In questi tempi dominati dal “Coronavirus” torna spesso alla memoria la storia dell’epidemia spagnola, la terribile pandemia che a partire dalla primavera del 1918 e per i successivi due anni seminò morte e terrore. Questo è il racconto di quella terribile malattia che fece più morti della Prima Guerra Mondiale ma che, alla fine, passò, lasciando solo una flebile memoria.

DOVE E QUANDO È INIZIATA L’EPIDEMIA SPAGNOLA?

Pochi giorni prima dell’ingresso ufficiale della primavera, mentre in Europa si dipanava la peggiore delle guerre mai combattute fino ad allora, un nemico invisibile si iniziò a palesare. Lo fece, inizialmente, in un luogo piuttosto lontano dal teatro bellico, da quel vecchio continente che, dall’agosto del 1914, era infiammato da un conflitto fortemente voluto dalla Germania imperialista ma, poi, accettato entusiasticamente da tutti.

Stati Uniti, 11 marzo 1918. A Camp Funston, un campo di addestramento militare americano costruito a partire dal luglio del 1917 nella riserva di Fort Riley, in Texas, una vera e propria città militare, con tanto di alloggi, centri di formazione, scuole, officine, teatro, biblioteche e addirittura una torrefazione per il caffè, le giornate scorrono normali, fino a lunedì 11 marzo.

È mattina quando Albert Gitchell, uno dei cuochi che sfamano i 26 mila ospiti del campo, si presenta in infermeria. Ha la febbre alta, oltre 39, un fortissimo mal di testa, ma anche mal di gola e tosse, insomma i sintomi classici dell’influenza, anche se l’inverno sembra ormai alle spalle.

Gitchell viene visitato ma non è l’unico in quel primo giorno della settimana ad accedere in infermeria. Poche ore dopo sono più di cento coloro che si recano nella struttura sanitaria per farsi visitare, lamentando più o meno gli stessi sintomi accusati dal cuoco.

Nelle settimane successive la situazione diventa allarmante e non solo nel campo militare di Camp Funston, dove i malati sono migliaia, ma anche nelle località vicine, coinvolgendo anche i civili.

LA DIFFUSIONE DAGLI STATI UNITI ALL’EUROPA

Intanto, migliaia di soldati americani salpano dagli Stati Uniti per sbarcare in Europa, per appoggiare gli eserciti di Francia, Inghilterra e Italia nella guerra contro gli imperi centrali. Sulle navi che solcano l’oceano, insieme all’ardore giovanile, quei ragazzi portano inconsapevolmente con loro anche un minuscolo passeggero, un virus letale che, di lì a poco, si diffonderà in tutta Europa: l’epidemia spagnola.

Spagnola epidemia

A sinistra: accesso non consentito senza una maschera protettiva (Seattle, 1918). A destra: vittime di influenza spagnola seppellite in Canada.

Tuttavia, per tutta la primavera l’influenza, pur diffondendosi rapidamente, non fa più di tanto paura, al punto che viene comunemente ribattezzata la “febbre dei tre giorni”, cioè la durata media dei sintomi della malattia.

Sulla stampa europea, comunque, di quella influenza non si parla, i media, in quel tempo di guerra, applicano rigorosi protocolli censori che vietano la diffusione di notizie che possano deprimere i soldati impegnati al fronte, unica eccezione per i giornali spagnoli. Sui principali quotidiani iberici, la Spagna ha mantenuto la neutralità, di quella influenza si scrive liberamente e doviziosamente, tanto che ben presto la “febbre dei tre giorni” diventa per tutti la Spagnola un nome, dunque, che non ha nulla a che fare con il luogo di un primo ipotetico focolaio che, oltretutto, ad oggi, non è stato ancora definitivamente accertato.

Le ipotesi, in tal senso, spaziano dal Kansas alla Cina, più precisamente alla regione dello Shanxi, passando per la meno esotica località di Etaples, piccolo centro nel nordest della Francia.

DA COSA FU DOVUTA L’EPIDEMIA DELLA SPAGNOLA?

