Processo a un cadavere, la vicenda di Papa Formoso

Papa Formoso e Stefano VI (1870)

La storia racchiude spesso racconti macabri e raccapriccianti, ben peggiori della fantasia di chi scrive letteratura horror. In un periodo di grave difficoltà per la Chiesa cattolica si svolse uno dei processi più insensati e surreali che mai siano stati celebrati: quello ad un cadavere in stato di putrefazione. Un corpo riesumato, rivestito dei suoi paramenti e legato ad una poltrona.  È così che la salma di papa Formoso, morto sette mesi prima del processo, venne chiamata a rispondere alle accuse che gli venivano rivolte. Ma procediamo con ordine.

L’ELEZIONE DI PAPA FORMOSO

Da sinistra: Papa Formoso, Carlo Magno imperatore d'Occidente, papa Stefano V

Da sinistra: Papa Formoso, Carlo Magno imperatore d’Occidente, papa Stefano V

Lo scontro per il potere è sempre stato il filo conduttore di battaglie e guerre. In Italia, alla fine del IX secolo, si era aperto un vuoto di potere. Il dissolvimento dell’Impero di Carlo Magno aveva portato alla destituzione dell’ultimo imperatore della dinastia carolingia, Carlo il Grosso, aprendo in Italia la contesa per la corona del Regno tra il marchese Berengario del Friuli ed il duca Guido II di Spoleto.

Negli scontri tra i due eserciti, avvenuti a Brescia nell’888 e sul fiume Trebbia nell’889, la spuntò Guido che fu incoronato da papa Stefano V re d’Italia ed imperatore del Sacro Romano Impero. Ma Berengario non era stato sconfitto definitivamente, avendo mantenuto la marca del Friuli.

In questo contesto di lotta per il potere si collocò l’elezione del pontefice Formoso, avvenuta nell’891 con l’appoggio del partito filo-germanico che faceva capo a Berengario. Ma, cosa che sarà utile sapere per la comprensione dell’intera vicenda, il papa neo-eletto  era stato vescovo della diocesi di Portus (l’odierna Fiumicino) e, secondo le leggi vigenti, questo costituiva un impedimento alla nomina di vescovo di Roma, non essendo di fatto possibile la traslazione tra una diocesi e l’altra.

I due opposti schieramenti politici romani non persero tempo a provocare tumulti in città mentre il papa manteneva il piede in due staffe.

Da una parte rinnovava l’incoronazione a Re d’Italia a Guido di Spoleto (unitamente a suo figlio Lamberto), dall’altra chiedeva aiuto ad Arnolfo di Carinzia, re dei Franchi orientali. Questa ambiguità tenuta dal pontefice, che giocava sui due fronti del potere, si mantenne anche alla morte di Guido di Spoleto, avvenuta nell’894. Mentre con una mano papa Formoso incoronava suo figlio Lamberto come imperatore e re d’Italia, con l’altra chiedeva nuovamente aiuto ad Arnolfo.

LA CATTURA DI FORMOSO

In attesa dello scontro tra i due eserciti, Ageltrude, madre di Lamberto di Spoleto, meditò vendetta sobillando la popolazione romana. Il papa venne catturato ed incarcerato nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Arnolfo, giunto in soccorso del pontefice, entrò attraverso Porta San Pancrazio liberando il papa ed ottenendone in cambio l’incoronazione ad imperatore (febbraio 896). Questo avvenimento causò altri scontri nella città di Roma, provocati dalla fazione spoletina. Due mesi dopo il papa moriva avvelenato e veniva sepolto nella basilica di San Pietro, insieme ai sui predecessori.

IL PROCESSO POST MORTEM A PAPA FORMOSO

E qui inizia la parte più interessante. Nel gennaio 897 papa Stefano VI, succeduto a Bonifacio VI dopo pochi giorni di pontificato,  istruì un processo post mortem nei confronti di papa Formoso. Riesumato il corpo a distanza di sette mesi dal decesso e rivestito dei paramenti sacri, il cadavere venne condotto nella basilica di San Giovanni in Laterano per essere sottoposto al giudizio del concilio presieduto da Stefano VI. A difesa di Formoso fu ammesso a parlare un diacono che ovviamente nulla poté contro quella macabra messinscena. L’esito era scontato: papa Formoso venne condannato e le sue ordinazioni annullate. Al cadavere spogliato delle vesti vennero amputate le tre dita della mano destra usate per impartire la benedizione quindi il corpo venne gettato nel Tevere e ritrovato tre giorni dopo nei pressi di Ostia da un monaco.

Si può provare a fornire una spiegazione a  questa macabra farsa. L’annullamento delle ordinazioni compiute da Formoso durante il suo pontificato era necessario a papa Stefano VI, che era stato eletto vescovo di Anagni proprio dal papa chiamato in giudizio. In conformità con le regole ecclesiastiche vigenti Stefano VI, non essendo vescovo della diocesi di Roma, non poteva essere eletto al pontificato. La decadenza delle ordinazioni di Formoso, e quindi anche della carica a vescovo di Anagni, lo liberava formalmente da eventuali proteste e rimostranze.

Dietro i capi di imputazione del processo poi, oltre agli interessi personali di papa Stefano VI, si nascondeva la lotta politica tra la fazione filo-spoletina che lo aveva eletto e la fazione filo-germanica, che aveva appoggiato Formoso. Non si hanno, invece, prove certe della presenza a Roma di Ageltrude e suo figlio Lamberto, ritenuti, da alcune fonti non verificate,  i mandanti del processo.

La vicenda si concluse con una nuova inumazione del cadavere dello sfortunato pontefice nella basilica di San Pietro nel corso dell’897.


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