Matteo scelse di diventare medico durante il funerale di suo padre. Quel giorno, sotto una pioggia battente, chissà perché piove sempre ai funerali, decise che avrebbe proseguito la missione del padre. Avrebbe cercato di comprendere quello che suo papà non era stato in grado di fare: «come salvare la vita anche a sé stessi oltre che ai propri pazienti».

All’università, il carattere battagliero di Matteo si era affinato, diventando una vera e propria sfida al comune senso delle cose, a quelle domande senza una giusta risposta.

Matteo chiedeva ai suoi professori, a quei medici sempre sicuri di loro, il perché di certe affermazioni scontate, smontando inveterate certezze.

Era sui banchi universitari che Matteo aveva cominciato la sua personale battaglia contro la dittatura delle industrie farmaceutiche, che impongono prodotti che spesso non curano, ma fanno arricchire solo chi li crea.

E in quella battaglia impossibile, era riuscito ad arruolare diversi altri “soldati” pronti, come lui, a combatterla, armati di speranza, competenza e voglia di cambiamento, armi terribili per gli incrollabili depositari del sapere.

“IL MEDICO CHE SCELSE DI MORIRE”. UN LIBRO CHE FA RIFLETTERE

Il medico che scelse di morire, di Luca Speciani

“Il medico che scelse di morire”, di Luca Speciani

Il medico che scelse di morire, edito da Paesi Edizioni, è un romanzo o meglio un legal thriller. Un’opera di fantasia, certo, ma dove molto potrebbe essere drammaticamente vero.

Una storia fatta di sordidi intrighi, di fitti misteri annidati nell’industria farmaceutica e in quella dolciaria.

A scriverlo è Luca Speciani che quegli ambienti li conosce bene.

Speciani, infatti, oltre che medico è anche dottore in scienze agrarie e creatore della dieta GIFT.

Anni fa ha fondato l’AMPAS (l’Associazione dei medici per un’alimentazione di segnale) di cui è presidente ed è anche tecnico della FIDAL (federazione di atletica leggera), della FITRI (Federazione Italiana Triathlon) e istruttore di Nordic Walking.

È, inoltre, responsabile medico nutrizionale (per il secondo quadriennio consecutivo) della nazionale italiana di Ultramaratona e autore di decine di saggi su medicina, sport e alimentazione. Insomma uno che la materia la conosce bene.

Il medico che scelse di morire ha il grande merito di essere avvincente, scorrevole, intrigante, tre motivi già validi per essere letto ma è anche un libro che costringe il lettore a riflettere.

Perché la lotta che Matteo Rinaldi, giovane neolaureato in Medicina, intraprende insieme a un gruppo di coraggiosi professionisti, non può che entusiasmare ma, al tempo stesso, far pensare.

Fra il lettore e l’autore si instaura un singolare rapporto di fiducia ma anche di inesorabile sfida.

Ben presto, infatti, abbandoniamo la veste di semplice lettore per indossare quella più complessa di paziente. E allora ecco che l’avvincente storia, raccontata in questo romanzo, diventa occasione per porci delle domande, per riflettere su certe dinamiche che ci appaiono scontate ma che, purtroppo, così non sono.

INTRIGO E MISTERI NELL’INDUSTRIA FARMACEUTICA

Come alcuni personaggi del libro ci chiediamo dove sia finito quel vecchio e caro medico che, prima ancora di prescriverci una serie di medicinali, ci ascoltava, sentendo dalla nostra voce non solo la nostra malattia, ma prima di tutto la nostra storia.

Perché come ricorda Matteo Rinaldi un medico dovrebbe curare il malato e non la malattia.

Attraverso queste pagine, emerge con forza l’accusa contro un certo potere dell’industria farmaceutica, che punta a curare i sani piuttosto che i malati, ma anche su quello più infido dell’industria dolciaria.

Il medico che scelse di morire, come il bambino nella celebre favola I Vestiti nuovi dell’imperatore, svela a tutti che il re è nudo, che quei ricercati e colorati vestiti in realtà non esistono.

In questo libro la nudità del re la troviamo nell’eccesso di zucchero, presente in una miriade di cibi industriali, di cui spesso ignoriamo colpevolmente le nefaste conseguenze, ma anche nell’abuso di farmaci, che preferiamo, per mera comodità, a una vita più sana, fatta di attività fisica, di una migliore alimentazione, di una maggiore cura di noi stessi.

Un romanzo, vero, che però tocca temi importanti, fondamentali per la nostra esistenza e che getta un seme di speranza in un terreno che, speriamo, non sia ormai del tutto arido.

Leggendo Il medico che scelse di morire vogliamo credere che una nuova medicina sia possibile e che si possa recuperare un rapporto davvero umano fra medico e paziente.

Molti anni fa Alberto Sordi, interpretando il celebre Guido Terzilli nel film Il Medico della mutua di Luigi Zampa, anticipò quella deriva della sanità, fatta di inutili prescrizioni farmacologiche, di un rapporto disumano fra medico e paziente, di arrivismo sociale.

Quel film, che ha più di cinquant’anni, mostrava le rughe di un sistema già malato che calpestava i principi di Ippocrate trasformando una missione in una professione.

Il merito di Luca Speciani è di affondare il bisturi nel bubbone, sottolineando come «la deriva più pericolosa della medicina attuale, oltre a una sua graduale inesorabile disumanizzazione e al suo crescente tecnicismo, [è] riconosciuta proprio nella tendenza all’iper-prescrizione di farmaci per qualunque patologia, in un’ottica di soppressione sintomatica invece che di guarigione».

Ma il dottor Speciani, utilizzando la medicina della letteratura, assolutamente priva di dannosi effetti collaterali, non si limita solo a incidere il morbo ma anche a curarlo, proponendo soluzioni vere.

Leggendo Il medico che scelse di morire, al netto della storia coinvolgente, in cui i diversi e ben strutturati personaggi si intrecciano in una trama trascinante, si desidera davvero che il sogno di quei giovani medici possa tramutarsi in una splendida realtà.

Dopo aver terminato questo libro, oltre a leggere con più attenzione le famigerate etichette di alcuni prodotti che troviamo sugli scaffali dei supermercati, semplicemente si torna a sperare.

Si spera che nelle aule delle varie facoltà di Medicina del mondo, i futuri dottori possano imparare, oltre a fondamentali nozioni, anche l’umanità, il rispetto per il malato, la voglia di credere che il loro non è un semplice lavoro ma una missione, fatta di ascolto, di presenza, dignità.

In fin dei conti ogni tempesta inizia sempre da una piccola, apparentemente insignificante, goccia.

 

“Che il cibo sia la tua medicina”

(Ippocrate)

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