Con l’arrivo dell’estate l’impatto dell’epidemia spagnola però si fa decisamente più aggressivo, assumendo i tratti di una vera e propria pandemia. Il virus A/H1N1, di probabile origine aviaria e del tutto nuovo per la popolazione mondiale, contagia in modo grave milioni di persone. Ancora una volta sono i soldati a essere i principali vettori. L’influenza impazza in Francia, in particolare a Brest, porto dove sbarcano migliaia di militari statunitensi, ma anche nella lontana Sierra Leone, dove, nella capitale Freetown, il 15 agosto 1918, entra in porto una nave inglese per un normale rifornimento, peccato che a bordo molti membri dell’equipaggio siano malati.

Il contagio è rapidissimo e travalica facilmente i confini della colonia inglese, diffondendosi ad altre realtà africane. La situazione non è certo migliore oltreoceano. A Boston, sempre a causa di una nave, il virus viene diffuso nella città seminando rapidamente morti, nonostante le misure di contenimento adottate dai sanitari americani.

Il virus sbarca anche in Brasile, a Recife, in particolare, dove il 16 settembre attracca il postale inglese Demerara, a bordo del quale sono tanti i contagiati. L’imbarcazione, poi, prosegue il suo viaggio “virale” toccando altri porti brasiliani, e l’epidemia impazza. Sul finire del mese l’epidemia della Spagnola si diffonde anche in Sudafrica, in India, in buona parte dell’Asia e, sul finire dell’autunno, infuria in ogni angolo del globo.

A far paura, ora, non è tanto il contagio, quanto il cospicuo numero di morti che sembra davvero inarrestabile.

A differenza, infatti, della prima ondata, questa seconda è caratterizzata da un’elevatissima mortalità, condizione dettata più che dal virus in sé, come ricorda lo storico della medicina Fabio Zampieri dell’Università di Padova, «dalle complicanze batteriche, in particolare polmonari e dalle scarse condizioni igieniche del tempo che si uniscono alla mancanza di antibiotici, la penicillina verrà introdotta solo dieci anni dopo e di vaccini».

Epidemia la Spagnola

L’Auditorium municipale di Oakland (California) in uso come ospedale temporaneo. Foto di Edward A. “Doc” Rogers, 1873-1960

Come si cura l’epidemia Spagnola? In assenza di vere e proprie cure i medici a ogni latitudine utilizzano quello di cui dispongono. L’aspirina, il chinino, l’olio di ricino, preparati all’arsenico e gli immancabili salassi.

Si tratta, invero, di rimedi poco validi e in taluni casi del tutto inefficaci se non addirittura dannosi a cui ben presto si aggiungono accorgimenti sociali che sembrano contenere meglio il diffondersi del virus, specie negli Stati Uniti dove, effettivamente, la risposta alla pandemia è più immediata e adeguata.

Così la giornalista Laura Spinney che alla storia dell’epidemia influenzale del 1918 ha dedicato il saggio 1918 L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo edito, in Italia, da Marsilio:

«Uno studio del 2007 ha dimostrato che alcune misure di Sanità pubblica come il divieto dei raduni di massa e l’obbligo di indossare le mascherine ridussero, in alcune città americane, il tasso di mortalità fino al 50% (gli Stati Uniti furono molto più bravi dell’Europa a imporre provvedimenti di questo tipo). Il problema principale era il tempismo: tali misure dovevano essere introdotte in fretta, e mantenute finché il pericolo non fosse passato. Se venivano tolte troppo presto il virus aveva a disposizione una fornitura fresca di ospiti immunologicamente naïfs e la città andava incontro a un secondo picco di mortalità».

Non tutti, però, si adeguano alle rigide misure di contenimento messe in atto dalle autorità sanitarie. A Zamora, al confine con il Portogallo, il vescovo locale, incurante delle disposizioni previste e convinto che quel morbo sia un flagello da combattere con la sola preghiera, invita i fedeli a recarsi nella cattedrale e a baciare le reliquie di San Rocco, a cui in passato ci si era affidati per combattere la peste.

La soluzione messa in atto da questo novello Don Ferrante in talare non ha gli effetti sperati, tanto che a Zamora, alla fine della pandemia, il tasso di mortalità risulterà il doppio della media di tutta la Spagna.

