Di Ettore Majorana si perdono le tracce il 26 marzo 1938, quando il fisico catanese, che il grande Enrico Fermi aveva definito un genio, dopo essere sbarcato a Palermo, scrive ad Antonio Carrelli, professore di Fisica sperimentale presso l’Università Federico II di Napoli, un’ultima lettera dal contenuto decisamente enigmatico. Poi sulla vicenda terrena di quell’astro nascente della fisica, complice anche il successivo scoppio della guerra, scende inevitabile l’oblio fino al 2008 quando il caso Majorana tornò prepotentemente d’attualità.

ETTORE MAJORANA, LA RAPIDA ASCESA DI UN GENIO

«Al mondo ci sono varie categorie di scienziati: gente di secondo e terzo rango, che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene, Ettore Majorana era uno di questi.»

Questo il giudizio che il futuro premio Nobel Enrico Fermi esprime su Ettore Majorana, pochi mesi prima di quel tragico marzo 1938. Parole importanti di cui il grande fisico italiano è fermamente convinto, avendo sperimentato de visu le non comuni capacità del giovane scienziato siciliano.

Ettore Majorana nasce a Catania il 5 agosto 1906. Fin da piccolo il futuro scienziato dimostra qualità intellettive straordinarie, specie in ambito scientifico.

Dopo aver conseguito la maturità classica a Roma, presso il liceo Tasso, Majorana si iscrive a Ingegneria ma è un amore che non sboccerà mai. Dietro suggerimento dell’amico e collega di facoltà Emilio Segrè, nel 1928 Majorana abbandona Ingegneria per la Facoltà di Fisica, che ha sede in via Panisperna, a due passi dal Colosseo.

In quella facoltà, dove innovazione e sperimentazione sono due colonne granitiche, insegna da poco tempo un giovanissimo professore con un curriculum straordinario, al punto tale che gli è stata affidata, a dispetto dei suoi neanche trent’anni, la prima cattedra di Fisica teorica.

Quel giovane si chiama Enrico Fermi, non solo un grandissimo scienziato ma anche uno scopritore di talenti, capace di mettere in piedi una squadra di menti eccelse. Accanto al futuro Nobel lavorano Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi ed Ettore Majorana, tutti giovani, tutti assolutamente geniali.

Il 6 luglio 1929 Majorana si laurea in Fisica con il massimo dei voti, con una tesi di laurea sulla meccanica dei nuclei radioattivi, di cui è relatore lo stesso Fermi che apprezza sempre più il genio del suo giovane allievo. È tale l’ammirazione per quel ragazzo che il futuro premio Nobel afferma senza tema di smentita che nessuno al mondo può risolvere un problema meglio di Majorana che, come i suoi giovani colleghi, in quegli anni si occupa principalmente di fisica nucleare, campo che assorbe totalmente i ragazzi di via Panisperna, capaci, come ricorda Edoardo Amaldi, di effettuare esperimenti dalle otto della mattina fino alle sette di sera, talvolta senza neppure una breve pausa per mangiare.

Enrico Fermi e i ragazzi di Via Panisperna

Enrico Fermi e i ragazzi di Via Panisperna

Nel 1933 Ettore Majorana lascia per un breve periodo Roma e l’Italia, per trasferirsi prima a Lipsia e poi a Copenaghen. Sono esperienze altamente formative, anche perché conosce fisici del calibro di Bohr e Heisenberg, di cui diventa oltre che collaboratore anche amico.

I mesi trascorsi all’estero, che lo fanno entrare nel gotha della fisica internazionale, sono forse i più belli di tutta la sua vita, come lo stesso Majorana scrive in una lettera alla madre, nella quale si lascia andare anche ad alcune insolite considerazioni politiche, esprimendo un giudizio sul nazismo che, a suo avviso, «risponde a una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica.»

Poi, però, qualcosa cambia e rapidamente. Nell’agosto del 1933 Majorana torna a Roma e, come scrive Leonardo Sciascia nel suo La scomparsa di Majorana, «farà di tutto per vivere, pirandellianamente, da uomo solo.»

