La diciottesima vittima. Giuseppe Pinelli, l’altra vittima di piazza Fontana

Piazza Fontana, la prima pagina del Corriere della Sera

Giuseppe Pinelli, detto Pino, è l’altra vittima della strage di piazza Fontana. Non morì, come le altre vittime, dilaniato dalla deflagrazione di una bomba nel salone della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, ma sul selciato di un cortile della questura di Milano il 15 dicembre 1969.

Giuseppe Pinelli

Giuseppe Pinelli

Tre giorni prima, il 12 dicembre, il giorno in cui una giovane Italia perdeva per sempre la sua ingenuità, un ordigno micidiale, piazzato sotto il tavolo ottagonale del salone dell’istituto bancario milanese, esplodeva alle 16.37 in punto, uccidendo 17 persone e ferendone 88, alcune in modo gravissimo.

Ma quel fatale 12 dicembre, un venerdì che anticipava il desiderio di un imminente Natale, non esplose solo una bomba. Mani anonime, infatti, disseminarono altri ordigni fra Milano e Roma, forse seguendo la trama di un unico, sanguinario disegno, e che solo grazie al caso non causarono ulteriori vittime ma solo feriti. Quattro altre bombe che scossero quel giorno di metà dicembre gli italiani.  Il primo ordigno, che solo per l’attenzione di un commesso fu ritrovato prima che esplodesse, fu collocato nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, nella centralissima Piazza della Scala. Il secondo detonò, per fortuna senza vittime, nella sede romana della Banca Nazionale del Lavoro, a pochi passi dalla “felliniana” via Veneto, mentre il terzo e il quarto scoppiarono, sempre nella capitale, a distanza di pochi minuti da quello di piazza Fontana, in due punti diversi dell’Altare della Patria.

bomba di Piazza Fontana

L’interno del salone dove esplose la bomba di Piazza Fontana

Due ore dopo circa l’esplosione della tanatologica bomba di piazza Fontana, Giuseppe Pinelli, ex partigiano, ferroviere di professione, sposato con Licia Rognini e animatore del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” di Milano, fondato un anno prima, segue a bordo del suo motorino, un Benelli 50, una Fiat 850 di colore blu, un auto civetta della Polizia. Su quell’auto siede il commissario Luigi Calabresi che, pochi minuti prima, ha chiesto al Pinelli di seguirlo in questura per degli accertamenti, i due, d’altra parte si conoscono e i loro rapporti non sono certo astiosi, se è vero, come asseverato dalla moglie del Pinelli, che il giovane commissario ha regalato al marito in occasione del Natale precedente un libro, Mille milioni di uomini di Enrico Emanuelli, ricevendo in cambio l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Giuseppe Pinelli non è l’unico fermato in quel lembo di pomeriggio del 12 dicembre. Nella sede della questura di via Fatebenefratelli, nelle ore immediatamente successive alla strage, sfilano decine di persone, perlopiù anarchici. Le indagini, infatti, si concentrano fin da subito, nonostante vere e proprie prove non emergano, sugli ambienti anarchici. A coordinarle è lo stesso questore Marcello Guida, ex direttore del confino fascista di Ventotene, che ai numerosi giornalisti accorsi, dichiara, in un’improvvisata conferenza stampa, la sua ferma volontà di “riuscire nel più breve tempo possibile a sgombrare il campo da criminali del genere e ottenere che episodi come questi non funestino più Milano”. La maggioranza dei fermati man mano che viene riscontrata l’attendibilità dei loro alibi viene rilasciata, qualcuno, come Sergio Ardau, viene tradotto nel carcere ambrogino di San Vittore, Pinelli, invece, rimane ancora in questura e non ne uscirà praticamente più.

Il commissario Luigi Calabresi

Il commissario Luigi Calabresi

Nelle stanze dell’Ufficio Politico della questura di Milano, posto al quarto piano, la confusione regna sovrana, fra porte che si aprono e si richiudono velocemente, gente che affolla corridoi e stanze, giornalisti che cercano di carpire anche una minima notizia che spieghi quell’immane orrore, poliziotti nervosi, al limite della nevrosi. Giuseppe Pinelli entra in questura in stato di fermo alle 18.30 ma solamente alle 3, in piena notte dunque, senza aver minimamente riposato, viene interrogato per la prima volta. Agli inquirenti, fra cui il commissario Luigi Calabresi e il responsabile della squadra politica Antonino Allegra, Pinelli ripete, come una sorta di mantra, che il pomeriggio del 12 lo ha trascorso giocando a carte nel bar all’angolo tra via Morgantini e via Civitali, un alibi confermato da alcuni avventori dello stesso bar. Ma gli inquirenti non gli credono, sono sostanzialmente convinti che quelle bombe siano opera del movimento anarchico, una sorta di sottile linea rossa intrecciata con i precedenti attentati del 25 aprile alla Fiera Campionaria di Milano e con quelli su alcune linee ferroviarie nella notte fra l’8 e il 9 agosto, per fortuna senza vittime. Anche in quei casi, infatti, le indagini si concentrarono subito sugli anarchici e sugli ambienti dell’estrema sinistra, sospetti che in seguito, tuttavia, cadranno nel vuoto con l’assoluzione di tutte le persone indagate.