Il mancato rispetto delle inflessibili norme è in molti paesi oggetto di dure contestazioni. A New Orleans, in Louisiana, padre Bandeaux, un sacerdote cattolico, si fa promotore di dura protesta contro le autorità locali, sottolineando la disparità delle misure per il contenimento che, da una parte chiudono le chiese e, dall’altra, invece, permettono l’apertura dei negozi.

Quanto tempo durò l’epidemia spagnola? La pandemia inizia a regredire solo a partire dalla primavera del 1919, anche se avrà ancora effetti per buona parte del 1920, dopo che una terza ondata, tra la fine del 1918 e i primi mesi del nuovo anno, aveva seminato ancora milioni di contagi e di morti, specie fra i giovani (in particolare tra i 20 e i 34 anni) probabilmente a causa di una potente e incontrollata reazione infiammatoria, più nota come cytokine storm (tempesta di citochine) che, come ha scritto il virologo Roberto Burioni nel suo Virus, la grande sfida, «insieme ai virus finisce per danneggiare drammaticamente anche i polmoni, riducendoli in quello stato che tanto sconcertava i patologi».

L’epidemia spagnola, come ci ricorda lo storico Lucio Villari, «cominciava con una febbre intensa, un malessere diffuso e crescente: il malato aveva, in pochi giorni, una progressiva perdita di funzioni con momenti di delirio; infine entrava in uno stato di incoscienza. Un decorso violento che lasciava sgomenti quanti gli erano vicini. L’angoscia era accresciuta dalla singolarità di un male che colpiva esclusivamente adolescenti e giovani».

Quanti morti fece la Spagnola? Alla fine la conta fu drammatica, anche se una stima definitiva non esiste. Oggi gli epidemiologi sostengono che la malattia contagiò tra i 500 milioni e un miliardo di persone, uccidendone tra i 20 e i 50 milioni.

ALCUNI CONTAGIATI ILLUSTRI DELLA SPAGNOLA

Il virus nel suo rapido diffondersi non fa davvero distinzioni di sesso, nazionalità e tenore sociale, risultando davvero “democratico”. Viene contagiato il re di Spagna Alfonso XIII, il giovane Walt Disney, il futuro presidente Franklin Delano Roosevelt, ma anche lo scrittore John Dos Passos e il suo omologo Ernest Hemingway, che scopre di essere malato durante la navigazione verso New York, di rientro dalla guerra. Loro, come Tafari Maconnen, che nel 1930 diventerà “negus neghesti” (imperatore) d’Etiopia col nome di Hailé Selassiè, la Spagnola riescono a superarla, più o meno senza gravi conseguenze, al contrario di Franz Kafka che, pur guarito, avrà i polmoni compromessi, una condizione che pregiudicherà e non poco la sua già malferma salute, tanto da condurlo, nel 1924, a una morte prematura.

Un altro illustre personaggio contagiato dalla Spagnola è il presidente americano Thomas Woodrow Wilson che la contrae in occasione dei lavori della Conferenza di pace di Parigi che si apre ufficialmente nel gennaio 1919. La malattia costringe il presidente statunitense a lasciare la Francia e rientrare in patria per essere curato. Wilson supererà la Spagnola ma non un violento ictus che, nell’autunno del 1919, pur risparmiandogli la vita, lo renderà invalido, costringendolo a lasciare la politica e a ritirarsi a vita privata con la moglie nella loro casa di Washington.

Epidemia di Spagnola

Il Walter Reed Hospital, Washington, DC, durante l’epidemia spagnola. Foto di Harris & Ewing

Va decisamente peggio a molti altri personaggi famosi.

È il caso di Egon Schiele, pittore austriaco, uno dei protagonisti della Secessione viennese, che contrae la terribile influenza nell’ottobre del 1918, morendo dopo una brevissima agonia, il 31 ottobre, all’età di soli 28 anni, tre giorni dopo la scomparsa della moglie Edith, incinta di sei mesi, anche lei stroncata dalla Spagnola.

Tra le vittime illustri dell’epidemia spagnola c’è anche Max Weber. Il padre della sociologia moderna si spegne il 14 giugno 1920, a Monaco di Baviera, all’età di 56 anni, qualche giorno dopo aver contratto il virus.

