Nuovo appuntamento con i nostri itinerari di Roma a piedi. Dopo avervi guidato a visitare Roma a piedi da Termini al Palazzaccio, questa volta il nostro percorso parte da una delle piazze più note della capitale: piazza Venezia.

Indice dell'itinerario:
    1. ITINERARI ROMA A PIEDI: DA PIAZZA VENEZIA AL COLOSSEO
    2. DAL COLOSSEO A SANTA MARIA IN COSMEDIN
    3. DA SANTA MARIA IN COSMEDIN AL TEATRO MARCELLO

ITINERARI ROMA A PIEDI: DA PIAZZA VENEZIA AL COLOSSEO

Luogo storico per eccellenza, per secoli sito prediletto di papi e re, piazza Venezia oggi, con le sue ampie aiuole, che nel periodo natalizio ospitano il tradizionale albero, è perlopiù un intricato snodo viario, punto terminale di assi stradali quali via IV Novembre e via del Corso, l’antica via Lata.

Da piazza Venezia si diparte una delle strade più note e discusse della capitale: via dei Fori imperiali. L’arteria, realizzata in epoca fascista e denominata via dell’Impero, taglia in due la suggestiva area dei fori. Da una parte quelli di Traiano, Augusto e Nerva. Dall'altra parte, invece, quelli di Cesare.

Percorrere questa strada equivale a camminare attraverso la storia, scortati da un passato fatto di gloria e potenza, quando Roma era davvero la capitale del mondo.

Lo sguardo corre lesto, sperso in questo mare di infinita bellezza, catturando frammenti di unicità. Ecco la Colonna Traiana alla nostra sinistra e poi dopo, in un affascinante rimbalzo, l’elegante architettura dell’Arco di Settimio Severo o, poco dopo, sempre sul medesimo lato, l’imponente struttura della Basilica di Massenzio che d’estate diventa il luogo principe del seguitissimo Festival della Letteratura.

A un certo punto, però, il nostro sguardo viene completamente catturato dalla maestà del Colosseo che, noncurante del trascorrere del tempo, si staglia imperturbabile davanti a noi. Ipnotizzati proseguiamo il cammino fino a quando il profilo ellittico di quello che è probabilmente il monumento più famoso al mondo, non ci pervade completamente.

L’Anfiteatro Flavio, questo il suo nome ufficiale, si erge imperioso in un’ampia distesa sotto le pendici del Colle Palatino dove, timidamente, si cela la meraviglia di Santa Maria Antiqua.

Il più comune nome di Colosseo si impose nel corso del Medioevo e rimase scolpito nella storia. Tante le ipotesi sull'origine di questo toponimo; dalla presenza in quell’area di una colossale statua di Nerone, al nome della località dove venne edificato, cioè Collis Isei (da un tempio di Iside che sorgeva nei pressi), passando per la domanda, colis eum? letteralmente "lo adori?", che veniva posta ai cristiani davanti alla statua del dio Sole.

Ipotesi tutte affascinanti, tutte misteriosamente convincenti, ma alla fine ciò che conta di quel nome è la sua immediata riconoscibilità, una notorietà che sfida i secoli, i millenni.

Fu Tito Flavio Vespasiano, il grande generale, capostipite della gens Flavia, a iniziare la costruzione nel 71 d.C. di un edificio che, malgrado l’origine greca della parola anfiteatro, è tipicamente romano nella forma e nella funzione. Se, infatti, per i greci lo spettacolo aveva nonostante tutto finalità esclusivamente religiose, per i romani, invece, lo scopo precipuo di uno spettacolo era quello di divertire le grandi folle.

Nell'anfiteatro si svolgevano le lotte fra uomini, fra uomini e belve, giochi di vario tipo e, perfino, battaglie navali, le celebri naumachìe, per le quali l’arena veniva immersa d’acqua. L’esecuzione di tutta questa serie di manifestazioni all'interno del Colosseo era possibile anche e soprattutto attraverso una fitta rete di sotterranei, dove si dislocavano una serie di indispensabili servizi e che oggi rappresentano ancora uno degli aspetti più affascinanti di questo luogo unico.

Sarà l’imperatore Tito, primogenito di Vespasiano, a inaugurare il Colosseo il 21 aprile dell’80 d.C., con un programma di festeggiamenti di ben cento giorni, avvenimenti disparati che coinvolsero praticamente tutta la città di Roma fra giochi gladiatorii, a cui parteciparono oltre tremila lottatori provenienti da molte parti dell’impero, e venationes, durante le quali perirono migliaia fra leoni, tigri e diversi altri animali feroci ed esotici.

DAL COLOSSEO A SANTA MARIA IN COSMEDIN

Scortati dalla imponente maestosità del Colosseo ci incamminiamo verso un altro simbolo dell’antichità: l’Arco di Costantino. Inaugurato il 25 luglio del 315 d.C., dopo tre anni di lavori, in occasione dei decennalia (i dieci anni di regno di Costantino), l’arco a tre fornici, collocato sulla celebre via dei trionfi, commemora la vittoria di Costantino su Massenzio, avvenuta il 28 ottobre del 312 nei pressi di Ponte Milvio.

