Il Teatro alla Scala è, insieme al Duomo, il luogo più conosciuto di Milano, orgoglio meneghino ma anche un saldo punto di riferimento per la musica mondiale, meta agognata per musicisti, direttori d’orchestra, e cantanti, uno spazio ideale dove ascoltare la musica, un luogo, da sempre, legato alla storia e alle sorti di Milano.

Questo è il racconto di uno dei teatri lirici più famosi al mondo.

LA STORIA DEL TEATRO ALLA SCALA DI MILANO

Le origini del legame fra Milano e un suo teatro affondano le radici nella storia della città. Già in pieno Cinquecento, infatti, Milano, che all’epoca era sotto il dominio spagnolo, possedeva un suo teatro, il Salone Margherita, così chiamato in onore di Margherita d’Austria, moglie di Filippo III di Spagna che, collocato all’interno del Palazzo di Corte, l’attuale palazzo Reale, era apprezzatissimo dalla nobiltà meneghina, che faceva a gara per accaparrarsi un proprio palco, ambita vetrina cittadina.

Nel 1717 l’imperatore austriaco Carlo VI, sotto il cui controllo era passata la città di Milano, decise di regalare ai milanesi un nuovo spazio dove poter ascoltare la musica, anche perché il vecchio Salone Margherita era andato definitivamente distrutto, il 5 gennaio 1708, a seguito dell’ennesimo incendio e il nuovo teatro, realizzato in tutta fretta dall’architetto Gerolamo Quadrio, non era minimamente sufficiente.

L’incarico fu affidato all’architetto Giovanni Domenico Barbieri che realizzò un teatro decisamente più grande del precedente, con ben cinque ordini di palchi. Il Regio Ducal Teatro venne inaugurato il 26 dicembre 1717 con l’opera Costantino, musicata da Francesco Gasparini, su libretto di Apostolo Zeno e Piero Pariati.

Museo del Teatro La Scala di Milano

Una delle sale del Museo del Teatro alla Scala

Negli anni a seguire si esibirono compositori del calibro di Porpora, Albinoni, Paisiello, Gluck e, anzitutto, un giovanissimo Mozart che, nel 1771, diresse la sua Ascanio in Alba, su libretto di Giuseppe Parini.

Ma ancora una volta il fuoco segnò le sorti del teatro.

Il 25 febbraio 1776, nel pieno dei festeggiamenti del carnevale, le fiamme divampate all’interno del Regio Ducal Teatro distrussero quasi per intero la struttura, producendo nei milanesi un profondo sconforto.

La reazione dell’amministrazione austriaca fu immediata e andò ben oltre le più rosee aspettative. Il 15 luglio di quello stesso infausto anno bisestile, l’imperatrice Maria Teresa firmò un decreto che autorizzava la costruzione di un nuovo teatro.

In realtà, il decreto prevedeva la costruzione di ben due teatri, uno temporaneo e uno definitivo. In sostanza il primo sarebbe stato utilizzato fino a quando non fosse stato terminato il secondo che, per la prima volta, sarebbe stato costruito rigorosamente in muratura.

L’incarico per i due teatri fu dato all’architetto di corte Giuseppe Piermarini che in tempi record, il 13 settembre 1776, a soli 201 giorni da quel tremendo incendio, consegnò il primo dei due teatri previsti.

Si trattava di una struttura non particolarmente grande, capace di 120 palchi, realizzata in legno e con un tetto in rame, un luogo che, proprio per la sua precarietà, fu chiamato Teatro Interinale.

Nel frattempo fervevano i lavori per la realizzazione del teatro vero e proprio, quello che avrebbe accolto centinaia di melomani e che sarebbe sorto sui resti della fatiscente chiesa di Santa Maria alla Scala (così chiamata perché fondata da Beatrice Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti), in contrada Giardino.

I lavori di demolizione dell’edificio religioso iniziarono il 5 agosto 1776 e proseguirono per ben due anni. Il 3 agosto 1778 il teatro, inizialmente chiamato Nuovo Regio Ducal Teatro, fu ufficialmente inaugurato con L’Europa riconosciuta di Antonio Salieri su libretto di Mattia Verazi, opera che riproponeva, in una nuova veste, il mito del rapimento d’Europa per mano del focoso Zeus.

L’attesa per quella inaugurazione fu febbrile. Tremila furono gli spettatori che affollarono il teatro in ogni ordine di posto e fra questi un entusiasta Pietro Verri che apprezzò, in particolare, le ricercate scene dei fratelli Galliari, i migliori su piazza.

