Il 20 novembre 1978 si spegneva nella sua casa romana, uno dei più grandi pittori del secolo scorso, Giorgio de Chirico. L’arte di questo straordinario e originalissimo artista è sempre stata legata essenzialmente a una parola: metafisica. Un termine che si perde nella millenaria storia della filosofia. Fu il filosofo Andronico da Rodi, vissuto nel I secolo a.C., a coniarla. La usò per indicare alcune specifiche opere di Aristotele. Una parola greca come la nazionalità dello stesso de Chirico, che a quella piccola e frastagliata terra, bagnata dal mare, rimase per sempre avvinto. Giuseppe Maria Alberto Giorgio de Chirico nasce il 10 luglio del 1888 a Volo, cittadina della Tessaglia, l’antica Iolco che in epoca classica ospitava i giochi in onore del dio del mare Poseidone e che secondo la leggenda narrata fu visitata da Giasone, il mitologico condottiero della spedizione degli Argonauti.

GIORGIO DE CHIRICO: LA FORMAZIONE

Giorgio De Chirico e la pittura metafisica

Giorgio De Chirico e la pittura metafisica

Figlio di italiani, il padre di Giorgio De Chirico, Evaristo, di nobili discendenze siciliane, si trovava in Tessaglia come ingegnere per sopraintendere alla costruzione di un’importante ferrovia, mentre la madre, Gemma Cervetto, era originaria di Genova. Secondo di tre figli, la sorella maggiore, Adelaide, morirà nel 1891, Giorgio ancora bambino inizia a prendere le prime, fondamentali lezioni private di disegno dal pittore Mavrudis e il mondo dell’arte si palesò misterioso e suadente davanti ai suoi occhi ancora infantili. Nel 1899 la famiglia de Chirico si trasferisce ad Atene. Nella capitale Giorgio, dal 1903 al 1906, frequenta il Politecnico, ammantato da quelle grandiose rovine dell’antica classicità che tanto influenzeranno la futura produzione artistica del pittore.

Gli anni greci trasmettono al giovane Giorgio anche quel senso della perfezione che ricercherà ossessivamente per tutta la sua vita e che lo rese molto polemico rispetto agli artisti contemporanei. Anni dopo, a proposito del suo rapporto con la tecnica e la perfezione, dirà: «Se oggi il mio maestro Mavrudis fosse a Roma potrebbe condurre a scuola tutti i nostri “geni” modernisti e insegnare loro che prima di essere cezanniani, picassiani, soutiniani, o matissiani e prima di avere l’emozione, l’angoscia, la sincerità, la sensibilità la spontaneità, la spiritualità, farebbero meglio ad imparare a fare una buona e bella punta al loro lapis e poi con quella punta cercare di disegnare bene un occhio, un naso, una bocca o un orecchio.»

Nel settembre del 1906 la madre di De Chirico, il padre era morto l’anno precedente, decide di lasciare la Grecia con i due figli. La nuova meta, dopo due brevi soste in Italia a Venezia e Milano, è Monaco di Baviera. L’esperienza tedesca sarà molto formativa, anche perché si tratta Monaco di Baviera, una città dinamica, vitale, dove lavorano artisti del calibro di Kandinsky, Klee, Kubin e Münter e dove trionfa lo Jugendstil (dal nome di una rivista, lo Jugend, fondata a Monaco nel 1896), il marchio innovativo di quell’art nouveau che diffonde, in diverse discipline, un nuovo linguaggio artistico, in Germania e non solo.

Giorgio de Chirico a Monaco si iscrive all’Accademia delle Belle Arti e contemporaneamente si tuffa nello studio di Arnold Böcklin (il suo stile lo influenzerà e non poco) e di Max Klinnger. Legge con passione autori come Schopenhauer, Weininger e soprattutto Nietzsche. «Ero un grande ammiratore di Nietzsche – scrive de Chirico – e capivo benissimo la natura esatta delle innovazioni del pensiero di questo filosofo. Tale novità è una strana e profonda poesia, infinitamente misteriosa e solitaria, che si basa sulla Stimmung (uso questa parola tedesca molto efficace che si potrebbe in italiano tradurre con la parola atmosfera nel senso morale), si basa, dico, sulla Stimmung del pomeriggio d’autunno, quando il cielo è chiaro e le ombre sono più lunghe che d’estate, poiché il sole comincia ad essere più basso. Questa sensazione straordinaria si può trovare, dico, nelle città italiane». E l’Italia rientra nel destino di de Chirico in modo significativo.

