Leggi razziali in Italia del 1938: l’annus horribilis per gli ebrei

Leggi razziali in Italia, cartello antigiudaico

Il 1938 è stato l’anno in cui vennero approvate ed introdotte in Italia le leggi razziali, provvedimenti che diedero il via ad un cambiamento repentino delle condizioni di vita della popolazione ebraica sul nostro territorio. Eppure le norme antisemite non si possono racchiudere in un solo provvedimento normativo; sono state piuttosto una serie di limiti e di imposizioni che via via si sono fatte sempre più stringenti per gli ebrei che dimoravano sul territorio italiano. Sottovalutate ancora oggi, ritenute una caduta di stile da parte del fascismo, derubricate a leggi non così incisive e radicali quanto quelle applicate da Hitler in Germania, esse furono il risultato dell’alleanza sottoscritta da Mussolini con i nazisti nel 1936, l’intesa denominata Asse Roma-Berlino che tanto avrebbe cambiato gli equilibri europei.

LEGGI RAZZIALI IN ITALIA (1938)

Leggi razziali in Italia: le prime pagine del "Messaggero" del 3 settembre e del 7 ottobre 1938

Leggi razziali in Italia: le prime pagine del “Messaggero” del 3 settembre e del 7 ottobre 1938

La costruzione del nemico è sempre stato, ed è tuttora, uno strumento fondamentale utilizzato dai governi dittatoriali per consolidare il consenso all’interno e propagare i conflitti e le divergenze verso l’esterno. Anche il regime fascista comprese l’importanza di questa strategia e nel 1935, durante la campagna di Etiopia, si fece promotore di una politica cosparsa di odio razziale nei confronti delle popolazioni africane. Occorreva veicolare un sentimento di rancore ed avversione su determinate categorie per cementare il consenso e rimuovere ogni forma di critica. In Germania questa strategia era stata compresa da subito tanto che Goebbels, dal 1933 Ministro della Propaganda tedesca, consigliava: ‘Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità’.

Dopo la campagna razzista riservata agli Etiopi, in Italia cominciò a svilupparsi una scia di antisemitismo, propagato e diffuso tramite i nuovi sistemi di comunicazione: i giornali, i testi scolastici, i giochi per i bambini. Una propaganda antigiudaica veicolata attraverso lo stravolgimento dei tratti somatici e l’accentuazione grottesca di determinate caratteristiche cominciò ad entrare a far parte della vita quotidiana della popolazione italiana. Gli stereotipi e le semplificazioni operate iniziarono a modificare la percezione che la popolazione aveva degli ebrei, considerati non come italiani appartenenti ad una specifica religione ma come facenti parte di una razza impura ed inferiore. I semiti vennero tacciati di essere deicidi, traditori, capitalisti e bolscevichi.

IL MANIFESTO DELLA RAZZA

Il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia venne pubblicato il primo testo che prestava le basi per uno sviluppo razzista del nostro paese, sulla scorta di quanto già stava accadendo in Germania. Il Manifesto della Razza, questo è il nome della pubblicazione firmata da alcuni scienziati e docenti italiani, stabiliva inconfutabilmente la suddivisione dell’umanità in razze differenti, l’esistenza di una razza italiana pura, non corrotta dalla presenza di altre popolazioni nonché, all’articolo 9, la non appartenenza degli ebrei alla razza italica.

A supporto di questa tesi venne in aiuto, a partire dal 5 agosto 1938, la pubblicazione quindicinale della rivista La difesa della Razzadiretta da Telesio Interlandi e pubblicata dalla casa editrice Tumminelli, che con i suoi disegni caricaturali e con parole virulente cominciarono la narrazione dell’ebreo avido e antipatriottico. Il 18 settembre del 1938 Mussolini a Trieste, davanti ad una folla osannante, preannunciò la promulgazione delle leggi razziali dichiarando che “l’ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del Fascismo”.

Tavole genealogiche ideate dalla Demorazza per definire l'appartenenza alla razza ebraica o alla razza ariana

Tavole genealogiche ideate dalla Demorazza per definire l’appartenenza alla razza ebraica o alla razza ariana

Lo stato fascista si organizzò per monitorare e controllare la popolazione ebraica affidando alla Direzione Generale per la Demografia e la Razza (la cosiddetta Demorazza), un ufficio appartenente al Ministero dell’Interno, la compilazione del primo censimento dell’intera popolazione ebraica sul territorio italiano. L’operazione doveva essere d’aiuto al regime per determinare il numero esatto di ebrei a cui applicare i nascenti provvedimenti antisemiti. Dal censimento emersero poco più di 58.400 ebrei (di cui 9000 stranieri), appena l’1.1 per mille della popolazione italiana. Un numero miserrimo, infinitamente piccolo  se comparato ai quasi 44 milioni di italiani. Eppure il solco era ormai tracciato. Il 7 ottobre 1938 Il Messaggero pubblicò  ‘La dichiarazione della razza’, il testo di legge votato il giorno prima in seno al Gran Consiglio del Fascismo con cui si introducevano, nell’ordinamento italiano, le prime norme che definivano la razza ebraica e che vietavano i matrimoni misti. Il sangue era l’elemento identificativo principale dell’appartenenza alla religione ebraica per cui da due genitori ebrei non potevano che nascere figli ebrei.