Nel palco reale (eliminato con l’avvento di Napoleone e sostituito con cinque palchi ma ricollocato nel 1814, all’indomani dell’abdicazione dell’imperatore francese), quel 3 agosto 1778 c’era l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, il figlio di Maria Teresa che dava inizio alla stagione della Scala, un luogo che, di lì a poco, sarebbe entrato di diritto nel gotha dei teatri lirici più famosi al mondo.

LA SCALA DI MILANO: TRA SPETTACOLI, CIBO E GIOCHI D’AZZARDO

La sobria e neoclassica architettura progettata dal Piermarini, impreziosita dal bassorilievo raffigurante il carro di Apollo trainato da quattro cavalli, piacque subito ai milanesi, divenendo un luogo familiare e non solo per ascoltare della buona musica.

Il teatro, come nella tradizione, si componeva di palchi, disposti su cinque ordini e, ovviamente, della platea, la parte più “calda”, tradizionalmente destinata alle classi meno abbienti, dove si stava in piedi, ad eccezione delle cosiddette cappe nere, i servitori dei palchettisti, a cui era riservato il diritto di poter utilizzare delle sedie mobili.

Uno spettatore di oggi che avesse fatto il suo ingresso in quello che ormai era noto ai più come Teatro alla Scala di Milano, sarebbe probabilmente inorridito nel vedere quello che gli spettatori facevano all’interno della struttura.

Teatro La Scala

Teatro alla Scala

Nei teatri italiani di fine Settecento, ma non solo, il pubblico, a prescindere dal ceto sociale, non si limitava solo ad assistere ai vari spettacoli in cartellone ma viveva appieno la struttura. Alla Scala di Milano si fumava, si conversava rumorosamente, commentando animosamente gli ultimi fatti o lasciandosi andare ai classici pettegolezzi e, naturalmente, si beveva e mangiava. Il cibo poteva essere portato da casa o, magari, acquistato nel ristorante del teatro o, per i meno abbienti, nella più economica osteria, situata nel loggione con annessa bottiglieria.

Ma alla Scala, soprattutto, si giocava d’azzardo.

Nel ristretto dei palchi ma anche nella sottostante platea, gli spettatori giocavano con le carte alla bassetta, al faraone o si intrattenevano al biribissi, una sorta di roulette nostrana.

Il binomio gioco d’azzardo-teatro era talmente forte che il divieto di scommettere, promulgato a Milano nel 1788, non si estese ai teatri, una sorta di zona franca, una tradizione che rimase in auge per diversi anni anche nell’Ottocento, tanto che Domenico Barbaia, uno dei più noti impresari teatrali dell’epoca, nel 1808, ottenne la concessione dei giochi d’azzardo della Scala, una scelta azzeccata che gli garantì entrate extra, decisamente corpose.

IL TEATRO ALLA SCALA, LA CASA DI GIUSEPPE VERDI

Tuttavia, fu proprio nel XIX secolo che il Teatro alla Scala di Milano, nome che aveva ormai definitivamente soppiantato l’originario titolo mai davvero amato, diventò il santuario della musica lirica, il luogo deputato del melodramma italiano.

A inaugurare questa vocazione, rimasta inalterata fino ad oggi, fu Gioacchino Rossini che nel 1812 vi portò la sua La pietra del paragone, primo di una serie di successi, melodramma giocoso in due atti che entusiasmò i milanesi tanto da essere rappresentata ben 53 volte. Tra i fan dell’opera rossiniana ci fu anche lo scrittore Stendhal per cui si trattava di un vero e proprio capolavoro dell’opera italiana.

Dopo il compositore marchigiano fu la volta di Donizetti, con Chiara Serafina, ma anche di Vicenzo Bellini che alla Scala portò prima Il Pirata e poi le sue più famose opere, tra cui, ovviamente La Norma, stigma di genialità del musicista catanese.

Monumento a Giuseppe Verdi (foto di Lorenzo Gaudenzi)

Nel 1839, fu la volta di Giuseppe Verdi che si legò al teatro milanese in modo unico, incarnando l’essenza stessa della Scala. La prima opera del maestro emiliano fu Oberto, Conte di San Bonifacio su libretto di Antonio Piazza, rielaborato da Temistocle Solera. A quella seguirono altri innumerevoli successi, opere che entusiasmarono i milanesi, ma una su tutte accese i loro cuori e fu, naturalmente, Il Nabucco.

