Elezioni del 1948. Il ruolo decisivo dei manifesti elettorali

Elezioni del 1948: De Gasperi e Togliatti

A due anni di distanza gli italiani, nella primavera del 1948, tornavano alle urne. Se nel giugno del 1946 i nostri connazionali erano stati chiamati a votare per decidere il profilo istituzionale dell’Italia, scegliendo fra Monarchia e Repubblica, oltre che eleggere i delegati all’Assemblea costituente, ora, nell’aprile del 1948, avrebbero dovuto decidere il futuro governo del paese, operando una scelta netta fra la Democrazia Cristiana e il Fronte democratico popolare, l’alleanza fra i comunisti e i socialisti. La campagna elettorale per le elezioni del 1948, di fatto, iniziò la mattina del 17 gennaio 1947, quando il presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, scese dall’aereo gentilmente messo a disposizione delle autorità americane, di ritorno da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, dove si era concretizzata la scelta atlantica dell’Italia.

CAMPAGNA ELETTORALE DEL 1948

Da quella fredda mattina di metà gennaio, il solco fra i partiti filoamericani, con in testa la Dc, e quelli contrari all’alleanza politica ed economica con l’America di Truman, si fece molto più ampio, divenendo praticamente invalicabile. L’alleanza fra Dc, Pci e Psi, nata all’indomani della caduta del fascismo, aveva i giorni contati. Il clima di collaborazione ispirato all’esperienza del CLN si era definitivamente concluso. Si entrava nel gelido girone della guerra fredda, iniziava la sfida elettorale che avrebbe impegnato tutti fino alla fine. L’orologio della storia aveva iniziato il fatale conto alla rovescia e il gong suonò nel maggio del 1947 quando terminò quell’esperienza politica a favore di un governo monocolore democristiano.

La campagna elettorale per le elezioni del 1948 fu durissima, condotta utilizzando tutte le armi possibili e contrassegnata da uno strumento diabolico: il manifesto elettorale. Se oggi, in una società ipertecnologica, in cui il consenso passa soprattutto attraverso l’uso forsennato dei social, questo tipo di mezzo propagandistico è pressoché dimenticato, risultando quasi desueto, nel 1948, invece, fu lo strumento principe, il modo più evidente, in un’Italia povera e prevalentemente analfabeta, per convincere gli elettori a votare un partito ma anche, se non principalmente, per spingerli a non votare un’altra lista concorrente.

La campagna elettorale per le elezioni del 1948 fu dominata dal manifesto, rappresentazione cartacea dei bisogni e delle istanze di una politica ancora adolescente ma già ambiziosa e spietata, uno strumento che fu largamente usato, anche abusato, in una misura mai raggiunta prima e dopo quel fatidico 1948. Il messaggio politico lanciato in quella primavera attraverso i manifesti fu spesso fortissimo, decisamente incalzante, violento talvolta anche profondamente scorretto. Più che convincere gli elettori si cercò di disincentivarli a votare per l’altro, per il nemico che avrebbe trasformato, qualora avesse trionfato alle urne, l’Italia nel peggiore dei paesi.

La competizione, come era inevitabile, fu fra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, visto che gli altri partiti furono una sorta di spettatori paganti, che lasciarono a questi due soggetti la vera e propria contesa. L’esito per nulla scontato di quella campagna elettorale avrebbe inevitabilmente segnato l’adeguamento dell’Italia al nuovo ordine geopolitico uscito dalla Seconda guerra mondiale che da Yalta in poi si era configurato. Il mondo era diviso, la “cortina di ferro”, evocata da Wiston Churchill, era, prima ancora che un’efficace visione, una drammatica verità.

ELEZIONI DEL 1948: IL RUOLO CENTRALE DEL MANIFESTO ELETTORALE

Elezioni del 1948: due manifesti della Democrazia Cristiana

Elezioni del 1948: due manifesti della Democrazia Cristiana

Le elezioni politiche del 1948 avrebbero determinato il posto dove si sarebbe collocata la giovane repubblica italiana e per questo ogni mezzo, anche il più abietto, era al fine consentito e il manifesto sembrava essere per la sua chiarezza ed efficacia uno strumento perfetto. Nato in Francia nel corso della Rivoluzione francese con scopi prettamente politici, il manifesto sul finire dell’Ottocento, parallelamente all’esponenziale crescita della produzione industriale e della società dei consumi, assunse un ruolo ben preciso: quello di rappresentare il miglior veicolo per promuovere informazioni commerciali. Anche grazie al contributo di grandi artisti, uno fra tutti Toulouse-Lautrec, il manifesto da semplice oggetto pubblicitario divenne vero e proprio oggetto d’arte, apprezzato e ricercato. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, però, anche il ruolo e la veste del manifesto mutò e sensibilmente. Fu proprio durante il primo conflitto bellico che il manifesto tornò alla sua funzione originaria, ponendosi come uno degli strumenti di propaganda più utilizzati per convincere il popolo sull’opportunità della guerra.