Dall’arco di Costantino ha inizio via di San Gregorio, un lungo rettifilo marginato da due dei sette colli di Roma, il Palatino a destra e il Celio a sinistra, con le caratteristiche case romane del Celio, luoghi meno noti ai più ma quanto mai suggestivi.

Dedicata a papa Gregorio Magno, la via termina in corrispondenza di un altro luogo simbolo della romanità: il Circo Massimo che, con il suoi 620 metri di lunghezza e 120 di larghezza è a tutt’oggi la più grande struttura destinata a degli spettacoli mai realizzata.

La storia di questo luogo affonda le origini nella storia di Roma visto che le fonti attestano l’esistenza di un primo circo addirittura sotto il regno di Tarquinio Prisco, nella prima metà del VI secolo a.C.

In seguito l’emiciclo, capace all'apice della sua fama di ospitare oltre 85000 spettatori, tutti rigorosamente seduti, fu più volte ricostruito a seguito di ripetute distruzioni dovute a incendi e terremoti.

Camminando per via dei Cerchi, la strada che costeggia uno dei lati più lunghi del Circo Massimo, sotto le pendici del Palatino, la realtà cede il passo alla fantasia, perché del più grande circo di Roma, purtroppo, non rimane più nulla. Oggi, in quella distesa polverosa, dove un tempo correvano veloci le bighe, scortate dall'entusiasmo di migliaia di romani, troneggiano due stanchi alberi, decadente allegoria di un passato remoto.

L’unico edificio presente nel recinto di quello che fu il Circo Massimo, sul lato che occhieggia alle Terme di Caracalla, è una piccola torre, che nel corso dei secoli ha assunto svariati toponimi. Da turris in capite circi a turris de arco passando per Torre della Moletta, per la presenza nelle vicinanze di un mulino.

Nota anche con il nome di Torre di Jacopa (da Iacopa dei Normanni che vi dimorò per un periodo), la struttura è ciò che rimane di una serie di fortificazioni e abitazioni medievali che sorsero nella zona e che furono, torre a parte, completamente demolite negli anni Quaranta del secolo scorso nell'ambito di un ampio piano di scavi per riportare in auge eventuali resti del Circo Massimo, lavori interrotti a causa dello scoppio della Seconda Guerra mondiale.

E mentre il nostro udito prova ancora a stanare rumori di un passato ormai lontano, eccoci arrivare nel Foro Boario. Qui, al contrario del Circo Massimo, non c’è bisogno di fantasticare, basta semplicemente guardare, girarsi in ogni dove, lasciandosi soltanto rapire dalla meraviglia.

A destra ecco profilarsi la tozza sagoma dell’Arco di Giano. L’origine di questo edificio tetrapilo non è legata, come si potrebbe immaginare al dio Giano, una delle divinità più antiche e venerate dai romani, bensì alla parola ianus, letteralmente passaggio, ovvero una struttura coperta, portico o arcata che fosse, tipica dei Fori e destinata non solo a collegare due aree, ma a essere anche luogo per ospitare i banchieri e i cambia valute.

Attraverso la voluta di questo edifico, che il 14 febbraio 1601 assurse alla cronaca per la misteriosa sparizione di una donna e di sua figlia precipitate in una grossa buca nei pressi dell’arco e che non furono più ritrovate, si scorge il delicato profilo di San Giorgio al Velabro.

Costruita nel IX secolo, deve il suo nome al velabrum, l’area pianeggiante compresa fra il Tevere e il Foro di Cesare.

Nel 1993 l'edificio fu devastato dallo scoppio di una bomba, miserabile affronto all'eternità della bellezza.

A fare da contraltare alle squadrate forme dell’Arco di Giano e del Tempio di Portuno, la divinità romana dei porti e delle porte, c’è la perfetta rotondità del Tempio di Ercole Vincitore, monumento di regale bellezza ma anche dal passato poco conosciuto.

Eretto nel 120 a.C., per volontà del ricco mercante Marco Ottavio Erennio e dedicato, non a caso, a Ercole, il protettore dei commercianti, il tempio, erroneamente attribuito in passato alla divinità Vesta, forse per la sua forma circolare, rappresenta uno dei più antichi edifici religiosi in marmo eretti a Roma.

Trasformato nel Medioevo in chiesa, prima con il nome di Santo Stefano delle Carrozze e poi di Santa Maria del Sole, il tempio fu riportato alle sue origini nel corso dell’Ottocento per volontà dell’architetto Giuseppe Valadier.

DA SANTA MARIA IN COSMEDIN AL TEATRO MARCELLO

In questo gioco di rimandi fra la Roma imperiale e quella cristiana, di cui l’area del Foro Boario è un esempio impareggiabile, ecco un’altra imperdibile perla: Santa Maria in Cosmedin.

