Giacomo Matteotti acquisì definitivamente la consapevolezza che sarebbe stato ucciso dai fascisti un anno prima di quel tragico 10 giugno 1924.

GIACOMO MATTEOTTI, L’ULTIMO DISCORSO DEL DEPUTATO SOCIALISTA

Siena, 2 luglio 1923. Fa caldo in piazza del Campo e fra la folla il leader socialista e sua moglie Velia avanzano lentamente, sperando di avvicinarsi il più possibile alla piazza. Fra poco, infatti, inizierà il Palio e loro non vogliono perdersi neppure un istante di quella magia. Si tratta di un evento antichissimo, a cui tutta la città di Siena è legata e che richiama ogni anno centinaia di persone da tutta Italia, come Giacomo Matteotti che è nativo di Fratta Polesine, piccolo paese in provincia di Rovigo.

Per Giacomo e Velia stare insieme, oltretutto in quello scenario straordinario, sembra davvero un sogno. I due si sono conosciuti durante una breve vacanza. Lui giovane politico socialista, lei apprezzata poetessa, nonché sorella del celebre baritono Ruffo Titta.

Si sposano nel gennaio del 1916 ma per i due stare insieme è davvero difficile. I numerosi impegni politici di Giacomo lo tengono lontano da Velia che, però, accetta, conoscendo quanto conti per il marito la politica che Matteotti “aveva sposato” giovanissimo.

Nel 1901, a soli sedici anni, scrive un articolo in cui cerca di dimostrare come abbiano «torto quelli che dicono essere il mondo sempre andato così». Fin dal suo esordio in politica Matteotti si schiera a fianco degli ultimi, di quei contadini polesani, fra i più poveri d’Italia, che faticano in terre difficili da coltivare, devastate dalla malaria, segnate dalla morte. Lui per quei contadini è un simbolo, un punto di riferimento, nonostante non provenga dal loro mondo. Matteotti, infatti, è figlio di un grande proprietario terriero, uno di quelli che affama quegli stessi contadini ma con la realtà paterna Giacomo non ha nulla a che spartire.

In piazza del Campo, intanto, l’attesa per l’imminente inizio del Palio di Siena sta per finire; non c’è tempo per la tristezza, c’è una giornata da trascorrere insieme come se fosse la normalità. Ma così non sarà.

Fra la folla ci sono anche dei fascisti che riconoscono Matteotti. Lui per i “neri” è uno di quei socialisti pericolosi. Temono la sua intransigenza, il fatto di non essersi mai piegato al fascismo che, invece, ha sempre criticato, sottolineando le violenze, il clima di odio, il costante attacco alla democrazia che quel movimento ha generato.

In un suo scritto del 1923, Contro il fascismo. Un anno di dominazione fascista, Matteotti denuncia come quella inaccettabile violenza non sia affatto scomparsa dopo la “Marcia su Roma”, al contrario di molti politici, anche del suo stesso partito di cui è segretario, che fanno finta di non vedere e, quando proprio non possono fare altrimenti, minimizzano, derubricando la violenza a un fatto accidentale.

Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti

Nelle pagine del suo saggio Matteotti annota e documenta, da quel fatidico 28 ottobre 1922, 42 uccisioni, 112 fra bastonature, percosse e ferimenti, 184 devastazioni di edifici e domicili, 24 incendi di sedi di giornali. Mesi dopo, in una lettera a Filippo Turati, Matteotti sottolinea come la violenza sia l’essenza del fascismo, la sua origine, la sua unica forza e che la resistenza al regime dell’arbitrio debba essere più attiva, tale da non cedere su nessun punto, pena la definitiva, drammatica sconfitta della democrazia.

Ma quell’appello è una vox clamantis in deserto. Matteotti, però, non si limita solo a denunciare il fascismo attraverso gli scritti ma anche a parole, specie dallo scranno di Montecitorio in qualità di deputato.