I provvedimenti antisemiti promulgati dal regime fascista

I provvedimenti antisemiti promulgati dal regime fascista

I provvedimenti antisemiti prodotti tra il 1938 ed il 1942 riguardarono tutti gli aspetti della vita politica e sociale, leggi confezionate per allontanare dalla collettività la componente ebraica del paese, compresi tutti quegli uomini e quelle donne che avevano abbracciato il fascismo dei primi anni, tesserandosi e partecipando attivamente alla vita politica dettata dal  regime. Agli ebrei, nel novembre 1938, fu impedito di prestare il servizio militare e di iscriversi al partito. Nello stesso mese gli ebrei impiegati nelle amministrazioni pubbliche vennero licenziati senza possibilità di accedere ad alcun tipo di sussidi statali. A questi seguirono altre categorie di lavoratori: i liberi professionisti, i bancari e, successivamente, i venditori, gli straccivendoli e gli ambulanti a cui vennero revocate le licenze per l’esercizio delle attività. I matrimoni misti, che negli anni Trenta avevano toccato il 30%, vennero proibiti. La cancellazione della componente ebraica nella società civile italiana doveva essere totale: vie, luoghi, cognomi ebraici sparirono da libri e dagli elenchi telefonici. Opere scritte da autori ebraici vennero messe all’indice. Per poter sopravvivere a questa scure il fascismo aveva previsto un’unica possibilità: quella di ottenere la cosiddetta discriminazione, una richiesta prodotta dagli ebrei che si erano distinti per articolari meriti bellici o politici negli anni precedenti. Ma poche erano le istanze che venivano accolte dalla commissione costituita ad hoc. Nel giugno del 1943 arrivò un altro decreto che andò a comprimere ulteriormente la libertà di circolazione degli ebrei sul territorio. Dopo il divieto di soggiornare nelle principali località turistiche, il Gran Consiglio vietò agli ebrei di recarsi nelle zone marittime e in quelle di lusso.

Anche il mondo dell’istruzione venne colpito dalle leggi razziali a seguito dell’approvazione di disposizioni che escludevano gli ebrei dalle classi di ogni ordine e grado, compresa l’università. Studenti e professori dovettero lasciare le scuole, le accademie, gli atenei senza più possibilità di rientrarvi fino alla caduta del fascismo. In alcune città come Fiume vennero invece istituite scuole elementari ‘speciali’ dove i bambini ebrei erano ammessi a frequentare le lezioni ma comunque in aule separate e senza poter entrare in contatto con gli alunni ariani. Ma tutto questo non era sufficiente per il fascismo che decise di spingersi oltre, investendo anche il mondo della cultura e della scienza. Fisici, matematici, storici e letterati si ritrovarono senza lavoro da un giorno all’altro, senza più un’occupazione. La damnatio memoriae piombò anche su scrittori, attori, pittori, artisti, cantanti che sparirono dalle scene, dalle radio, dai teatri, dalle biblioteche. Gli ebrei non dovevano esistere nella società italiana, era necessario rimuoverli, confinarli metaforicamente e non. Così nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, le leggi razziali nel nostro paese si inasprirono ulteriormente stabilendo che gli ebrei socialmente pericolosi e quelli provenienti da stati in cui vigevano leggi antisemite dovevano essere internati in luoghi di prigionia appositamente realizzati. Edifici dismessi ed inutilizzati divennero la dimora di ebrei, dissidenti ed oppositori costretti a ritmi lavorativi estenuanti in un contesto di malnutrizione e condizioni igieniche precarie.

Le leggi razziali in Italia furono abolite soltanto nel gennaio del 1944 nella parte meridionale dell’Italia, dove si era installato il governo badogliano. Invece nel resto del Paese, dove sopravviveva la Repubblica di Salò, continuarono ad essere efficaci.

PER APPROFONDIMENTI:

La Fondazione Museo della Shoah, con sede a Roma, allestisce, nei suoi spazi espositivi, mostre che raccolgono materiali fotografici, video e documenti utili alla comprensione del fenomeno dell’antisemitismo. Il progetto intende rafforzare la memoria e la consapevolezza dei processi e degli eventi storici che hanno prodotto una politica antisemita di così vasta portata nel corso del Novecento, attraverso l’uso della propaganda, della falsa informazione e della manipolazione delle masse.

 

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