Il carattere eccessivamente introverso, che sfiora la depressione e che, comunque, sfocia poco dopo, come diagnosticato dai medici, in un forte esaurimento nervoso, lo rende impaziente, solitario ma anche insofferente verso il suo grande amore: la fisica.

In quella prima metà degli anni Trenta più di una volta Majorana, come testimonierà in seguito la sorella Maria, affermerà che «i fisici sono su una strada sbagliata» una frase enigmatica che, magari, fa riferimento alle ricerche sempre più concentrate, specie da parte degli scienziati tedeschi, sull’energia atomica, una grande risorsa che può diventare una terribile, catastrofica arma di distruzione di massa.

Difficile sapere cosa passi per la sua mente nei mesi successivi al rientro in patria ma le nubi minacciose che lo tengono lontano da tutto e tutti, così come sono arrivate, improvvisamente si dissolvono e Majorana, per usare le parole del collega Amaldi, torna alla vita normale.

MAJORANA DIVENTA PROFESSORE A NAPOLI

Le ritrovate energie fisiche e psichiche convincono Ettore Majorana a tentare la strada dell’insegnamento, una scelta improvvisa per uno che sembrava destinato esclusivamente alla ricerca.

Nel 1937, dopo aver conseguito cinque anni prima la libera docenza, Majorana, destando stupore in coloro che lo conoscono più da vicino, decide di partecipare al concorso per l’assegnazione della seconda cattedra italiana di Fisica teorica presso l’Università di Palermo.

Si tratta di una decisione sorprendente, specie a fronte dei suoi precedenti rifiuti ad accettare l’offerta di insegnare a Cambridge, Yale e perfino alla Carnegie Foundation, uno dei più prestigiosi centri di ricerca americani, fondato nel 1905 dal filantropo Andrew Carnegie.

Ma quella improvvisa scelta di prendere parte al concorso spariglia le carte in tavola degli organizzatori concorsuali, come racconterà anni dopo Laura Fermi:

«La terna dei vincitori era stata già tranquillamente decisa, come d’uso, prima della espletazione del concorso; e in quest’ordine: Gian Carlo Wick primo, Giulio Racah secondo, Giovanni Gentile junior terzo.»

L’inaspettata partecipazione di Majorana mette, però, in ambasce gli esaminatori, tra i quali spicca anche il nome autorevole di Enrico Fermi. Questi infatti, sono ben consci che ora, alla luce di quella candidatura, il podio debba essere necessariamente riscritto, d’altra parte il primo posto non può che spettare a Majorana, nessuno, infatti, più di lui, può ricoprirlo.

Una simile situazione, però, determinerebbe l’uscita dalla terna dei vincitori di Giovanni Gentile, figlio di uno dei più potenti uomini del regime fascista, quel Giovanni Gentile già ministro dell’Istruzione e padre di una epocale riforma che ha sovvertito il sistema scolastico italiano.

Un’impasse di difficile soluzione che viene risolto con un colpo da teatro del ministro dell’Educazione Nazionale che, come scrisse Sciascia, ordina «la sospensione del concorso» riaperto solo dopo il conferimento a Ettore Majorana della cattedra di Fisica teorica all’Università di Napoli, nomina elargita per chiara fama, «in base a una vecchia legge del ministro Casati rinvigorita dal fascismo nel 1935.»    

Insomma, come dicevano i romani promoveatur ut amoveatur, Majorana viene promosso per essere, di fatto, rimosso.

L’ULTIMO VIAGGIO E LA SCOMPARSA DI MAJORANA 

A Napoli lo scienziato siciliano, che tiene la sua prima lezione il 13 gennaio 1938, conduce una vita molto riservata, sulla falsa riga degli ultimi tempi romani. Rimane, quando non è in facoltà, quasi sempre in casa, vede poca gente, eccezion fatta per il professor Antonio Carelli, di cui diventa amico.

Alla base della vita ritirata ci sono non solo gli atavici problemi caratteriali ma anche alcuni disturbi fisici, prevalentemente legati allo stomaco, che riaffiorano pesantemente.