Forti di questa convinzione, è ormai dimostrato come l’input di indirizzare le indagini su un determinato ambiente, trascurandone altri come ad esempio la nebulosa area dell’estrema destra, provenga da Roma, Calabresi e i suoi uomini proseguono a interrogare il ferroviere.  Alle ore 19 del 15 dicembre Giuseppe Pinelli, “senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio.”[1] Gli inquirenti hanno fretta, la pressione dei media è fortissima, d’altra parte la quasi totalità della stampa italiana, con l’eccezione “dell’Unità”, del “Giorno” e della “Stampa”, ha sposato la linea della polizia, a mettere le bombe sono stati sicuramente gli anarchici. Qualcuno in quell’angusta stanza dove avviene l’interrogatorio comunica al Pinelli che Pietro Valpreda, un altro anarchico fermato in quel fatale 12 dicembre (Valpreda subirà tre anni di carcerazione preventiva, salvo poi essere assolto, con l’accusa, basata soltanto sulla sommaria testimonianza di un tassista, Cornelio Rolandi, di essere colui che aveva lasciato la valigia con la bomba nella sede della BNA) ha confessato, cosa oltretutto non vera, ma questa notizia, tuttavia, non scuote più di tanto Pinelli che, nonostante la stanchezza, la fame, infinite sigarette fumate e un inevitabile stress, continua a sostenere la sua assoluta estraneità ai fatti, ribadendo il suo alibi per quella giornata. La convinta difesa di Pinelli spiazza gli inquirenti che devono a questo punto decidere se rimettere in libertà Pinelli o tradurlo in carcere. Le 48 ore massime previste dalla legge sono, infatti, abbondantemente scadute, il rischio concreto è quello una denuncia per abuso d’ufficio.

Nel piccolo ufficio dove si tiene l’ennesimo, estenuante interrogatorio la tensione è alta. Poco prima della mezzanotte si procede a una nuova pausa. Il commissario Calabresi esce dalla stanza dove rimangono invece il tenente dei carabinieri, Sabino Lograno e quattro agenti di Pubblica sicurezza, Carlo Mainardi, Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, che si trova alla macchina per scrivere e, infine, Pietro Mucilli. Dalle prime  dichiarazioni, poi in parte modificate, si appura che Pinelli, poco prima della mezzanotte, si alza dalla sedia e con “uno scatto felino” come testimonia Panessa si lancia dalla porta finestra nel vuoto. Sulla tempestività dell’agire di Pinelli i quattro concordano, aggiungendo, anche, che fermarlo è stato praticamente impossibile. Dunque, stando a queste prime dichiarazioni Pinelli si sarebbe suicidato. Ma perché? Quale è stato il motivo che ha spinto il ferroviere di quarantun anni a lanciarsi nel vuoto?  Per quanto stressato, stanco e provato Pinelli, tuttavia, non risulta particolarmente preoccupato, in fin dei conti “le contestazioni a carico dell’anarchico non crearono e potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d’accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico”[2]. Quindi il movente sembrerebbe tecnicamente non sussistere ma non per il questore Guida che, infatti, poco dopo la tragedia, riconoscendo una sorta di onore delle armi a Pinelli, considera il suicidio come un atto eroico commesso nel momento in cui l’alibi era crollato e le responsabilità di Pinelli apparivano evidenti.

Cosa sia successo in quella stanza nella notte del 15 dicembre è, a distanza di quasi cinquant’anni, ancora avvolto nel mistero. Le incongruenze, infatti, sulla ricostruzione di quei tragici fatti sono tantissime, vediamone alcune. Innanzitutto la discrepanza fra l’orario della caduta di Pinelli e quello in cui venne contattata l’ambulanza. La testimonianza del giornalista “dell’Unità” Aldo Palumbo, il primo ad accorrere nel cortile, ma anche quelle di altri suoi colleghi, concordano sul fatto che la caduta avvenne tre, massimo quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre la chiamata effettuata dal centralino della questura alla sala operativa dei vigili urbani, come da prassi, per richiedere l’intervento di un’ambulanza, viene effettuata 58 secondi dopo la mezzanotte, in sostanza, la chiamata sarebbe stata fatta prima della tragedia, quando Pinelli era ancora vivo.

