La Maddalena è la figura femminile più rappresentata nella storia dell’arte, ovviamente dopo Maria, la madre di Gesù. Artisti del calibro di Simone Martini, Caravaggio, Tiziano, Rubens, Canova, solo per citare i più famosi, hanno raffigurato il personaggio evangelico. Ognuno chiaramente con la propria cifra stilistica ma, quasi tutti, sostanzialmente rispettosi dell’iconografia classica, caratterizzata da un volto bellissimo, dai lunghi capelli sciolti e da un atteggiamento penitente, sottolineato dalla presenza di un teschio o in alternativa di un libro o uno specchio. C’è però un artista che più di tutti ha voluto prendere le distanze da questa tipizzazione classica ed è stato Donato di Niccolò di Betto Bardi, meglio conosciuto come Donatello, che con la sua Maddalena Penitente ci ha restituito una scultura unica.
Ma chi era davvero Maria Maddalena, colei che ispirò una molteplicità incredibile di artisti?

LA FIGURA STORICA DI MARIA MADDALENA

I contorni storici di questa donna evangelica, non sono stati mai chiarissimi, tanto da ingenerare nel corso dei secoli una certa confusione. Luca, nel suo Vangelo (8.2), cita una tale Maria di Magdala che Gesù liberò da sette demoni. Giovanni, invece (20,11-18), riferisce come una certa Maria Maddalena fosse presente con altre donne alla resurrezione di Cristo il giorno di Pasqua, mentre i discepoli erano ben al sicuro nelle loro case. Di Maria Maddalena parlano molto i testi apocrifi, che tratteggiano in modo ricorrente la bellezza della donna. In particolare, compare nei vangeli di Tommaso, in quello proprio di Maria di Magdala e in quello di Filippo. In quest’ultimo si scrive come Gesù l’amasse più di tutti i suoi discepoli e la baciasse spesso, un atto che fu variamente interpretato. Secondo l’interpretazione gnostica, questo gesto simboleggiava la trasmissione della conoscenza ultima; altri studiosi, forse più visionari, lo consideravano, invece, come l’indizio di un legame amoroso tra i due.

Pagine bellissime anche se ovviamente non riconosciute dalla Chiesa ufficiale che ci restituiscono un Gesù molto umano e che hanno ispirato nel corso dei secoli diversi scrittori, fra cui il premio Nobel Josè Saramago nel suo bellissimo Il Vangelo secondo Gesù Cristo. “Poi, Maria di Magdala portò qualcosa da mangiare a Gesù e non vi fu alcun bisogno che lui dicesse ‘Siediti con me’, perché fin dal primo giorno, in quella casa chiusa, quest’uomo e questa donna avevano condiviso e moltiplicato fra loro i sentimenti e i gesti, gli spazi e le sensazioni, senza troppo rispetto per le regole, norme o leggi”.

Nel tempo sulla figura della Maddalena si sono intrecciate leggende e storie di vario tipo, che hanno favorito la lenta e inarrestabile sovrapposizione fra Maria di Magdala e la prostituta redenta da Cristo di cui si narra nel vangelo di Luca (7,47). A favorire questo fenomeno vi fu il sermone di papa Gregorio Magno del 591 d.C. in cui Maria Maddalena veniva descritta come la peccatrice redenta da Cristo.

Da quel momento in poi questa veste ha prevalso e l’iconografia della Maddalena penitente è divenuta fortissima. In pieno medioevo il frate domenicano Jacopo da Varazze, nella sua Legenda Aurea, scrisse di come la Maddalena negli ultimi anni della sua esistenza avesse scelto di vivere da eremita, peregrinando, emaciata per i ripetuti digiuni, nel sud della Francia. E proprio a questa versione si rifece Donatello per scolpire il suo capolavoro.