Il 25 marzo 1938 si imbarca sul piroscafo della Tirrenia, destinazione Palermo. Prima di lasciare Napoli scrive una breve lettera ai suoi familiari, dal contenuto piuttosto chiaro: «Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.»

Ettore Majorana e Leonardo Sciascia

A sinistra il fisico catanese. A destra lo scrittore Leonardo Sciascia, autore de “La scomparsa di Majorana”

Il preannuncio di un’imminente morte, magari di un programmato suicidio?

Difficile dirlo con certezza. Di sicuro questa non è l’unica lettera “napoletana” che Majorana scrive prima di salpare alla volta della Sicilia. Una seconda missiva viene indirizzata al collega e amico professor Carrelli, nella quale annuncia di aver «preso una decisione inevitabile» in cui, tuttavia, non c’è «un solo granello di egoismo», anche se è ben consapevole di come la sua «improvvisa scomparsa» potrà procurare a Carrelli e agli studenti inevitabile noie.

La lettera al collega si conclude in modo decisamente enigmatico, visto che Majorana scrive che conserverà un caro ricordo dell’Istituto di Fisica «almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo.»

Se nella prima missiva il riferimento alla morte è più esplicito, nella seconda si stempera, quasi svanendo a favore di una più generica scomparsa. In entrambe le lettere, tuttavia, come scrisse Sciascia, c’è «un ordine, una compostezza, un gioco al limite dell’ambiguità che non possono non essere voluti», aspetti che, di norma, non caratterizzano le lettere di aspiranti suicidi.

Ma quelle due missive non sono le ultime che il fisico etneo scrive prima di sparire nel nulla.

Appena arrivato a Palermo Majorana invia prima un telegramma a Carrelli, con il quale gli chiede di non tener conto della precedente lettera, poi, quasi a voler sottolineare il mutare degli eventi, scrive, sempre al collega, una seconda lettera dal contenuto quantomai enigmatico:

«Caro Carrelli, Spero che ti siano arrivati il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.»

Un evidente cambio di rotta, seppur in un mare contrassegnato dal dubbio, dal mistero, dall’enigma.

Dopo quella lettera di Ettore Majorana si perdono le tracce ma è una scomparsa che fin da subito fa rumore, scuotendo il regime fascista fino ai più alti vertici.

La notizia viene ufficialmente data dal professor Carrelli il 30 marzo e il giorno dopo, Arturo Bocchini, il potente capo della polizia fascista, ordina a tutti i questori del Regno di attivarsi al fine di indagare sulla scomparsa di Majorana ma «ai soli fini [di] rintraccio, senza comunque far nulla trapelare all’interessato.»

Il regime è preoccupato per quell’insolita sparizione, teme i nefasti effetti mediatici ma, al tempo stesso, vuole muoversi con discrezione, senza destare sospetti e, specialmente, senza far uscire notizie che potrebbero rilevarsi destabilizzanti.

Il caso Majorana arriva fino a Mussolini che il 27 luglio 1938 riceve l’accorata lettera della mamma del fisico, Dorina Corso, a cui segue anche quella di Fermi che, ancora una volta sottolinea l’unicità del genio di Majorana.

Simili pressioni non possono lasciare il Duce insensibile che immediatamente dà avvio alle ricerche di Majorana, ma il fisico sembra svanito nel nulla.

Si formulano, inevitabilmente, svariate ipotesi, alcune piuttosto fantasiose, altre meno ma la realtà è che le indagini, nonostante il pressing di Mussolini, brancolano nel buio.

Più di qualcuno congettura che Majorana si sia volontariamente nascosto in qualche convento, probabilmente a sud, per prendere le distanze da tutti, anche dall’amata fisica, una scelta di vita, dunque, di cui è fermamente convinto il professore Vittorio Strazzeri che, non solo sostiene di averlo visto a bordo del piroscafo sul quale era imbarcato mentre, alle prime luci dell’alba del 27 marzo, si accingeva ad attraccare a Napoli, ma ipotizza anche che Majorana sia in qualche eremo inaccessibile, come scrive in una lettera datata 31 marzo indirizzata a Salvatore Majorana:

«Mi perdoni se ardisco darle un suggerimento, quale è quello di cercare se Suo Fratello si fosse chiuso in qualche convento, come è capitato altra volta a persone non molto religiose, mi pare a Monte Cassino

Ma Strazzeri, al netto delle sue ipotesi, mostra, tuttavia, di non conoscere molto il fisico catanese che, al contrario di quanto ipotizzato nella lettera a Salvatore Majorana, era invece molto religioso.

