Prima di Fabio Grosso, che segnò il rigore decisivo contro la Francia nella finale dei mondiali di calcio in quella magica notte del 2006, un altro italiano turbò i sogni di milioni di francesi, Vincenzo Peruggia, l’autore del furto della Gioconda.

La Gioconda, dal nome del committente Francesco del Giocondo che commissionò a Leonardo nel 1503 il ritratto della moglie Lisa Gherardini, è uno dei dipinti più famosi al mondo ma la sua celebrità è, in piccola parte, anche legata al suo pirotecnico furto.

IL FURTO DELLA GIOCONDA

Parigi, museo del Louvre, lunedì 21 agosto 1911.

La guerra è ancora lontana e la Francia è ancora il centro culturale del mondo, scrigno di tesori, di fascino e misteri e nel grande museo della capitale, nonostante sia il giorno di chiusura, l’attività è febbrile.

C’è un museo da pulire a fondo, specie dopo l’orda domenicale di visitatori e ci sono delle piccole riparazioni da fare.

Il Museo del Louvre

Il Museo del Louvre

In quel primo giorno della settimana tutto scorre tranquillamente, nessuno immagina che una delle opere più preziose del Louvre, di lì a poco, verrà trafugata nel più totale anonimato.

Ad accorgersi del furto della Gioconda è il copista Louis Béroud, da poco entrato nel Salon Carrè, il salone quadrato del padiglione Denon del Louvre.

Qui la Gioconda è approdata, dopo aver ornato varie stanze regali, dopo la Rivoluzione francese, non uscendone più, salvo il breve periodo in cui aveva fatto bella mostra di sé nella camera da letto di Joséphine, la moglie di Napoleone, alle Tuileries.

Béroud nota subito che sulla parete, fra i dipinti di Correggio e Tiziano, il quadro che Leonardo portò con sé in Francia nel 1516, quando accettò di trasferirsi alla corte di Francesco I, semplicemente non c’è.

Il pittore, sconcertato, fa presente la cosa a un poliziotto di servizio, il brigadiere Poupardin. Questi, sulle prime non si allarma, ritenendo che il quadro possa essere stato temporaneamente spostato per essere fotografato, d’altra parte la Gioconda è uno dei dipinti più ammirati ma anche più coccolati fra tutti quelli esposti nel Louvre.

Per questo, quattro mesi prima del furto, il direttore del museo, Théophile Homolle, ha deciso di proteggere la preziosa tela con una spessa lastra di vetro.

Si tratta di una soluzione efficace per difendere la Gioconda dai vandali ma non certo dai ladri, eppure per Homolle, l’ipotesi di un furto è letteralmente impossibile. «Rubare la Monna Lisa? – afferma divertito – È come pensare che qualcuno possa portarsi via la torre della cattedrale di Notre-Dame».

A metà mattina, di quel fatale 21 agosto 1911, l’ipotesi che la Gioconda possa essere stata rubata si fa sempre più convincente.

Intorno a mezzogiorno a casa di Georges Bénédite il telefono squilla ripetutamente. A rispondere è lo stesso Bénédite, da qualche giorno sostituto di Homolle che, prima di lasciare le consegne e concedersi una meritata vacanza, aveva salutato i suoi collaboratori, con un pizzico di ironia: «chiamatemi solo se prende fuoco il museo o rubano la Gioconda».

Bénédite rimane impietrito alla cornetta, non vuole credere che la Gioconda sia sparita. Preoccupato si veste in fretta e si reca dal prefetto per concordare le successive mosse. Poco dopo, nel Salon Carrè, una sessantina di persone guardano esterrefatti la parete muta, priva del suo quadro più famoso.

Iniziano vorticose ricerche ma sono tutte vane.

Sembra impossibile che quel dipinto, pur piccolo, misura 77×55 cm, possa essersi volatilizzato nel nulla, come un pezzetto di carta spinto via da un refolo di vento.

Vengono interrogate le prime persone. Un gruppo di operai, presenti il 21 agosto nel Salon Carrè, dichiara con certezza che fino alle 7.15 il quadro era al suo posto. Un muratore, sentito poco dopo, giura che intorno alle 8, al massimo alle 8.15, la Gioconda non c’era già più. Nonostante ciò non ha dato alcun allarme, ipotizzando semplicemente che fosse stata temporaneamente spostata.

Sulla base delle prime testimonianze un dato sembra certo: il prezioso dipinto è stato trafugato fra le 7.15 e le 8.15.

Il Louvre, nel frattempo, viene rigirato come un calzino ma del quadro non c’è traccia.

Sul far della sera la notizia del furto della Gioconda si è sparsa a macchia d’olio in una Parigi accaldata, sonnolente e principalmente incredula. Le rotative dei giornali corrono frenetiche e gli strilloni, l’indomani, per le vie, urlano notizie esclusive sul furto del secolo. Vengono avanzate le prime ipotesi, alcune decisamente inverosimili.

Si pensa a una banda specializzata in furti di opere d’arte, a un furto su commissione, comunque sia si è certi che si tratti di qualcosa di colossale. Viene, addirittura, avanzata l’ipotesi che dietro il furto si celi un’operazione di spionaggio internazionale, con a capo l’odiata Germania.