Questo carattere essenzialmente politico del manifesto si affinò proprio nelle elezioni del 1948. Quella campagna elettorale fu «la prima ad essere combattuta» – come ricorda lo storico Edoardo Novelli nel suo Le elezioni del Quarantotto. Storia, strategie e immagini della prima campagna elettorale repubblicana – «oltre che a parole, anche con grande uso di disegni, vignette, caricature, riprodotti su manifesti, volantini, cartoline, fumetti».

La forza espressiva dell’immagine si associò, molto spesso scavalcandola, alla parola, sfruttando l’intrinseco carattere di immediatezza che colpiva, e non poco, un mondo di elettori per la stragrande maggioranza analfabeti. Sui manifesti il tema prevalente non poteva essere che quello della contrapposizione fra comunismo e anticomunismo e quello ancora più attuale del Piano Marshall, i cospicui aiuti americani all’Italia che erano indispensabili per la Dc e i suoi alleati, mentre erano giudicati pericolosi e antidemocratici per il fronte socialcomunista.

Semplici, spietati, geniali, diretti, questi, in sintesi, i messaggi che i partiti lanciano ai loro potenziali elettori nell’imminenza del voto. In casa democristiana si passò dal semplice slogan Salvate l’Italia dal bolscevismo, votate Democrazia cristiana sotto il volto fiero di un uomo, al più complesso e poetico Va fuori d’Italia, va fuori o stranier in cui si vede Garibaldi a cavallo e sguainante la spada, lanciare l’assalto delle sue camicie rosse per far fuggire un preoccupato Togliatti, che stringe una borsa e tiene con la mano un cartello con l’effige del Fronte popolare.

Sempre in ambito Dc celebri furono due cartoline elettorali anticomuniste. La prima, in bianco e nero, raffigurava un pensieroso elettore, con tanto di matita in bocca, perplesso su chi votare sotto il celebre slogan: Nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin no! L’altra mostrava il volto decisamente accigliato di Garibaldi, al centro di una stella rossa a cinque punte, posta sotto un ironico W il fronte democratico? sotto la quale compariva una scritta più piccola e in nero che consigliava di capovolgere la cartolina per vedere la frode. Rovesciando l’immagine si materializzava, infatti, la verità. Il viso dell’eroe dei due mondi, una delle icone del nostro Risorgimento – di cui anche il fascismo a suo tempo aveva fatto ricorso – assumeva diabolicamente le fattezze di Stalin.

Elezioni del 1948: due manifesti del Fronte popolare

Elezioni del 1948: due manifesti del Fronte popolare

Sul versante opposto, quello social comunista, la fantasia non fu minore. In un manifesto di propaganda del Fronte popolare si fa esplicito riferimento all’appena trascorso ventennio per spaventare l’elettore e dissuaderlo a non votare la Dc. Nella parte centrale del manifesto si nota un personaggio, a metà fra un prete e un fascista, con tanto di baffetti hitleriani, tenere un manganello con la mano destra e con l’altra lo scudo crociato con al centro la parola latina libertas, il noto simbolo del partito di De Gasperi. Sotto un laconico messaggio: Contro il fascismo vota Garibaldi, con tanto di effige del Fronte popolare. Non meno incalzante fu la cartolina, dal forte tema antiamericano, in cui si vede una mano statunitense, chiusa in uno scintillante polsino a stelle e strisce, buttare delle monete su cui si gettano questuanti ben noti, fra cui De Gasperi e Saragat. Il tutto sotto la scritta Come Giuda.

Il risultato delle urne di quella irripetibile campagna elettorale del 1948 fu chiaro, netto, incontrovertibile, «senza possibilità di contestazione» come affermò lo storico Domenico Procacci. A vincere, anzi a stravincere, fu la Democrazia cristiana che sfiorò la maggioranza assoluta, ottenendo la ragguardevole percentuale, mai più raggiunta, del 48.5%. Il Fronte popolare, l’alleanza fra comunisti e socialisti, fu il grande sconfitto di quella tornata elettorale, ottenendo solo un 31.0%, ben al di sotto della percentuale che i due partiti divisi avevano ottenuto alle elezioni del 1946.

Prevalse il messaggio democristiano, l‘aut aut fra la libertà e il comunismo, lo scontro fra l’America di Truman e la Russia di Stalin. Pesarono sull’esito finale diversi fattori, dalla netta discesa in campo della Chiesa cattolica agli avvenimenti in Cecoslovacchia del febbraio 1948, passando per la stagione degli scioperi nelle grandi industrie del nord Italia. Ma forse, più di tutti, risultò determinante l’incapacità delle sinistre di attrarre consensi nel sud del paese, in quel mondo agricolo, composto sia da braccianti che da proprietari terrieri, che, invece, si fece ammaliare dalle sirene americane e dai moniti democristiani.

 

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1 Commento

  1. Daniele

    Interessante e ben documentato !

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