Risalente al VI secolo e costruita sui resti di un tempio forse dedicato ad Ercole, in parte ancora visibile nella cripta sottostante l’abside, la chiesa fu profondamente modificata sul finire del '700 per volere di papa Adriano. Proprio l’ampio rifacimento determinò il cambio del nome dall'originario Santa Maria in Schola Graeca all’attuale Santa Maria in Cosmedin, dal greco kosmèin che vuol dire ornare, abbellire, da qui il sostantivo cosmesi.

In virtù di ciò l’esatta pronuncia dovrebbe essere Cosmèdin ma, per misteriosi motivi, l’accento fu, fin da subito, spostato sulla o, trasformando una parola abitualmente piana in una sdrucciola.

Impossibile, poi, non citare la celebre Bocca della Verità che fa bella mostra di sé nel nartece di Santa Maria in Cosmedin. Oggetto di una vera e propria venerazione laica, cominciata dopo la celebre scena del film Vacanze romane in cui la bellissima Audrey Hepburm infila, non senza timore, la mano nella bocca del grosso mascherone, questo oggetto, altro non è che un poco romantico chiusino, il terminale di una fogna di età romana.

La leggenda narra che la grande bocca, nel portico fin dal 1632 (prima era addossata al muro esterno), fosse una sorta di macchina della verità ante litteram.

Così il Belli descrisse la funzione di quell'antico mascherone:

Pe’ tutta Roma quant’è larga e stretta,

nun poterai trovà cosa più rara.

È una faccia de pietra che t’impara

chi ha detta la bucia, chi nun l’ha detta.

Lasciamoci alle spalle la chiesa e la sua idolatrata bocca e incamminiamoci per via Petroselli, una via che attraversa davvero le origini di Roma. Questa strada, aperta in età fascista nell'ambito di un complesso e discusso piano di trasformazione dell’area e intitolata oggi al sindaco comunista Luigi Petroselli, margina il nucleo fondante di Roma, quel Vicus Iugarius, letteralmente la strada dei costruttori dei giochi.

Tutto ebbe inizio qui. Su quest’area, teneramente protetta dalla sommità del Campidoglio, sorse il nucleo originario di Roma, la parte più antica di quella che diventerà la città più potente al mondo, l'area dove sorgeva il Lupercale, la mitica grotta dove furono allattati Romolo e Remo.

Il nostro itinerario è giunto al termine ma prima di salutarci facciamoci rapire dall’incanto del Teatro Marcello, perfetta cesura di epoche diverse. Secondo per grandezza solo al Teatro di Pompeo in Largo di Torre Argentina, il Teatro di Marcello, capace di ospitare ben 15000 spettatori, fu costruito per volere di Giulio Cesare ma inaugurato nel 13 a.C. da Augusto che lo volle dedicare alla memoria del nipote Marcello, uno dei più grandi generali della storia di Roma.

Anche nella costruzione dei teatri i romani dimostrarono tutta la lo straordinaria sapienza. Al contrario dei greci, che addossavano i loro teatri alle colline per sostenere il peso degli spettatori, i romani ricorsero all'arco, elemento architettonico simbolo della loro pragmatica cultura. La capacità degli archi di scaricare le forze lungo predeterminante direttrici, permetteva agli ingegneri dell’epoca di realizzare dei teatri isolati, con un risultato estetico non trascurabile.

Se profondamente diverso è l’esterno rispetto al teatro greco, identico, invece, è lo spazio interno, con il predominio della cavea, luogo principe di ogni teatro.

Oggi degli originari tre ordini di colonne ne rimangono solo due, quello tuscanico (uno stile simile a quello dorico) alla base e quello ionico al livello superiore. Quello corinzio, che originariamente si sovrapponeva agli altri due ordini, fu inglobato nella facciata di palazzo Orsini, costruito in pieno Medioevo, sfruttando le preesistenti architetture.

Il Teatro Marcello, che nel 17 a.C., ospitò i ludi saeculares (grandi giochi celebrativi che si tenevano ogni centodieci anni) e che rappresentò un evidente modello architettonico anche per il futuro Colosseo, a partire dal V secolo d.C., cadde in disgrazia. Fu prima una cava da cui estrarre materiali preziosi, poi fortezza medievale prima degli Orsini, poi dei Pierleoni e infine, palazzo signorile della nobile famiglia dei Savelli.

La sua attuale forma è un mirabile esempio di sincretismo architettonico. Gli archi a tutto sesto della parte inferiore sono sormontati dalla muratura medievale, nella quale si aprono delicate finestrelle di quella che Vernon Lee, nel suo diario romano scritto tra il 1895 e il 1905, definì la casa più romana di tutta Roma.

Ecco come nella primavera del 1900, la scrittrice inglese descrive questo luogo, cesura fra antico e moderno, fra splendori e miserie, fra vita e memoria:

«Eccomi, in una casa annidata nel teatro di Marcello, il piccolo giardino di aranci e limoni posto presumibilmente sopra questi archi neri, sopravvissuti, entro i quali si sono rifugiati ramai e bottai e sellai, gli umili mestieri di una piccola arretrata città o paese di campagna».