DE CHIRICO E LA NASCITA DELLA PITTURA METAFISICA

La pittura metafisica di Giorgio De Chirico

La pittura metafisica di Giorgio De Chirico

Nel giugno del 1909 Giorgio De Chirico raggiunge la madre e il fratello a Milano. La sua pittura in questo periodo è fortemente influenzata dallo stile del pittore svizzero Arnold Böcklin. Opere quali Prometeo, Sfinge, ma anche La Partenza degli Argonauti, pur riprendendo temi classici, provenienti da quella Grecia che sarà sempre presente nella vita di de Chirico, dimostrano il tributo al pittore surrealista che era morto a Fiesole, vicino Firenze, nel 1901.

Proprio il capoluogo fiorentino è l’ennesima tappa del girovago de Chirico. Nel marzo del 1910 si trasferisce con la famiglia a Firenze. In questo periodo, caratterizzato da una salute piuttosto cagionevole, come scrive nelle sue Memorie, preferisce dipingere quadri di piccole dimensioni in cui il tema della malinconia autunnale, scoperto attraverso la lettura di Nietzsche, diviene protagonista assoluto. Nella città medicea dipinge il suo primo quadro metafisico: L’enigma di un pomeriggio d’autunno, ispirato da una visione avuta in piazza Santa Croce. L’opera è preceduta da L’enigma dell’oracolo e seguita da L’enigma dell’ora, entrambe dipinte nel 1910 a Firenze.

Appartiene al periodo fiorentino anche L’autoritratto che de Chirico correda di una epigrafe presa in prestito dal suo autore preferito Nietzsche: Et quid amabo nisi quod aenigma est (E cosa amerò se non ciò che è enigma?). In una fase in cui l’arte italiana è ancora segnata dal dinamismo dei futuristi, de Chirico, a partire dagli anni fiorentini, inizia a realizzare dipinti immobili, imperscrutabili, in cui la chiarezza del disegno e il gioco delle ombre rendono magica, quasi surreale la sospensione misteriosa delle voci, del tempo, della vita stessa.

Nel luglio del 1911 lascia Firenze per Parigi. Nella capitale francese si sviluppa pienamente il tema della Piazze d’Italia, in cui gli elementi metafisici, anticipate dalle opere fiorentine, emergono ancora più chiaramente. A Parigi de Chirico viene notato da Picasso e dal poeta Apollinaire. Quest’ultimo, vedendo alcune sue opere esposte al Salon des Indèpendants, lo definisce «il pittore più sorprendente della nuova generazione».

Ufficialmente la pittura metafisica di de Chirico nasce a Ferrara, dall’incontro con il pittore Carlo Carrà. Oltre al sodalizio con il pittore, de Chirico viene influenzato in questa sua evoluzione artistica anche dalla città di Ferrara. Nella cittadina estense, che definisce «la più metafisica di tutte le città», il pittore trova una fonte d’ispirazione incredibile. Ferrara, come ha sottolineato lo storico dell’arte Piero Adorno, con quelle grandi piazze ornate di monumenti dalle lunghe ombre portate, con quell’innaturale solitudine di vie e piazze sulle quali si affacciavano nobili palazzi inutilizzati, trasformavano quel luogo in una sorta di affascinante “città morta”, set ideale da dove trarre ispirazione per la propria pittura. E in quel contesto metafisico è ambientato una delle opere più iconiche di de Chirico: Le muse inquietanti.

Ancora Adorno: «In questo quadro i manichini hanno i corpi in foggia di statue classiche, dalle pieghe ricadenti parallelamente, simili alle scanalature di una colonna dorica, come in una scultura greca arcaica. Il richiamo alla Grecia giustifica il titolo le muse; inquietanti perché inserite, senza logica apparente, in un contesto urbano tanto posteriore; inquietanti come lo sono certi sogni, certi incubi, dove tutto sembra reale eppure non lo è perché creato dal nostro inconscio, che monta una scena complessa con motivi tratti dalla realtà quotidiana ma riuniti senza un motivo giustificabile sul piano razionale.»

