finto funerale, con tanto di bara di Mussolini, seguita dagli ideali feretri di Marinetti e D’Annunzio. I giorni a seguire furono, se possibile, anche più funesti. Mussolini insieme a Vecchi, Marinetti e ad un centinaio di altri fascisti venne arrestato per detenzione illegali di armi. La misura restrittiva durò pochissimo, solo un giorno, ma rappresentò la cifra di quella colossale débâcle, confermata anche dal crollo degli iscritti che, sul finire di quel nefasto 1919, scesero sotto la soglia delle 4000 unità.

La catastrofe elettorale, la crisi del suo “Il Popolo d’Italia”, sempre più indebitato, la sua personale sconfitta, portarono Mussolini a prendere in considerazione l’idea di lasciare non solo la politica ma anche l’Italia. Si trattò, però, soltanto di un fugace pensiero. Il 20 novembre 1919, dalle colonne del suo giornale, Mussolini, nuovamente rinfrancato, sprezzante vaticinò: «Una raffica si è abbattuta sul fascismo, ma non riuscirà a schiantarlo». Quelle parole furono drammaticamente profetiche. Mussolini fece tesoro degli errori commessi in quelle storiche elezioni, imparando perfettamente la lezione.

Ma l’obiettivo non sarebbe mutato, era e rimaneva il raggiungimento del potere. A cambiare sarebbe stata soltanto la strategia elettorale e politica, fondamentali accorgimenti per entrare nella stanza dei bottoni da assoluto, incontrastato protagonista. E così fu.

(1) Maurizio Ridolfi, Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica, Bruno Mondadori, Milano 2008, pp. 70-71.

 

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