Stessa sorte tocca a Friedrich Trump, nonno dell’attuale presidente americano, che muore nel maggio del 1918 e a Guillaume Apollinaire che, anni addietro era stato arrestato con l’accusa di aver trafugato la Gioconda, accusa che decadde nel giro di pochi giorni.

Il poeta francese muore nella sua casa parigina il 9 novembre 1918. Lo trova, ormai esanime, un altro poeta, l’italiano Giuseppe Ungaretti che era andato da Apollinaire per recargli la bella notizia della resa della Germania e della conseguente fine della Prima Guerra mondiale.

Il virus si diffonde ovunque, arriva, alla fine, pure in Australia e in Nuova Zelanda, risparmiando solo la Nuova Caledonia. La colonia francese in Oceania sarà, alla conclusione della pandemia, l’unico posto al mondo a non registrare neppure una vittima di Spagnola e questo, in particolare, grazie alla diligenza di un funzionario francese che impone fin da subito una rigida quarantena, obbligando la popolazione locale a restare a casa.

L’EPIDEMIA SPAGNOLA IN ITALIA

In Italia l’epidemia spagnola che ucciderà complessivamente più di 700 mila persone, più di quelle cadute sul Carso, fa la sua comparsa nel maggio del 1918. Si tratta inizialmente, come ricorda Eugenia Tognotti nel suo La “Spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919) «di casi sporadici che passa[no] quasi inosservati.» Piccoli focolai si registrano ad Assisi, a Domodossola, a La Spezia, nelle province di Modena, Verona e Vicenza.

Poi, come accade nel resto del mondo, da luglio il contagio si fa più esteso e più aggressivo. Come è inevitabile il virus si diffonde fra i soldati, approfittando di una maggiore promiscuità. Le autorità militari iniziano a riportare dati sempre più allarmanti sulla diffusione di una malattia che viene chiamata grippe, termine che nell’Ottocento veniva abitualmente utilizzato in Italia e in Francia per indicare la comune influenza.

Ciò che allarma i comandi militari nei primi giorni dell’autunno 1918 non è solo la rapidità del contagio ma l’alto tasso di mortalità. Ma si tratta di notizie riservate, che non devono girare, per questo la diffusione dell’epidemia nel nostro paese, come negli altri paesi europei, viene inizialmente taciuta dai media.

Fa eccezione “L’Avanti”. Il quotidiano socialista, il 13 ottobre 1918, pubblica una vignetta di Giuseppe Scalarini che ritrae un anonimo soldato, le cui fattezze, però, a partire dalla feluca ricordano Napoleone, con al posto del viso un tondo all’interno del quale è riportata la scritta: “bacillo dell’influenza.” Il milite, a braccia conserte, con tanto di spada infoderata, poggia sopra l’apologetica scritta “Il conquistatore dell’Europa”.

Quando non è più possibile tacere la presenza di questa “strana influenza” anche in Italia si iniziano a prendere delle misure volte al contenimento del contagio.

Si sconsiglia di viaggiare, ma i treni non saranno mai fermati, si impone il coprifuoco serale nelle città, si invitano i cittadini a evitare il più possibile contatti ravvicinati, ma si tratta nel più dei casi di provvedimenti disattesi, anche perché i controlli sono decisamente pochi. Gli italiani continuano a scambiarsi la mano per salutarsi, una tradizione difficile da estirpare anche in tempo di pandemia, tanto che Mussolini, dalle colonne del suo “Il Popolo d’Italia” così tuona, nel maggio del 1919, contro gli imperituri sostenitori di quell’atavico saluto:

«basta con questa sudicia abitudine della stretta di mano».

La Spagnola, alla fine, come tutte le pestilenze passò. Le popolazioni mondiali rialzarono la testa e superarono anche quella immane tragedia, di cui si perse rapidamente la memoria, quasi non fosse mai accaduta, come se si fosse trattato solo di un bruttissimo sogno.

E il mondo tornò a sperare, iniziò a sorridere.

 

Per saperne di più:

 

Leggi anche:
Don Ferrante e la peste, il capostipite di tutti i complottisti
11 novembre 1918, l'ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale