La triste parabola discendente di Nicola II Romanov, l’ultimo imperatore di Russia, ebbe fatalmente inizio il giorno in cui morì il padre, Alessandro III. L’assurdità del sistema ereditario, a cui non a caso la saggezza degli antichi romani aveva posto rimedio attraverso l’introduzione del principio dell’adozione imperiale, fece sì che un ragazzo, poco più che ventenne, si trovasse sul trono del paese più grande del mondo. San Pietroburgo, 20 ottobre 1894*, Alessandro III è appena morto, Nicola, primogenito della plurisecolare famiglia dei Romanov è a tutti gli effetti il nuovo Zar di tutte le Russie. Nel suo diario scrive: “Mi gira la testa, non voglio crederci. Sembra inverosimile. Eppure, questa è la terribile realtà (…). È come se fosse morto un santo”.

DINASTIA DEI ROMANOV: L’INCORONAZIONE DI NICOLA II

Un santo, forse, il gigantesco Alessandro III non era, ma di certo aveva trasmesso al giovane Nicola II Romanov un senso di sicurezza, di stabilità, una roccia capace di reggere le spinte inevitabili della società russa. La morte di Alessandro III, ucciso dalla nefrite, porta sul trono un ragazzo spaventato che al fratello Michele confida di non sentirsi preparato per quel ruolo, che lui di politica, di governo, di guerra, di leggi non sa proprio nulla. Schivo, estremamente timido, eccessivamente serioso, Nicola, per tutti Nichy, era nato il 6 maggio 1868. Fin da piccolo mostra un carattere chiuso, tendente alla malinconia, molto differente da quello del fratello Michele, la cui allegria contagiosa scatena l’ammirazione dei genitori, specie della madre, l’imperatrice danese Maria.

Mosca 18 maggio 1896. Sono trascorsi quattro giorni dalla solenne incoronazione, tenutasi tradizionalmente nella Chiesa della Dormizione a Mosca. Nel campo di Chodynka i festeggiamenti in onore del nuovo Zar proseguono; vengono allestite tende, tavoli con delizie di ogni tipo, fra cui gustosissimi dolci. La gente è moltissima, si trova lì dalla notte precedente e preme per arrivare prima possibile alle desiderate leccornie. Improvvisamente la pressione esercitata è tale che in molti iniziano a cadere. In pochi istanti si scatena il panico; moltissime persone vengono calpestate, altre cadono nelle diverse buche presenti nella zona e che l’incuria degli organizzatori non aveva provveduto a colmare preventivamente.

All’alba la conta dei morti, in quella che avrebbe dovuto essere solo e soltanto una festa, è terribile. Oltre mille e trecento persone e più o meno altrettanti sono i feriti. Nicola viene a conoscenza poco dopo della tragedia e sul suo diario si definisce sconvolto per l’accaduto, ma la sera dopo è a una festa da ballo al braccio della moglie, quella Alice d’Assia conosciuta due anni prima e pervicacemente sposata nonostante l’opposizione dei genitori pochi mesi prima dell’incoronazione. La decisione di non sospendere i festeggiamenti, nonostante quell’immane lutto, produce sconcerto nel popolo russo, per il quale lo zar non è un semplice sovrano, ma un padre, una guida, una sorta di divinità.
Probabilmente quell’improvvida scelta non è da addebitare completamente a Nicola, ma di certo lo è la linea politica che porterà avanti nel suo regno. Emblematiche, in tal senso, sono le parole che Nicola scrive in risposta alla richiesta dello zemstvo (un organo elettivo amministrativo locale) della provincia di Tver’, in cui si avanzano speranze di riforme costituzionali: “In alcuni zemstva si sono formulati sogni insensati sulla partecipazione dei rappresentanti degli zemstva al governo del paese. Sappiamo tutti che, dedicando ogni energia al bene del popolo, sosterrò il principio dell’autocrazia con la stessa inflessibile fermezza del mio indimenticabile genitore”.

Per Nicola II Romanov il potere non è divisibile, l’autocrazia – un concetto che nell’Europa di fine Ottocento appare già superato, se non del tutto anacronistico – è qualcosa su cui non è possibile mediare, nonostante le spinte in senso opposto non siano proprio marginali. La Russia su cui Nicola regna, in quel lembo di secolo che sta per svanire, è un paese sconfinato, profondamente dicotomico. Alla significativa crescita economica, specie nel settore dell’industria pesante e in quella dei trasporti ferroviari, si contrappone una pericolosa stasi politica. L’ingessato sistema di potere russo non si accorge che sulla scena sociale si sta affacciando un nuovo soggetto, quel proletariato che, fuori dai freddi confini russi, sta già scrivendo la storia.

Ma l’autocrazia imperiale non si preoccupa, anzi il potente ministro Vitte candidamente ammette: “non esiste un problema sociale dettato dal nascente proletariato, la Russia è altro rispetto a tutto il resto del mondo”. Vitte si sbaglierà e di grosso. Quel ceto che viene ritenuto inesistente, o comunque privo di reale forza, sta crescendo. Avanza istanze ben precise, forte anche dell’esempio del proletariato europeo. Chiede condizioni di lavoro dignitose, aumento dei salari e orari più umani. Ma sono urla che si gelano nell’aria fredda, le alte sfere ignorano quelle richieste, chiudendosi sempre più nella torre eburnea del potere. Ma la storia spesso corre su gambe autonome e le mire espansionistiche zariste, verso la lontana Manciuria, portano a un inevitabile conflitto che avrà effetti devastanti.

RIVOLUZIONE RUSSA DEL 1905: LA DOMENICA DI SANGUE DI SAN PIETROBURGO

Il 9 gennaio 1905 il regno di Nicola II Romanov si tinge ancora di sangue, di tanto, troppo. È mattino quando migliaia di russi si dirigono verso il Palazzo d’Inverno. Fra loro donne, vecchi, bambini, operai e in testa il Pope Gapon che, di quella pacifica e oceanica manifestazione, composta da oltre 100.000 persone, è l’ideatore. Quel corteo si muove come una grossa onda verso la residenza dello Zar, implora pane e condizioni di vita migliori. La capitale da settimane è attraversata da scioperi. Pochi giorni prima a intrecciare le braccia sono stati oltre 15.000 operai. La situazione è tesa ma quella domenica il desiderio è solo quello di chiedere aiuto al padre di tutte le Russie: Nicola II. Per questo molti manifestanti issano oltre alle sacre icone anche i ritratti dello Zar, anche se Nicola non è nel palazzo, da alcuni giorni è a Carskoe Selo. Ma qualcosa va storto. Le truppe di soldati schierate a difesa del palazzo imperiale improvvisamente sparano sulla folle inerme, compiendo un’autentica carneficina. Più di mille morti insanguinano la candida neve, fra loro tantissimi bambini. La notte successiva al massacro Gapon, rivolgendosi agli operai, maledice lo Zar “la sua genìa di serpenti, i suoi ministri e tutti i rapinatori della infelice terra russa”. La plurisecolare alleanza fra lo Zar e il suo popolo è stata drammaticamente recisa nel sangue. La domenica di sangue, come ricorda lo storico Edward Radzinsky, “costituisce uno dei principali motivi della futura vendetta dei rivoluzionari, il prologo dello sterminio della famiglia imperiale” anche se poi, obiettivamente, le responsabilità di Nicola in quella drammatica giornata non furono mai onestamente chiarite. Ma il dado, ormai, era tratto. A rovesciare poi definitivamente la dinastia dei Romanov arriva un conflitto che cambia per sempre il volto della vecchia Europa coronata.

L’ENTRATA DELLA RUSSIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Rasputin – il monaco nero entrato a corte lercio e sudicio sulla scia di supposte doti di guaritore che avevano convinto la Zarina, preoccupata per la salute del figlio Alessio emofiliaco – aveva cercato di dissuadere Nicola II dall’entrare in guerra. Ma l’imperatore aveva preferito non credere a quei tristi vaticini, facendosi prendere dall’orgia bellica, certo che quella guerra, da tutti pronosticata come breve, avrebbe consacrato l’aquila imperiale sul tetto dell’Europa. La realtà fu drammaticamente differente anche se per un breve attimo lo Zar ritrovò il suo popolo.

Succede il giorno della dichiarazione dell’entrata nella prima guerra mondiale, quando una folla festante – una pazzia che si ripete in molte capitali europee in quell’estate del 1914 – accoglie tripudiante l’annuncio della guerra. Fra squilli di fanfare e scampanio di campane si parte inconsciamente per la morte. La guerra è da subito, per tutti i contendenti, ben diversa da quanto preconizzato. La guerra lampo si trasforma in pochi mesi in guerra di trincea e già sul finire del 1914 nessuno più crede alla possibilità che finisca in pochi mesi.

Ed è la Russia a pagare il prezzo più alto di quel folle conflitto. Nonostante l’esercito russo sia di gran lunga il più numeroso, fin dalle prime battaglie, l’impreparazione del contingente zarista appare evidente. I soldati russi invece di avanzare indietreggiano o al massimo annaspano nel gelo, mentre il nemico tedesco mostra tutta la sua inusitata forza. A poco servono i cambi ai vertici militari e il trasferimento al fronte dello stesso Nicola II. Tutto precipita e la fine sembra sempre più vicina. La storia decide di effettuare il sorpasso.

FEBBRAIO 1917: LA FINE DEI ROMANOV

Rivoluzione russa di febbraio, 1917

Rivoluzione russa di febbraio, 1917

Febbraio 1917, la miccia della rivoluzione si accende. Nicola II è ancora al fronte, bloccato dalla neve, schiacciato da responsabilità che sembrano enormi. La gente a San Pietroburgo scende in piazza. Ad incendiare le polveri della protesta sono le donne, le operaie di San Pietroburgo, stanche della miseria, della guerra, della fame, della disperazione. E così, un piccolo ruscello diventa un fiume che rompe gli argini, che cambia la storia. Nicola apprende “con profondo rammarico” che ai disordini ha preso parte anche l’esercito. Il 2 marzo, al mattino, l’imperatore, che alloggia sul treno imperiale fermo a Pskov, riceve il generale Ruzkij. Questi è scuro in volto e riferisce al sovrano del lungo e precedente colloquio con Rodzjanko, il capo della Duma, il Parlamento russo. L’alto militare suggerisce a Nicola II di abdicare. È la soluzione migliore per tutti, specie per la corona. Lo Zar, seppur malvolentieri, accetta di rinunciare al trono.

“Perciò, d’accordo con la Duma dell’Impero, riconoscemmo opportuno abdicare alla Corona dello Sato russo e di deporre il potere supremo”.

Sulle prime Nicola pensa di farlo a favore del figlio tredicenne Alessio, ma il medico di corte lo sconsiglia. L’erede al trono è malato e mai potrebbe sostenere una simile responsabilità. Per questo il sovrano abdica a favore del fratello Michele, ma questi rifiuta la corona.

Il Corriere della Sera, nel dare la notizia dell’abdicazione di Nicola II, definito il magnanimo, alcuni giorni dopo, scriverà di un gesto nobile, volto ad infondere “un vigore novello” e a stimolare la Russia “alla lotta suprema contro il nemico”. È la fine della dinastia dei Romanov. L’ultimo fotogramma di quel mondo eterno e fuori tempo viene girato nella carrozza-salotto, collocata al centro del treno imperiale, l’ultima reggia dell’ultimo Zar. La sera di quel 2 marzo, un’altra data storica di quel 1917, Nicola II sul suo diario appunta: “Attorno a me solo tradimento, viltà e inganno”.

Il 9 marzo l’oramai ex Zar arriva finalmente a Carskoe Selo. Sono le 11:30 di un mattino rigido ma soleggiato. Nicola abbraccia la moglie e i figli. Sul suo diario Nicola annota: “Dio, che differenza, per strada e tutt’attorno al palazzo dentro al parco ci sono sentinelle”. La famiglia imperiale è in stato d’arresto e i loro beni confiscati. Ha inizio l’ultimo capitolo di una storia fatta di errori, sangue e morte.

Mentre per i Romanov, nella prigione dorata di Carskoe Selo, le giornate trascorrono lente e immutate, da Zurigo un treno inizia a muoversi, destinazione San Pietroburgo, destinazione Storia. Su quel treno viaggia Vladimir Ulianov, per tutti Lenin. L’esponente bolscevico arriverà in Russia il 3 aprile 1917, dopo un lungo e periglioso viaggio, protetto dal nemico tedesco, su quello che passerà alla cronaca come il treno blindato. Fuori da Carskoe Selo tutto è in rapido divenire. Mentre la guerra imperversa ancora in Europa, il prestigio di Lenin cresce sensibilmente, al contrario di quello del governo provvisorio che, nonostante il cambio al vertice (dal principe L’vov a Alexander Kerenskij), non comprende di avere i giorni contati.

Sono passati quattro mesi dal giorno in cui la famiglia è stata arrestata ma tutto nelle dorate stanze della residenza imperiale, sembra non mutare. Le condizioni di vita per Nicola II e i suoi non sono delle peggiori, anche se serpeggia sempre più il nervosismo, figlio dell’inazione degli alleati, di quelle teste coronate, con in testa Giorgio d’Inghilterra, che non fanno nulla per liberare i Romanov. Come scrive lo storico russo Edvard Radzinsky, nella biografia su Nicola II, tutte le trattative per liberare lo Zar e la sua famiglia “furono soltanto un gioco, un gioco fatto di buone intenzioni, per tacitare la propria coscienza”. Del destino dei Romanov, in verità, importa poco a tutti. Prima dei legami di sangue viene la convenienza e, in quell’estate del 1917, la penultima di quella infinita guerra, l’unica cosa davvero importante è non soccombere.

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Vladimir Lenin

Vladimir Lenin

Il 31 luglio la famiglia imperiale lascia la residenza di Carskoe Selo. Inizia così un lento peregrinare che finirà esattamente un anno dopo e nel peggiore dei modi per quella che era stata la più potente dinastia del mondo. Su disposizione del capo del governo Kerenskij, i prigionieri vengono trasferiti in Siberia, a Tobol’sk. Ad ospitare il gruppo regale è la Casa del Governatore, ribattezzata dopo la rivoluzione, Casa della Libertà. In quelle stanze si muove ancora una piccola corte di un impero che non esiste più. Militari, domestici, precettori, medici, cuochi, staffieri, valletti e anche lo scrivano e il barbiere personale dello Zar. Il menu è ancora vergato su cartoncini sormontati dallo stemma imperiale, nonostante le portate non siano minimamente simili a quelle di qualche mese prima, quando Nicola era ancora l’imperatore di tutte le Russie. L’estate per i Romanov trascorre tranquilla. Lo stato di prigionia non è insopportabile, ma l’autunno incalza e con esso la storia.

Mentre a Tobol’sk Nicola legge Matrimonio di Gogol, a San Pietroburgo il governo Kerenskij ha le ore contate. Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre 1917, i bolscevichi prendono in mano i punti strategici della capitale. Stazioni, centrale telegrafica, ponti, strade e, naturalmente, il Palazzo d’Inverno. Gli avvenimenti si susseguono quasi senza resistenza. Troppo organizzati i bolscevichi, troppo deboli le forze governative. Alle 10:00 del 25 ottobre il telegrafo e la radio dell’incrociatore Aurora diffondo un annuncio storico: “Il Comitato militare rivoluzionario ha deposto il governo provvisorio e il potere statale è passato nelle mani del Soviet degli operai e dei soldati”.

La Rivoluzione d’Ottobre segna le sorti della Russia, scrivendo inevitabilmente la definitiva pagina del romanzo dei Romanov. Se per Kerenskij la possibilità della liberazione degli ostaggi poteva essere anche presa in considerazione, seppur in un contesto diverso, ora che a reggere i destini della Russia ci sono Lenin e i bolscevichi, il destino di Nicola e della sua famiglia appare segnato. Trotskij, che della Rivoluzione d’Ottobre è stato probabilmente l’attore principale, vorrebbe trasferire immediatamente Nicola a Mosca per sottoporlo a un processo popolare, sulle orme di quanto fecero i francesi con Luigi XVI, magari permettendo al resto della famiglia di riparare all’estero. Di diverso avviso è il Soviet degli Urali che spinge per trasferire tutta la famiglia in una località segreta e sicura, lontano da occhi indiscreti. Prevale quest’ultimo. Il 12 aprile 1918, un giovedì, si decide di spostare tutta la famiglia. Ma il piccolo Alessio è malato, non può sopportare un viaggio. A partire saranno per ora solo lo Zar, la Zarina e la Granduchessa Maria. Gli altri membri della famiglia raggiungeranno i genitori e la sorella solo quando le condizioni di salute di Alessio lo permetteranno.

EKATERINBURG, ULTIMO ATTO. L’ECCIDIO DEI ROMANOV

Al centro Nicola II Romanov, a sinistra la moglie Aleksandra Fëdorovna, a destra la figlia Anastasia

Al centro Nicola II Romanov, a sinistra la moglie Aleksandra Fëdorovna, a destra la figlia Anastasia

Il 17 aprile 1918, dopo un viaggio in più tappe, Nicola II con la moglie e la figlia arriva a Ekaterinburg. Fa caldo quel martedì, sembra un anticipo d’estate. Mentre il gruppo imperiale attende alla stazione ferroviaria, in città dei soldati scaraventano fuori di casa il suo legittimo proprietario: l’ingegner Nikolaj Ipate’ev. La sua dimora, infatti, è quanto di meglio per “ospitare” l’ultimo Zar di Russia. “La casa è bella e pulita”, scrive nel suo diario Nicola II. Le giornate passano ancora lente. L’ex autocrate legge molto, in particolare Guerra e Pace, scrive lettere ai figli rimasti a Tobol’sk e guarda senza emozioni il mondo che lo circonda. Il 10 maggio, finalmente, Nicola riabbraccia il resto della sua famiglia. Ora nella Casa di Ipate’ev ci sono tutti, anche se la salute di Alessio è ancora molto critica.

Il 28 giugno, anniversario del duplice assassinio di Sarajevo, miccia di una guerra che tutti volevano e che tutti ha devastato, tre operai fissano alla finestra una pesante grata. La famiglia imperiale è ancora più prigioniera. Il giorno dopo Nicola scrive sul suo diario un’ultima frase che ha il sapore di un triste presagio: “Dall’esterno non abbiamo alcuna notizia”. E di notizie non ne arriveranno più.

Il 16 luglio 1918 alle 22.30 le luci delle stanze dove dormono Nicola e la sua famiglia si spengono. Poco prima il Commissario Jurovskij ha fatto portare nel seminterrato della Casa di Ipate’ev quattordici pistole, nuove di zecca. Quella che, di lì a poco, sarà la tomba dei Romanov, è una stanza bassa, priva di mobilio, con una sola finestrella che si affaccia sul cortile e una scolorita carta a tappezzare le pareti. È passata da poco la mezzanotte quando una delle guardie, Konstantin Dobrinin, bussa alle camere dei prigionieri. Dà l’ordine di vestirsi in fretta e di raggiungere il seminterrato. Nicola chiede il motivo di tutto ciò. Gli viene seccamente risposto che lì saranno più sicuri. L’ex Zar sa che a pochi chilometri si trova l’Armata Bianca. Quel raffazzonato esercito controrivoluzionario, composto da nazionalisti e reazionari perlopiù provenienti dall’esercito imperiale, si trova a pochi chilometri da Ekaterinburg. Nicola spera che possa arrivare quanto prima e liberare lui e la sua famiglia da quell’inferno che dura da sedici mesi.

I Romanov scendono i gradini che li portano alla morte. Con loro il medico Botkin, la cameriera della Zarina, e altri due membri di una corte che la storia sta per spazzare via per sempre. Nicola ha in braccio Alessio che da qualche giorno, a seguito di una caduta, non può camminare. Anastasia, la più piccola delle quattro figlie dello Zar, il cane Joy. La Zarina chiede delle sedie. Ne portano solo tre: una per lei, un’altra per il marito, la terza, infine, per l’ex erede al trono. Gli altri rimangono in piedi e si dispongono dietro la coppia imperiale. Trascorrono alcuni istanti di infinito, lancinante silenzio. Sarà Jurovskij a romperlo. Il Commissario irrompe nella stanza, da cui poco prima era uscito, tenendo in mano un foglietto. Come un attore navigato, dopo un’opportuna pausa, stentoreo legge: “Nikolaj Aleksandrovic, i vostri hanno tentato di liberarvi per questo motivo dobbiamo fucilarvi tutti”.

Le poche, laconiche parole di Jurovskij lasciano interdetto lo Zar. Il sovrano tenta una flebile reazione, forse si alza, di certo pronuncia un ripetuto “Come? Come?”. Sono le ultime parole dell’ultimo autocrate russo. Poi sono solo spari. Non muoiono però subito tutti. Alcuni, come Anastasia, ancora respirano. Saranno finiti dalle baionette dei soldati. L’eccidio dei Romanov è concluso. Il fumo che aleggia nella stanza non si dirada. Così come l’odore acre della polvere da sparo. Sui muri di quella stanza rimangono i segni dei fori e le macchie di sangue. Quella casa sarà abbattuta nel 1977. Oggi al suo posto si trova una cattedrale.

Intanto bisogna fare in fretta. Ci sono prove da cancellare, corpi da eliminare e per sempre. I morti di Ekaterinburg, compreso il cagnolino di razza spaniel, vengono caricati su un autocarro Fiat. Il mezzo, requisito il 16 luglio 1918, percorre alcuni chilometri. Poi giunge in una radura, chiamata Gamina Jama. Qui i corpi vengono spogliati dei vestiti ma anche dei numerosi gioielli che i membri imperiali avevano indosso. Poi, dopo essere stati fatti a pezzi, vengono prima distrutti con l’acido e, infine, bruciati.

Della famiglia imperiale, in quell’alba del 17 luglio 1918, non rimangono che poche ossa che saranno sotterrate per cadere nell’oblio della storia. Ottant’anni dopo l’eccidio di Ekaternburg i resti della famiglia imperiale saranno ritrovati. L’esame del DNA metterà fine alle leggende sulla fine dei Romanov. Non si salvò nessuno in quella notte nella Casa di Ipate’ev.

Il 17 luglio 1998 saranno celebrati solenni funerali per quei morti che poi la Chiesa Ortodossa canonizzerà. Un antico adagio russo recita: i Romanov o regnano nel sangue o muoiono nel sangue. Nicola rispettò entrambi i vaticini. Nel suo regno scorse molto sangue che alla fine tragicamente si mescolò con il proprio e quello della sua famiglia.

*Tutte le date riportate fanno riferimento al Calendario Giuliano.

 

Leggi anche:
Rivoluzione russa di febbraio, il ruolo decisivo delle donne
Marcia su Roma, il prologo del fascismo al potere
Gaetano Bresci e l’assassinio del re Umberto I di Savoia