La distruzione di Castro: storia della guerra e del Ducato

Aggiornamento articolo: 18 agosto 2026

La guerra di Castro del 1649 si concluse con la distruzione di Castro, una delle vicende più drammatiche della storia del Ducato di Castro. La nomina a vescovo del prelato Cristoforo Giarda fu il pretesto che fece precipitare lo scontro tra il potere dei Farnese e quello pontificio. Ecco come una designazione pontificia cambiò la storia della città che si ergeva nella Valle dell’Olpeta.

Perché fu distrutta Castro? La guerra tra Farnese e papato

La distruzione di Castro rappresentò l’epilogo di uno scontro tra  il potere locale ed il potere papale. La storia di una designazione pontificia si trasformò in una terribile agonia per la città dell’alto Lazio.

Nel 1648, nella chiesa romana di San Carlo ai Catinari, venne consacrato vescovo di Castro il padre barnabita Cristoforo Giarda. Papa Innocenzo X Pamphilj aveva scelto il presule senza ascoltare le richieste del duca della città laziale. Ranuccio II Farnese, settimo e ultimo duca di Castro, aveva difatti cercato di interferire con tale nomina, segnalando al papa due sudditi a lui favorevoli.

Ma Innocenzo X aveva fatto orecchie da mercante, non dando seguito a quella pretesa e designando così il suo favorito. La storia sembrava finita lì ma quello fu solo l’inizio della catastrofe che poi si sarebbe verificata.

La controffensiva non si fece attendere. Ranuccio diede subito ordine all’uditore Francesco Pavoni di impedire l’ingresso in città del nuovo vescovo. Così facendo, il duca si mise in posizione di aperta sfida nei confronti del potere papalino.

Il Giarda aveva cercato una intermediazione, recandosi personalmente alla corte di Parma, dove Ranuccio dimorava, per indurlo al ragionamento. Non c’era stato verso, la contesa tra i due centri di potere era oramai aperta. Il Giarda era stato allontanato senza troppi riguardi.

La vicenda si trascinò per quasi un anno senza che si trovasse una soluzione. La sede episcopale era ancora materialmente vuota.

L’assassinio di Cristoforo Giarda

Papa Innocenzo X pose fine alla querelle imponendo la sua autorità. Non poteva di certo tollerare un affronto di tale consistenza da parte di un nobile. In più, la famiglia Farnese aveva nel tempo contratto un debito notevole nei confronti della Camera Apostolica, organo che si occupava delle finanze pontificie.

Ci si avviava a grandi passi verso la resa dei conti finale. Papa Innocenzo X diede ordine al vescovo Giarda di insediarsi immediatamente nella sua diocesi.

La mattina del 18 marzo 1649 il vicario partì da Roma accompagnato dall’abate di Besançon, dal suo segretario, da un sacerdote e da un domestico. Verso le ventidue la compagnia a cavallo arrivò nei pressi di Monterosi. Ad attenderla trovarono i due sicari, al soldo del duca Farnese: Domenico Cocchi di Valentano e Ranuccio Zambini di Gradoli, che aggredirono il gruppo nei pressi di Monterosi e spararono contro il vescovo, che morì la mattina successiva.

L’organizzazione dell’assassinio fu attribuita a Jacopo Gaufrido, primo ministro di Ranuccio II, mentre la responsabilità diretta del duca rimase oggetto di contestazione.

Secondo il racconto dello stesso abate di Besançon, sul luogo del delitto gli assassini lasciarono un biglietto che di fatto chiariva, se mai ce ne fosse stato bisogno, il motivo di quell’omicidio: imparerà Mons. Giarda frate indiscreto à mal scrivere e mal parlare.

La punizione: la distruzione di Castro

Un mese dopo l’assassinio del vescovo, l’esercito pontificio partì alla volta del Ducato. L’assedio della città di Castro iniziò a giugno del 1649 ma per un mese si assistette ad una situazione di stallo. Tanto che da Roma il papa premeva perché si prendesse la città.

Ad inizio luglio, su interessamento diretto di Innocenzo X, arrivarono all’esercito assediante pezzi di artiglieria, micce e munizioni, nonché una piantina dettagliata della città in cui erano indicati i punti di accesso all’abitato. A metà agosto le truppe pontificie lanciarono un durissimo attacco e il 2 settembre dello stesso anno la città capitolò, arrendendosi definitivamente dopo un assedio estenuante.

E qui avvenne qualcosa che fece concludere nella più cupa ferocia questa breve guerra locale che condusse alla distruzione di Castro. I patti di capitolazione firmati dalle parti il 2 settembre assicuravano che i cittadini di Castro non sarebbero stati spogliati delle loro proprietà e che avrebbero avuto diritto ad un trattamento umano.

Ritratto di Olimpia Maidalchini, detta la Pimpaccia
Ritratto di Olimpia Maidalchini, detta la Pimpaccia

Secondo una tradizione, anche Olimpia Maidalchini, cognata del pontefice, avrebbe avuto un ruolo nell’inasprimento della decisione di distruggere la città. Il provvedimento di demolizione fu comunque ordinato da Innocenzo X. Dopo la capitolazione del 2 settembre 1649, iniziò la sistematica demolizione della città. A colpi di piccone l’abitato fu progressivamente raso al suolo. Furono smantellate le case, bruciate le parti in legno e demoliti gli edifici pubblici e privati. Secondo la volontà pontificia, non avrebbe più dovuta essere posta una sola pietra per riedificarla. Anche le strade furono distrutte per impedire l’accesso alla città.

Le chiese furono sconsacrate ed i paramenti sacri condotti nella cattedrale di Acquapendente. Le campane del duomo di San Savino, per volere di Olimpia Maidalchini, furono trasportate a Roma per essere collocate nella chiesa che sarebbe nata di lì a breve: Santa Agnese in Agone,  a Piazza Navona. Il 3 dicembre la distruzione di Castro era stata completata.

Le rovine di Castro oggi

Della città di Castro oggi rimangono le rovine immerse nella natura della Valle dell’Olpeta, testimonianza della città che fu capitale del Ducato di Castro e che venne rasa al suolo nel 1649 per ordine di papa Innocenzo X.

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