L’atmosfera, intanto, in piazza del Campo, ora che Matteotti è stato riconosciuto si fa decisamente calda. Volano insulti, partono spintoni e per questo motivo dei poliziotti, dopo aver avvicinato Matteotti e la consorte, li costringono a lasciare la piazza. Li accompagnano alla stazione ferroviaria e con modi bruschi li esortano a lasciare Siena, in barba alla democrazia e all’umana libertà di cui ogni individuo dovrebbe godere. Anche questa, in fin dei conti, è violenza.

Il fascismo, d’altra parte, da quando è arrivato al potere, ha solo in parte indossato il vestito buono. In modo meno evidente, però, non ha mai davvero rinunciato alla violenza, da sempre stigma di quel movimento fondato in un giorno di primavera del 1919.

Da quando Mussolini è diventato presidente del consiglio quella violenza non è certo sparita, si è semplicemente evoluta, affinata, continuando a non risparmiare nessuno oppositore.

Ne sanno qualcosa Giovanni Minzoni e Alfredo Misuri. Il primo è un sacerdote, medaglia d’argento al valore militare per l’impegno profuso in occasione della prima guerra mondiale, che ha il coraggio, nella sua Argenta, piccolo paese del ferrarese, di criticare apertamente le autorità fasciste, specie per quanto riguardava l’associazionismo giovanile.

Quelle critiche costano care al prelato. La sera del 23 agosto 1923, mentre sta rientrando alla canonica, viene assalito da alcuni uomini, vicini al ras locale Italo Balbo, che lo prendono a bastonate. Quelle percosse sono talmente violente da fracassargli il cranio. Don Minzoni morirà poche ore dopo nel suo letto dopo una breve, atroce agonia.

Va meglio ad Alfredo Misuri, professore di zoologia e fondatore del Fascio di Perugia che il 29 maggio 1923 viene aggredito da alcuni fascisti a due passi dal palazzo di Montecitorio, dove ha tenuto un acceso discorso contro la deriva del fascismo, contro il servilismo di alcuni fascisti dell’ultima ora, contro il ruolo della Milizia fascista, ormai incontrollabile. Parole forti che non possono essere accettate.

Molto più veementi e circostanziate sono quelle che Giacomo Matteotti pronuncia pochi giorni dopo l’apertura ufficiale della XXVII Legislatura del Regno d’Italia.

Roma, 30 maggio 1924, Camera dei Deputati. Giacomo Matteotti, in un’aula gremita e vociante, si alza dal suo seggio per tenere uno dei suoi proverbiali discorsi. Da quando è diventato deputato, alcuni anni prima, ha tenuto decine di discorsi nel corso dei quali non ha risparmiato politici del calibro di Giolitti, Nitti, Bonomi, perfino l’impalpabile Facta, nessuno, insomma, si è salvato. Matteotti, a più riprese, li ha accusati di corruzione, di incapacità, di inadeguatezza e non lo ha fatto mai a caso.

La tensione in quel 30 maggio, ora che sta per cominciare a parlare, è evidente. Tutti conoscono la dialettica pungente del segretario del PSU, tutti sanno che le parole, che fra poco pronuncerà, non saranno lievi, specie per i fascisti. Matteotti con calma inizia a denunciare i brogli, le intimidazioni ma principalmente le violenze di ogni genere che sono state perpetrate nel corso delle elezioni del precedente 6 aprile, quelle che hanno visto trionfare i fascisti a scapito principalmente di socialisti e popolari.

Benito Mussolini

Benito Mussolini

In una Camera in cui la presenza dei fascisti è traboccante, in virtù non solo del responso delle urne ma anche del premio di maggioranza previsto dalla legge Acerbo, le parole di Matteotti sono dure come le pietre. Quando il segretario socialista inizia a sottolineare come le elezioni si siano svolte in un clima non democratico, il dissenso in sala si fa forte. Volano insulti che a stento il presidente della Camera, Enrico de Nicola, riesce a contenere.