Nei giorni successivi nelle altre capitali europee non si parla d’altro. Perfino oltreoceano la notizia della sottrazione della Gioconda scuote le coscienze.

La questione del furto diventa in Francia un affaire di stato. Dai banchi dell’opposizione partono pesanti accuse all’operato del governo.

Si parla di sistemi di sicurezza inefficaci, di pressapochismo nelle indagini, di misteri volutamente non svelati. Allo stato dei fatti rimane un’onta difficilmente cancellabile, specie per gli orgogliosi francesi.

Il clima si invelenisce. Dopo aver accantonato la sciovinistica teoria tedesca, escono fuori i primi nomi dei sospettati e si tratta di pezzi grossi.

Fra questi il poeta Guillaume Apollinaire, che addirittura viene arrestato. Ad incastrare lo scrittore francese, sarebbero alcune sue precedenti dichiarazioni, sulla volontà di distruggere tutte le opere d’arte del passato per dare spazio a quelle moderne. A questo quadro indiziario si aggiungono le rivelazioni del suo ex amante, Honoré Géri Pieret, sull’attività di ricettazione di statuette antiche, condotta dal poeta.

Nel calderone dei sospettati finisce pure il pittore Picasso, decisamente mal visto in Francia, ma l’autore di Guernica, al pari di Apollinaire, viene in breve scagionato da ogni accusa.

L’unica assoluta certezza è che le indagini brancolano nel buio, chiuse in uno stretto, vicolo cieco.

La realtà, che due anni dopo si materializzerà al cospetto degli increduli inquirenti, sarà ben diversa da ogni fantasiosa ipotesi.

CHI ERA IL LADRO DELLA GIOCONDA?

A destra Vincenzo Peruggia, l'autore del furto della Gioconda

A destra Vincenzo Peruggia, l’autore del furto della Gioconda

Nessun intrigo internazionale o partecipazione di poeti o pittori famosi nel furto del secolo. La Gioconda, più prosaicamente, è stata rubata da un imbianchino, l’italiano Vincenzo Perrugia.

Questi è uno di quei tanti macaroni che nei primi anni del Novecento lascia la povera Italia per la ricca e affascinante Francia. Ma l’imbianchino di Dumenza, un paesino in provincia di Varese dove è nato l’8 ottobre 1881, a Parigi ci va con un obiettivo ben preciso: rubare la Gioconda.

Senza troppi problemi si fa assumere da una delle tante ditte che operano all’interno del Louvre, quella a cui, ironia della sorte, è stata commissionata la realizzazione della lastra di vetro che dovrà proteggere la Gioconda.

Quel lavoro rappresenta per Peruggia la condizione ideale per architettare un piano semplice e al tempo stesso perfetto.

Impara rapidamente i turni dei guardiani, apprende i loro irraccontabili segreti, studiando, al contempo, le vie di fuga in quello scrigno di meraviglie.

Durante le notti insonni, al chiarore di luna, Peruggia confeziona anche un alibi perfetto.

La sera del 20 agosto si ritrova con altri italiani in un locale parigino dove rallegra i presenti con il suo mandolino. Peruggia fa finta di ubriacarsi, tanto che quando esce per fare ritorno a casa, attira l’occhiuta attenzione di una guardia notturna.

La mattina dopo esce intorno alle 7, evitando debitamente di farsi vedere dalla ficcanasa portiera. La prima parte del piano è andata benissimo, ora rimane solo il furto, non certo una cosa semplice.

Approfittando della colpevole assenza di uno dei guardiani, serenamente appisolato da un’altra parte, Peruggia stacca la teca, toglie la cornice in pioppo, di cui si disfa poco dopo, e nasconde la tela all’interno del camicione da operaio. Poi, indisturbato, lascia il Louvre per fare rientro nel suo appartamento, in rue de l’Hopital-Saint-Louis al civico 5, nel quartiere Heron, con l’inestimabile bottino al seguito.

Nei giorni successivi, l’abitazione di Peruggia, al pari di quella tutti i dipendenti del Louvre, viene perquisita ma senza alcun risultato. L’imbianchino, opportunamente, ha affidato il prezioso dipinto a un insospettabile suo amico.

Poi, come se nulla fosse, torna al Louvre dove prende servizio, giustificando il ritardo con i postumi dell’ubriachezza della sera prima.

Passano i mesi e sulla vicenda del furto della Gioconda, il cui posto al Louvre è stato momentaneamente preso dal Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello, Lethe, il dio dell’oblio, ha steso il suo nero manto, coprendo tutto.

Il 29 novembre 1913, a più di due anni da quel memorabile 21 agosto, Peruggia da Parigi scrive una lettera che segnerà il suo destino.

Pochi giorni prima ha letto su un giornale la richiesta di prestiti di opere d’arte avanzata dall’antiquario fiorentino Alfredo Geri, desideroso di organizzare una mostra nella sua rinomata galleria di Firenze.

Peruggia prende così carta e penna e decide di spedire una lettera a Geri, proponendogli qualcosa di incredibile: «saremo molto grati – scrive – se per opera vostra o di qualche vostro collega, questo tesoro d’arte ritornasse in patria e specialmente a Firenze dove Monna Lisa ebbe i suoi natali, e che saressimo in ispecial modo lieti se un giorno futuro e forse non lontano fosse esposta alla Galleria degli Uffizi al posto d’onore e per sempre. Sarebbe una bella rivincita al primo impero francese, che, scalando in Italia, fece man bassa su una grande quantità di opere d’arte per crearsi al Louvre un grande museo».

Insomma Peruggia, che si firma pittorescamente Leonardo V., propone senza mezzi termini l’acquisto della Gioconda.

Geri sulle prime pensa a un mitomane ma decide, comunque, di rendersi disponibile all’acquisto.

L’incontro fra Peruggia e Geri viene fissato per il 10 dicembre, presso il negozio fiorentino di Geri. Peruggia spiega all’antiquario che ha rubato la Gioconda per patriottismo, per ridare all’Italia uno dei tanti dipinti trafugati da Napoleone. Peccato che l’imbianchino di Dumenza ignori come quel quadro non sia stato affatto rubato dal generale francese e che è presente nei cataloghi delle collezioni artistiche francesi fin dal 1625.

Peruggia pone due fondamentali condizioni per restituire la Gioconda. La prima è ricevere una lauta ricompensa, anche l’amore di patria ha un costo. La seconda è che consegnerà la preziosa tela solo nelle mani del direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi.

Il giorno dopo Geri e Poggi si presentano nella stanza dell’hotel Tripoli di Firenze, dove Peruggia temporaneamente alloggia e che oggi, non casualmente, si chiama Hotel Gioconda.

Da sotto il letto tira fuori una scatola al cui interno si cela il capolavoro leonardesco. Geri e Poggi rimangono basiti, non credono ai loro occhi. Temono che quella tela possa essersi rovinata in quei due anni, anche per questo lo convincono ad andare agli Uffizi dove, nel frattempo, sono arrivati i carabinieri, precedentemente avvisati dal direttore del museo fiorentino.

Peruggia viene arrestato e inizia a rilasciare agli inquirenti una serie di dichiarazioni. Racconta come inizialmente avrebbe voluto rubare Il Parnaso di Andrea Mantegna, optando, poi, per la Gioconda, avendo appreso da più di un visitatore che il dipinto di Leonardo è uno dei più belli al mondo.

Intanto la Gioconda viene prima trasferita a Roma presso l’Ambasciata di Francia. Poi, debitamente scortata, raggiunge Milano, dove viene esposta per poche ore alla pinacoteca di Brera, prima di tornare in patria, a Parigi, al Louvre.

Il 5 giugno 1914, quando ancora la catastrofe della Prima Guerra mondiale non si profila all’orizzonte di un’Europa che si trastulla fra balli e un’estate incipiente, a Firenze si apre il processo a Peruggia.

La prima dichiarazione che l’italiano fa è disarmante: «Vedano, ho avuto intenzione di portare in patria il dipinto di Leonardo senza alcuno scopo interessato».

Il processo dura solo due giorni. Il 5 giugno il tribunale di Firenze emette una sentenza che farà discutere e molto oltralpe. Peruggia viene condannato a un anno e quindici giorni di detenzione, una pena decisamente lieve, dovuta, anche, al riconoscimento della parziale infermità mentale, confermata dalla perizia del noto psichiatra Paolo Amaldi, all’epoca dei fatti direttore del manicomio provinciale di Firenze.

Peruggia sconta solo sette mesi e quattro giorni di carcere, essendo stata la sua pena nel frattempo ridotta.

Quando esce dal carcere delle Murate di Firenze si imbatte in una gradita e inaspettata sorpresa. Ad attenderlo c’è un gruppo di studenti che gli consegna ben 4500 lire, frutto di una precedente colletta.

Non è andata male neppure a Geri, che, pur vedendo respinta la richiesta di avere dallo Stato francese il dieci per cento del valore della Gioconda, riceve inaspettatamente dall’associazione “Amici del Louvre” a titolo di ringraziamento, la cospicua cifra di 25000 franchi.

Peruggia, nel frattempo, come la “sua” Gioconda, torna in Francia, dove morirà l’8 ottobre 1925, esattamente il giorno del suo compleanno.

Pur essendo per ovvi motivi persona non gradita, l’Arsenio Lupin nostrano riesce facilmente a varcare la frontiera. Lo stratagemma che inganna la gendarmeria francese è semplice e al tempo geniale: Peruggia modifica il suo documento, mettendo il suo secondo nome al posto del primo.

In Francia il celebre ladro si sposa e ha pure una figlia, che gli altri immigrati italiani ribattezzeranno ovviamente la “Giocondina”, un infinito tributo per quello che ai loro occhi è, nonostante tutto, un mito.

 

Leggi anche:
Adorazione dei Magi: il capolavoro incompiuto di Leonardo da Vinci
A Civitella del Lago sulle tracce di Leonardo da Vinci