A non tornare sono anche le modalità del presunto suicidio di Pinelli. Stando, infatti, alle dichiarazioni di tutte le persone presenti in quella stanza, Pinelli si sarebbe alzato di scatto dalla sedia, avrebbe fatto rapidamente pochi passi e, raggiunta la porta finestra l’ha aperta, lanciandosi nel vuoto. Una versione che stride, tuttavia, con la logica. La stanza teatro della tragedia è piuttosto piccola, poco più di dodici metri quadrati, e al suo interno ci sono armadi, scrivanie e, cosa non trascurabile, sei persone, insomma uno spazio molto limitato, ma Pinelli, nonostante tutto ha il tempo di alzarsi, di arrivare alla finestra, di aprirla e di buttarsi di sotto, spiccando un salto nel vuoto. Dubbi sorgono anche sulla tipologia di questo salto. Dalla ricostruzione scientifica della caduta si evidenzia in modo incontrovertibile come in fase di caduta Pinelli abbia ripetutamente sbattuto sui cornicioni sottostanti alla porta finestra, una caduta, dunque, verticale, poco compatibile con una caduta da lancio che, invece, almeno nella fase immediatamente iniziale, prevede una proiezione in orizzontale, tipica della fase di lancio. Inoltre l’esame autoptico, al quale non poterono assistere i periti di parte, dimostra la totale assenza di segni di escoriazioni sulle mani, quindi Pinelli mentre stava per rovinare in terra non ha cercato minimamente di proteggersi con le mani le mani prima del terribile impatto al suolo, un gesto assolutamente istintivo e per certi aspetti inevitabile. Pinelli, questo è emerso dalle testimonianze, tutte concordanti, in fase di caduta non urlò, non emise alcun tipo di suono, circostanza, anche questa, poco realistica. Per i periti di parte tali elementi suffragano l’ipotesi che Pinelli sia caduto dalla finestra o già morto o stordito, comunque del tutto incosciente, dunque, per i difensori, si tratterebbe non di suicidio bensì di omicidio, magari colposo come supposto dal giudice Ferdinando Imposimato: “Mi sembrava più corretta l’ipotesi dell’omicidio colposo formulata inizialmente da D’Ambrosio contro chi lo teneva indebitamente in stato di fermo: interrogandolo per tre giorni di seguito, coloro che avevano tenuto sotto pressione, tra cui non c’era il commissario Calabresi, avevano per colpa cagionato la sua morte.”[3]

Un altro aspetto che non torna è l’incongruenza fra la terza e ultima versione dei fatti fornita dai presenti in quella tragica notte e la testimonianza dei giornalisti accorsi subito dopo la caduta nel cortile. I poliziotti, infatti, sostengono, dopo che inizialmente avevano negato di essere riusciti a trattenere anche parzialmente Pinelli prima del mortale volo, che fossero riusciti in parte ad afferrarlo, tanto che al brigadiere Vito Panessa era rimasta in mano una scarpa del Pinelli ma che questi, comunque, era riuscito a spiccare il salto. Peccato, però, che tutti i giornalisti, in primis Aldo Palumbo, ricordino perfettamente che ai piedi del corpo esanime di Pinelli vi fossero entrambe le scarpe.

La lapide che ricorda Giuseppe Pinelli

La lapide che ricorda Giuseppe Pinelli

Queste incongruenze, piuttosto evidenti, determinarono l’apertura di un’inchiesta giudiziaria che si concluse però con l’archiviazione. La vedova di Pinelli, però, il 24 giugno 1971, presentò una nuova denuncia contro tutte le persone presenti in quella notte. La Procura riaprì, dunque, il caso, affidandolo al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, che anni dopo fece parte del famoso Pool di Mani Pulite, il quale, dopo quattro anni, esattamente il 27 ottobre 1975, emise una sentenza che obiettivamente lasciò perplessi, non tanto per il proscioglimento di tutti gli indagati, quanto per le motivazioni della sentenza in base alla quale, non si trattò né di omicidio tantomeno di suicidio, bensì di morte dovuta a “un’improvvisa vertigine”, il famoso malore attivo di cui tanto si parlò negli anni a seguire, in virtù del quale Pinelli, che aveva aperto la finestra “per respirare una boccata d’aria fresca” precipitò improvvisamente nel vuoto.

Il dramma di quel 15 dicembre, tuttavia, non finì quella notte. Il 17 maggio 1972 alle ore 9.15 il commissario Luigi Calabresi viene ucciso sotto casa da dei sicari. Dopo una lunga, intricata e non sempre coerente vicenda giudiziaria, caratterizzata da sentenze di colpevolezza e assoluzione, la magistratura stabilì che Calabresi era stato ucciso da Leonardo Marino e Ovidio Bompressi su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, tutti appartenenti al movimento di Lotta Continua, giornale che nei giorni successivi alla morte di Pinelli aveva scatenato una violenta campagna stampa contro il commissario, ritenendolo responsabile della morte dell’anarchico.

Cosa accadde in quella notte del 15 dicembre forse non lo sapremo mai, di certo, però, è pacifico, come ha ricordato l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, alla quale parteciparono le vedove di Pinelli e di Calabresi, che Giuseppe Pinelli “fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine”.  

[1] Sentenza del giudice istruttore D’Ambrosio del 27 ottobre 1975, p. 68 sgg.

[2] Ibidem.

[3] F. Imposimato, La Repubblica delle stragi impunite, Newton Compton, Roma 2012, p. 78.

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