Nel 1919 de Chirico scrive L’arte metafisica, definendo alcuni concetti chiave di questa sua rivoluzionaria forma d’arte. «Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo seduto un uomo sopra una seggiola, dal soffitto vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri, tutto ciò non mi colpisce. Non mi stupisce perché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo ma ammettiamo che per un momento e che per cause inspiegabili ed indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca: chissà allora quale stupore, quale terrore, e forse quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena. La scena, però, non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sotto un altro angolo. Eccoci all’aspetto metafisico delle cose».

GIORGIO DE CHIRICO E I SURREALISTI

Il 1919 si trasferisce a Roma che diventerà la sua città di adozione, pur non smettendo di viaggiare e di andare, in particolare, a Parigi.
Nella Ville Lumiere conosce Andrè Breton e altri pittori surrealisti con i quali comincia un importante sodalizio, sottolineato dalla celebre fotografia scattata da Man Ray, in cui de Chirico posa accanto ad altri celebri artisti surrealisti. Il pittore nativo di Volo esercita un’enorme influenza sui surrealisti, a partire da Dalì e Magritte.

Il tema dell’alienazione urbana, tipico di molte sue opere, viene ripreso anche da altri artisti come ad esempio George Grosz. Nel 1922 proprio Breton firma la presentazione di un’importante personale alla parigina Galerie Paul Guillaume, con ben cinquanta opere esposte. È un periodo intensissimo ed estremamente vivace sotto ogni aspetto, basti pensare che de Chirico realizza le scene e i costumi per La Giara di Pirandello al Theaatre des Champs Elysées.

Nel 1938, disgustato dalla proclamazione delle Leggi razziali, lascia l’Italia, ovviamente per Parigi ma mantiene sempre vivo il legame con la nostra nazione. Durante gli anni della guerra è ospite dell’amico antiquario Luigi Bellini che probabilmente influenzerà la produzione di alcune sculture in terracotta. Ancora una volta si tratta di soggetti appartenenti al mondo classico come Gli Archeologi, Ippolito e il suo cavallo, e Ettore e Andromaca, soggetto, quest’ultimo già utilizzato nel 1917 per un suo famoso dipinto, in cui i manichini, che avevano già fatto la loro comparsa, diventavano gli assoluti protagonisti della scena.

Un artista poliedrico, anche se la pittura rimarrà sempre la forma espressiva preferita, nella ferma convinzione, più volte ribadita, che «nessuno potesse costringerlo a dipingere in una maniera o nell’altra». D’altra parte per de Chirico la pittura e l’arte in generale erano la massima espressione della propria libertà. Gli anni successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale lo vedono ancora protagonista. Nel 1948 è nominato membro della Royal Society of British Artist e l’anno successivo allestisce nella stessa sede una personale che ottiene grandi consensi di critica e pubblico.

LA PITTURA NEOMETAFISICA

Negli anni Sessanta si diletta a illustrare due classici della letteratura: I Promessi Sposi e L’Iliade, quest’ultima nella traduzione del poeta Salvatore Quasimodo. La stagione della Metafisica è inevitabilmente al tramonto anche se gli ultimi anni di vita sono contrassegnati da un’alternanza fra una pittura baroccheggiante, come nel caso dell’Autoritratto in costume del Seicento, e quella che lui stesso definisce Neometafisica. I soggetti dei dipinti di questa nuova fase artistica, a cui la città di Osimo recentemente ha dedicato una bellissima mostra curata da Vittorio Sgarbi, sono alla fine sempre gli stessi. I celebri manichini, le piazze ampie e deserte, i gladiatori, tutti, però, inseriti in un contesto, innanzitutto cromatico, più lieto, più ilare e decisamente molto più empatico, con sullo sfondo delle quinte meno drammatiche e malinconiche, come in passato e con un accenno misterico meno evidente. Apripista di questa ultima, felice stagione artistica di de Chirico è il dipinto Il Ritorno al castello, del 1969. In quest’opera un anonimo cavaliere «metonimica rappresentazione delle ombre dell’Ade, ritorna al castello avito illuminato da una lucente luna gialla».
Giorgio de Chirico muore il 20 novembre 1978 a Roma all’età di novant’anni. A proposito dell’arte era solito dire:

«un’opera d’arte per divenire immortale deve superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.»

 

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