Matteotti parla senza mezzi termini di «elezione non valida» in quanto «nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà». Denuncia il ruolo svolto della milizia fascista «a disposizione di un Partito che impedisce fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia».

In quel consesso parlamentare, sempre più simile a una piazza del mercato, Matteotti continua a parlare, non senza difficoltà per le continue, volgari e minacciose interruzioni. Riporta fatti, lancia accuse, chiede, con forza, l’annullamento di quel voto gravato da troppe irregolarità.

Alla fine conclude il suo discorso con parole che peseranno, e non poco, sul destino ormai segnato di Matteotti:

«Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto; e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni».

Mussolini, durante il lungo discorso di Matteotti, il suo centosettesimo, rimane impassibile, legge i giornali che ha sul tavolo, scrive qualcosa su un foglio, tamburella nervosamente con le dita. Ora che ha ottenuto il potere, consolidandolo con una maggioranza impressionante, non permetterà a niente e nessuno di mettersi in mezzo.

Al termine di quella che sembra una vera e propria arringa a difesa della democrazia, Matteotti riceve le congratulazioni dei colleghi di partito, ma, prima di sedersi, a un compagno che gli sta a fianco, sussurra: «il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparatemi l’orazione funebre».

L’ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI

Due giorni dopo, il 1° giugno 1924, Il Popolo d’Italia, l’organo ufficiale del partito fascista, così scrive: «L’on. Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio che avrebbe meritato qualcosa di più tangibile che l’epiteto di “masnada” lanciato dall’on. Giunta».

E quel “qualcosa di più tangibile” al fine arriva. Giacomo Matteotti è un tipo metodico, con orari pressoché sempre identici, per questo è un soggetto facilmente sorvegliabile e raggiungibile. La sua vita è scandita dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia. Da alcuni giorni, dopo quel fatidico discorso, è controllato da alcuni fascisti, legati alla famigerata CEKA, la polizia politica del partito fascista. Hanno studiato orari, spostamenti, abitudini di quell’uomo mite ma coraggioso.

Roma, 10 giugno 1924. Fa caldo, molto caldo quando, intorno alle 16.30, Matteotti esce di casa, al civico 40 di via Pisanelli, nel quartiere Flaminio. Ha dato un bacio alla moglie e ai suoi tre figli e, dopo aver salutato il giovane carabiniere che è di guardia al portone, si dirige verso palazzo Montecitorio.

All’angolo fra via Scialoja e lungotevere Arnaldo da Brescia è parcheggiata una Lancia Lambda, di colore nero, che la sera prima si aggirava nei pressi dell’abitazione dell’onorevole socialista, tanto da insospettire il portiere dello stabile di Matteotti che, infatti, annota la targa. Quella piccola attenzione permetterà alla polizia, nelle ore successive al sequestro di Matteotti, di arrestare gli esecutori materiali.

Sulla Lancia ci sono Amerigo Dùmini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.

Appena scorgono Matteotti gli si fanno incontro e gli balzano addosso. Scoppia una lite, il deputato socialista riesce sulle prime a difendersi e bene ma poi, vista la prevalenza numerica degli aggressori, deve capitolare. Viene caricato a forza sulla macchina che rapidamente lascia il lungotevere. Ma all’interno del veicolo la situazione non è per nulla calma. Matteotti non demorde, nonostante sia in netta inferiorità. Nel pieno della rissa riesce a gettare fuori dell’abitacolo il suo tesserino parlamentare, in seguito ritrovato nei pressi di ponte Risorgimento da due contadini.

Nella concitazione uno dei sequestratori, individuato in seguito in Giuseppe Viola, estrae un coltello con il quale colpisce Matteotti sotto l’ascella. Si tratta di un colpo fatale. All’interno del veicolo la tensione è alle stelle. C’è un corpo da far sparire ma non si sa bene come e dove. Per un poco i cinque, a bordo della Lancia, girano a vuoto poi, sul far della sera, raggiungono Macchia della Quartella, una zona boscosa nel comune di Riano Flaminio, alle porte di Roma, il posto ideale per nascondere il cadavere di Matteotti.