L’opera andò in scena alla Scala di Milano per la prima volta il 9 marzo 1842 e fu un autentico trionfo, tanto che venne replicata in quell’anno ben 64 volte. Il pubblico si entusiasmò, facendo proprie le vicissitudini del popolo ebraico sotto il gioco del re babilonese Nabucodonosor, adottando il celebre Va’ pensiero che, in quella stagione di echi rivoluzionari contro l’odiato nemico austriaco, divenne rapidamente l’inno degli italiani, un popolo diviso ma che anelava a diventare una nazione.

Ma il rapporto fra Verdi e la Scala, a soli tre anni dal trionfo del Nabucco, si interruppe bruscamente. Il casus belli fu la discordanza di opinioni fra il musicista originario di Busseto e Bartolomeo Merelli, l’impresario della Scala, sulla messa in scena della Giovanna d’Arco.

Verdi, in quella circostanza, trovò al limite della decenza le scelte adottate da Merelli, per questo decise di sbattere la porta, promettendo che alla Scala non ci avrebbe più messo piede.

Per fortuna quel volontario esilio non fu eterno.

Il 27 febbraio 1869 Verdi tornò alla Scala con La forza del destino, opera che aveva fatto il suo debutto ufficiale il 10 novembre 1862 nel Teatro imperiale di San Pietroburgo.

L’opera, grazie anche alla superba prova della soprano Teresa Stolz, fu un autentico successo che coronava il ritorno del figlio prodigo a Milano e soprattutto nella sua Scala, dopo ventiquattro anni di sofferente lontananza, anni, come ricorda il musicologo Paolo Isotta, tra i più tristi della Scala.

In quegli anni la direzione del teatro preferì intraprendere strade impervie, preferendo ai collaudati Rossini, Bellini e Donizetti, che, di fatto, sparirono dai cartelloni, autori meno noti, come Franco Faccio che nel 1863 portò a Milano, senza successo, I profughi fiamminghi.

Ancora più sonoro fu il fiasco del Mefistofele di Arrigo Boito. A determinare quel clamoroso insuccesso, andato in scena il 5 marzo 1868, furono diversi fattori, tra cui la durata dell’opera, ben sei ore, e, soprattutto, i chiari riferimenti allo stile wagneriano, una realtà musicale ancora sconosciuta ai melomani di casa nostra, tanto da risultare, decisamente indigesta.

Con La forza del destino, invece, rappresentata per la prima volta in Italia nella Roma di Pio IX al teatro Apollo con l’insolito titolo di Don Alvaro, la Scala tornò ai fasti passati, di cui Verdi fu inevitabilmente uno degli assoluti protagonisti.

Seguirono, infatti, successi come Simon Boccanegra, Otello, su libretto di Arrigo Boito, Macbeth, Falstaff ma soprattutto Aida, un assoluto trionfo, anche per le straordinarie scene e la superba interpretazione di Teresa Stolz.

ARTURO TOSCANINI E IL TEATRO ALLA SCALA, UN AMORE TORMENTATO

Ma la Scala di Milano in quegli ultimi decenni del XIX secolo non fu solo la musica di Rossini, Bellini e Giuseppe Verdi.

Fu, anche, quella di Richard Wagner, le cui note risuonarono per la prima volta nel tempio scaligero il 20 marzo 1873 con il Lohengrin diretto da Franco Faccio. L’opera fu bene accolta ma non come Giovanna di Napoli di Errico Petrella, il successo maggiore di quella stagione.

Se Giuseppe Verdi è stato protagonista della Scala nella seconda metà dell’800, Arturo Toscanini lo fu per la prima metà del ‘900.

La prima tappa di un rapporto non sempre idilliaco fra uno dei più grandi direttori d’orchestra di sempre e il teatro meneghino venne scritta nel 1887, quando il giovane musicista, che il 4 novembre del 1886 aveva debuttato, non ancora ventenne, sul podio del Teatro Carignano di Torino, suona come secondo violoncello alla prima dell’Otello di Verdi alla Scala.

Un bel traguardo ma non per l’ambizioso Toscanini che nel più prestigioso teatro lirico italiano voleva tornarci da protagonista, da direttore d’orchestra. Un sogno che si avverò qualche anno dopo, nel 1898, quando la direzione della Scala mette sotto contratto Toscanini, da tre anni direttore del Teatro Regio di Torino.

Il rapporto con la Scala del direttore originario di Parma fu lungo e periglioso, fatto di grandi ed esaltanti momenti ma anche di dolorosi e lunghi arrivederci che, per fortuna, non furono mai dei veri addii.

