Immaginate un compositore amatissimo in Italia e una musica potente che entrava nelle case, nei vicoli e nei teatri di un paese che aspirava all’unità nazionale e che tentava di liberarsi dagli stranieri. Osservate poi i muri che si riempivano di scritte che inneggiavano a lui, i palchi che si incendiavano sulle note delle sue opere, le parole delle arie che riecheggiavano e si diffondevano raccontando i tormenti risorgimentali. I suoi cori, che davano voce al popolo, erano talvolta i lamenti delle persone, le passioni e le tragiche vicende di uomini e di donne che aspiravamo ad una nazione che ancora si doveva fare. Eccolo Giuseppe Verdi che ha accompagnato nel suo viaggio un’Italia risorgimentale e ha stregato una Milano allora governata dagli Austriaci. Ancora oggi, a distanza di più di un secolo dalla sua morte, le sue arie immortali emozionano perché fanno parlare un popolo.

GIUSEPPE VERDI: I FUNERALI

Il 27 gennaio del 1901 Giuseppe Verdi moriva all’interno della camera 105 del Grand Hotel et de Milan, dove dimorava dal 1872 quando si trovava nel capoluogo lombardo. Sei giorni prima il Maestro era stato colpito da un ictus e tanto era il rispetto e l’amore verso di lui che, affinché potesse riposare, la cittadinanza ricoprì le strade adiacenti l’albergo con la paglia. In questo modo a Verdi non giungeva il rumore degli zoccoli dei cavalli e delle ruote delle carrozze.

I funerali che secondo la volontà del Maestro dovevano essere modestissimi in realtà furono seguite da decine di migliaia di persone che erano accorse alla notizia della sua morte. Un mese dopo, quando il suo corpo venne traslato fino alla cripta della Casa di Riposo per Musicisti, il corteo impiegò 11 ore per terminare il suo tragitto. Intorno 300.000 persone improvvisavano cori spontanei che intonavano il Va’ Pensiero ed accompagnavano in coro diretto da Arturo Toscanini mentre il corteo funebre si muoveva lentamente lungo le strade milanesi.

L’ARIA DEL VA’ PENSIERO

Il Va’ Pensiero era l’aria divenuta famosa nel 1842 quando per la prima volta venne presentato il Nabucco, l’opera che metteva in scena l’esodo di un popolo, quello ebraico, ridotto in schiavitù a Babilonia. Il libretto dell’opera prende spunto da un episodio raccontato nella Bibbia. Nel 587 a.C. il re babilonese Nabucodonosor aveva conquistato Gerusalemme, causando la prima deportazione del popolo ebraico. Il Nabucco di Giuseppe Verdi, la sua terza opera, ebbe un successo incredibile ed inaspettato. Perché quelle parole e quella musica dicevano e raccontavano molto di più di quanto sembrasse.

Per superare la ferrea ed attenta censura austriaca, Verdi e Solera (il librettista) utilizzarono la storia dell’esilio del popolo ebraico per parlare della condizione di schiavitù degli italiani, assoggettati e governati da potenze straniere. Questo artificio fu necessario per portare l’opera in teatro, favorendo quel processo di immedesimazione del popolo italiano con il popolo ebraico ridotto in schiavitù da Nabucodonosor.  Ecco che il Nabucco diventava uno strumento politico ed unisce due popoli che avevano perso la propria terra, due destini comuni.

Il Nabucco di Giuseppe Verdi

Il Nabucco di Giuseppe Verdi

Siamo nella quarta scena del terzo atto, gli ebrei stanno lavorando sulle rive dell’Eufrate a Babilonia. Si fa spazio un pensiero in loro. Quel fiume ricorda il Giordano, le acque della loro terra natìa così lontana ormai. Piano piano, ritorna un ricordo lontano e nostalgico: quello della loro ‘patria sì bella e perduta‘. Intonano un canto di nostalgia e di amore che ‘favella del tempo che fu’. Il pensiero parte leggero e si ‘posa sui clivi, sui colli’, saluta il Giordano e le torri distrutte di Gerusalemme, riaccende ‘le memorie nel petto’. La loro voce è un lamento, un canto doloroso che inizia sommesso, cresce e poi ritorna fioco. Le loro parole, accompagnate e sorrette dalla musica, terminano con la richiesta a Dio di farli reagire alla sofferenza.

E pensare che il testo scritto da Temistocle Solera Verdi non lo voleva proprio musicare. Il libretto glielo aveva consegnato il suo impresario Bartolomeo Merelli ma dopo il fiasco della sua seconda opera e dopo la morte di sua moglie e dei suoi due figli Virginia e Icilio, Verdi voleva accantonare la musica e la lirica. Stanco e disperato era pronto a lasciare il mondo dell’opera quando una sera…

gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi e mi si affaccia questo verso: Va’, pensiero, sull’ali dorate. Scorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre. Leggo un brano, ne leggo due: poi, fermo nel proposito di non scrivere, faccio forza a me stesso, chiudo il fascicolo e me ne vado a letto!… Ma sì… Nabucco mi trottava pel capo!… Il sonno non veniva: mi alzo e leggo il libretto, non una, ma due, ma tre, tanto che al mattino si può dire che io sapeva a memoria tutto quanto il libretto di Solera.

IL SUCCESSO DEL NABUCCO

Quando, il 9 marzo 1842 il Nabucco andò in scena al Teatro della Scala di Milano, il Maestro aveva appena 28 anni. L’opera ebbe un successo incredibile con più di 60 repliche solo in quella stagione. Da allora il nome di Giuseppe Verdi divenne indissolubilmente legato al Risorgimento e alle sue istanze.

Giuseppe Verdi, Va' Pensiero

Monumento a Giuseppe Verdi (foto di Lorenzo Gaudenzi)

Nel 1859 sul muro del teatro Apollo a Roma, mentre si stava rappresentando Un ballo in maschera, comparve la prima scritta Viva Verdi che era sì un riconoscimento al compositore di Busseto ma era anche (esattamente come il Nabucco) un riferimento ad altro. Verdi infatti era un acronimo e stava per V(ittorio) E(manuele) R(e) DI(talia). Da allora Viva Verdi cominciò ad essere gridato e scritto sui muri dai patrioti italiani.

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