Alla volontaria sparizione di Majorana, una sorta di novello Mattia Pascal, o ancora meglio di Vitaliano Moscarda, il protagonista del pirandelliano Uno nessuno e centomila, quale frutto di un atto calcolato, programmato «per dimenticarsi ed essere dimenticato», pensa Leonardo Sciascia, per il quale è ipotizzabile che Majorana si sia ritirato in un convento, ricusando il suo ruolo di scienziato, avendo visto, forse, «lo spavento in una manciata di atomi.»

La pista della scomparsa rimane quella più forte, seppur variamente declinata, mentre perde consistenza la teoria dell’uccisione e, ancor di più quella del suicidio, è piuttosto illogico, infatti, che un aspirante suicida prelevi dalla banca pochi giorni prima grosse somme di denaro per poi togliersi la vita.

Alle ipotesi anacoretiche si sommano, tuttavia, anche delle congetture politiche, decisamente più prosaiche, che vorrebbero il fisico, come riportato dagli autori del libro La seconda vita di Majorana, «fuggito in Germania, dove avrebbe iniziato a collaborare con gli scienziati tedeschi» una terribile parentesi che si sarebbe conclusa nel 1945, quando Ettore – un po’ come i protagonisti del film I ragazzi venuti dal Brasile – avrebbe cercato rifugio in America Latina.»

LA RIAPERTURA DEL CASO MAJORANA E LA SOLUZIONE DEL GIALLO

In realtà in America Latina Majorana – come scoperto dal noto programma Rai Chi la visto? che, di fatto, riaprì il caso – ci andò per davvero.

Dicembre 2008, alla redazione del programma condotto dalla Sciarelli (che nel 2005 si era occupato della scomparsa di Majorana prendendo in esame le varie ipotesi, dal suicidio all’uccisione, dalla morte per malattia alla celebre “letteraria” fuga in un monastero) arriva un’incredibile telefonata.

Dall’altra parte della cornetta c’è Francesco Fasani che negli anni Cinquanta, come molti altri connazionali, ha vissuto in Venezuela. Questi fa una sconcertante rivelazione, confermata in seguito in un’intervista all’inviato di Chi la visto? Pino Rinaldi che così ricorda i termini di quella incredibile confessione:

«Alcuni mesi dopo la messa in onda del servizio su Majorana, ci chiama in redazione Francesco Fasani, un italiano emigrato in Venezuela dal ’55 al ’59. Lo vado a trovare a Nettuno, dove vive, e mi racconta che negli anni in cui era emigrato a Valencia, in Venezuela, aveva conosciuto un tale signor Bini e qualcuno gli aveva rivelato che quel signor Bini era uno scienziato molto importante, Ettore Majorana, arrivato in Venezuela dall’Argentina dopo la caduta del regime peronista».

Si tratta di una notizia bomba che deflagra in poco tempo coinvolgendo, come inevitabile, la magistratura che, dopo aver aperto nel 2011 un fascicolo sulla scomparsa del fisico, nel febbraio del 2015 chiude il caso con una sconcertante sentenza che stabilisce non solo la «perfetta sovrapponibilità» dei tratti anatomici del signor Bini e di Ettore Majorana, fatta attraverso la comparazione di due vecchie foto ma anche la certezza, sulla base di prove documentali che Majorana tra il 1955 e il 1959 fosse vivo e si trovasse a Valencia, in Venezuela.

Come hanno scritto Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini, nel loro libro inchiesta La seconda vita di Majorana, «Ettore Majorana inseguiva l’oblio. Lo ha cercato attraverso due continenti, solcando i mari e rinnegando persino il suo nome. Forse anche la sua parabola si è conclusa quaggiù. Forse quell’oblio lo ha veramente trovato.»

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