Fin dalla sua nomina Toscanini, seppur giovane, mette il suo personalissimo sigillo su tutta l’organizzazione della Scala, con l’imperativo che nulla dovesse rimanere intentato.

Toscanini fin da subito mostrò di avere gusti musicali ben definititi, prediligendo, ad esempio, il Verdi più maturo, in particolare Falstaff rappresentato ben 7 volte, rispetto alle prime opere del Cigno di Busseto.

La Scala di Milano

La Scala di Milano

Fra le scelte di Toscanini non ci fu spazio solo per l’ultimo Verdi ma anche per autori contemporanei come Franchetti, Catalani, Mascagni, Leoncavallo e soprattutto, Giacomo Puccini.

Ma fin dall’inizio della avventura di Toscanini alla Scala un nome su tutti dominò la scena, quello di Richard Wagner che studiò quasi maniacalmente, analizzando ogni singola partitura, alla ricerca del modo migliore per rappresentare il volto più autentico del compositore tedesco.

Tuttavia, la rottura fra il teatro scaligero e Toscanini era dietro l’angolo e si materializzò, per la prima volta, il 14 aprile 1903 quando Toscanini lasciò improvvisamente la Scala, costringendo l’amministrazione ad affidare la direzione in tutta fretta a Cleofonte Campanini.

All’origine ci fu l’insistenza con cui il pubblico chiese il bis durante l’ultima recita di Un ballo in maschera, una pretesa che fece perdere le staffe al maestro, tanto che, il giorno dopo, partì per Buenos Aires, dove già aveva debuttato nel 1901.

Si trattò di uno strappo breve.

Sul finire del 1907, con la Carmen di Georges Bizet, il Teatro alla Scala riabbracciò il suo bizzoso figliol adottivo, ma non si fu una riappacificazione indolore.

Toscanini, infatti, pose per il suo ritorno delle condizioni ben chiare. Innanzitutto la costruzione di una fossa per l’orchestra, poi la sostituzione del vecchio sipario con un velario dalle aperture laterali ma, specialmente, la proibizione di entrare in palcoscenico senza la sua autorizzazione e, soprattutto, il divieto assoluto degli odiatissimi bis.

Ma quella riappacificazione fu di breve durata.

L’anno dopo, infatti, complice il netto rifiuto di Toscanini di includere in un concerto le musiche di Gaetano Coronaro, compositore scomparso il mese prima, ecco profilarsi, nuovamente, una rottura.

Toscanini lasciò Milano e il suo teatro per New York e, principalmente, per il Metropolitan, dove debuttò con Aida.

Iniziava, così, la storia fra Toscanini e gli Stati Uniti, un legame forte e duraturo, costellato di straordinari successi. Nel corso di quegli anni il maestro ritornò più volte in Italia fino al 1931, quando decise di lasciarla definitivamente, fino a quando, almeno, non fosse caduto il regime fascista.

Alla base di quella scelta ci furono le contestazioni di alcuni fascisti a Bologna, poco prima dell’inizio del concerto, in ricordo del direttore d’orchestra Giuseppe Martucci. I facinorosi in camicia nera insultarono e schiaffeggiarono Toscanini, reo di non aver eseguito la Marcia reale e, soprattutto, l’inno fascista Giovinezza.

Ma anche questa volta, per fortuna, non fu un addio.

L’11 maggio 1946, a distanza di quindici anni dai vergognosi fatti bolognesi, Toscanini tornava alla Scala per inaugurarla dopo la ricostruzione.

Il teatro, infatti, era stato pesantemente danneggiato dai bombardamenti che interessarono Milano fra il 15 e il 16 agosto 1943, una ferita profonda, «la perdita maggiore che abbia subito Milano» come scrisse “Il Corriere della Sera” sull’edizione del 17 agosto.

I palchi e soprattutto la platea, che all’indomani dei bombardamenti erano un cumolo di macerie, tornarono al loro splendore grazie, in particolare, alla pervicacia dell’allora sindaco Antonio Greppi e del suo assessore alla Cultura, Achille Magni.

Ecco come il giornalista Filippo Sacchi allora descrisse quella serata memorabile del maggio del 1946:

«Quella sera [Toscanini] non dirigeva soltanto per i tremila che avevano potuto pagarsi un posto in teatro: dirigeva anche per tutta la folla che occupava in quel momento le piazze vicine, davanti alle batterie degli altoparlanti.»

Quella direzione significò molto per la Scala, ma anche per l’Italia che dopo vent’anni di regime fascista e dopo cinque anni di guerra straziante, ritrovava la forza e il coraggio di rialzare la testa.

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