La scomparsa di Matteotti genera, come inevitabile, la reazione politica dei partiti d’opposizione che chiedono a Mussolini di riferire in aula. Il 12 giugno, a due giorni dal sequestro, il capo del governo tiene un discorso che è la quinta essenza dell’ipocrisia. Sostiene che, qualora di trattasse di un delitto, questo non potrebbe non suscitare la commozione e lo sdegno del governo e del Parlamento.

Peccato che Mussolini sia già a conoscenza che Matteotti è morto, ammazzato dai suoi fascisti.

Il 16 agosto brigadiere dei carabinieri, Ovidio Caratelli, è in giro per i boschi della Quartella, quando il suo cane comincia a scavare fra le foglie. Il carabiniere, allora, capisce che c’è qualcosa che non va e si mette anche a lui a scavare. Quello che trova è sconvolgente. Sotto il fogliame e il poco terriccio si trova ciò che resta di un corpo umano, identificato poi in quello dell’onorevole Giacomo Matteotti.

Quello stesso giorno Filippo Turati scrive una toccante lettera ad Anna Kuliscioff: «Ti risparmio la minuta descrizione dei resti. Tutto è distrutto. Non c’è neppure lo scheletro, ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio».

Non rimane che seppellire quei poveri resti che vengono portati a Fratta Polesine. La moglie Velia, il giorno prima dei funerali, pretende, con una lettera al ministro dell’interno Federzoni, che alle esequie del marito non sia presente alcun esponente fascista.

Quello che da settimane si teme, e che Mussolini e i suoi hanno sempre ufficialmente negato, è realtà: Giacomo Matteotti è stato assassinato.

Il motivo? Gli storici per anni hanno sostenuto che la causa fosse da collegare alle accuse del deputato socialista sui brogli elettorali e sulle violenze perpetrate dai fascisti in occasione delle elezioni del 1924. Di recente, però, alcuni studiosi, fra cui lo storico Mauro Canali, autore del corposo Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, hanno ipotizzato, raccogliendo numerosi documenti, come alla base dell’uccisione del segretario del PSU ci fosse, probabilmente, la conoscenza da parte del deputato socialista di un giro di tangenti.

Nello specifico quelle pagate dalla società americana Sinclair Oil a importanti uomini italiani, pur di ottenere la concessione ad effettuare esplorazioni petrolifere sul suolo italiano e, principalmente, il divieto per un ente statale di effettuare trivellazioni nel deserto libico. Fra nomi coinvolti ci sono anche quelli di Filippo Filippelli, Arnaldo Mussolini, fratello di Benito e addirittura quello stesso Vittorio Emanuele III.

La giustizia, intanto, fin dal 14 giugno 1924, si muove e porta alla sbarra i cinque uomini della Lancia Lambda, come esecutori, e in seguito Cesare Rossi, Giovanni Marinelli e Filippo Filippelli, come mandanti. L’iter processuale si conclude due anni dopo. Ad essere ritenuti responsabili di omicidio preterintenzionale sono solo Dùmini, Volpi e Poveromo, condannati a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione, nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Tutti gli altri vengono assolti.

Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini, la cui effettiva responsabilità nel delitto Matteotti non è stata mai provata neppure dopo la caduta del fascismo, rafforzato dall’inconsistenza dell’opposizione parlamentare e dalla viltà del sovrano all’indomani dell’assassinio di Matteotti, pronuncia un discorso alla Camera dei Deputati che diviene, purtroppo, celebre, segnando la fine della democrazia e l’inizio della dittatura: «Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (…) Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale il l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi».

Sarà l’inizio della fine.

 

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