LA MADDALENA PENITENTE DI DONATELLO

La Maddalena Penitente di Donatello

La Maddalena Penitente di Donatello

“Di mano di Donato [è] una Santa Maria Maddalena di legno in penitenza, molto bella e molto ben fatta, essendo consumata dai digiuni e dall’astinenza, intanto che pare in tutte le parti una perfezione di notomia, benissimo intesa per tutto”. Così Giorgio Vasari nel suo Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, descrisse la scultura, fornendo, tuttavia, poche notizie storiche. Sulla genesi dell’opera, infatti, si sa pochissimo.

La scultura lignea, alta ben 188 cm, si staglia bellissima in una sala, interamente dedicatale, del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. L’opera fu scolpita da Donatello intorno al 1450, di ritorno a Firenze, dopo il decennio trascorso a Padova. Nulla si sa della committenza, di sicuro fu esposta nel Battistero di Firenze sul finire del Quattrocento, dove vi rimase fino al 1966, quando, a seguito della disastrosa esondazione dell’Arno, cambiò destinazione per l’attuale sede.

Se sull’origine si addensa il manto del mistero, chiara, invece, è l’emozione che questa scultura, una delle opere più straordinarie mai scolpite nella storia dell’arte, suscita da sempre nello spettatore. Realizzata in legno di pioppo bianco, un materiale molto difficile da lavorare per la sua poca versatilità, al contrario del marmo, la Maddalena penitente di Donatello raffigura una donna anziana, dagli occhi incavati, emaciata, con tendini e muscoli tesi, coperta solamente dai suoi lunghi e ispidi capelli quasi incollati, ben diversi da quelli folti e setosi dipinti da altri artisti.

Un’immagine mortificata da ripetuti digiuni, da infinite veglie che, però, non trasmettono ansia, dolore ma, al contrario, serenità e pace interiore. Rispetto all’iconografia classica, spariscono oggetti tipici quali il teschio, il vasetto con il prezioso unguento o il libro, ma emergono solo i capelli, l’unica veste di questa donna.

In realtà prima di Donatello, almeno due altri artisti, avevano mostrato interesse verso quella che sarebbe divenuta la novità figurativa del Rinascimento: l’espressività della figura umana (volto e gesti), quale rappresentazione dell’identità psicologica dei personaggi. Giotto e, successivamente, Masaccio, aprono la strada del nuovo corso con due opere rivoluzionarie: Il Compianto sul Cristo Morto di Assisi e il Polittico di Pisa. In entrambi i casi la figura di Maddalena acquista un intenso vigore espressivo. Nel profilo giottesco, il dolore urlato per la morte di Cristo deforma la fisionomia femminile al limite consentito. In Masaccio, invece, la donna è ripresa di spalle, accasciata ai piedi della croce. I lunghi capelli biondissimi, sparsi sul manto di un passionale rosso, vengono incorniciati dal gesto di braccia e mani aperte con foga, verso l’alto. Ogni fibra di quel corpo robusto, è scomposta da una profonda e inconsolabile disperazione.

Donatello di certo conosce queste due inedite raffigurazioni e di quella lezione si avvarrà per scolpire la sua Maddalena penitente. Il risultato è ancora oggi sotto i nostri occhi: un capolavoro inedito e avanguardista. Al cospetto dello spettatore appare una vecchia smagrita, con una macilenza esaltata dalle molteplici linee verticali dei capelli, una donna avvizzita, con la bocca semiaperta e sdentata, con le mani quasi giunte in segno di perenne preghiera. I piedi aderiscono al suolo, uno soprattutto, seguendo l’irregolarità del terreno su cui poggia, pare diventare un tutt’uno con lo stesso. Una donna che ha scelto la vita ascetica, il distacco dalle cose mondane, attraverso la mortificazione del corpo e l’ostentazione della vecchiaia. Una donna spettrale, una sorta di mummia vivente.

Donatello

Donatello

Donatello scolpì la Maddalena quando aveva già compiuto settant’anni e forse il tema della senilità, della malattia lo sentì più vicino, più congeniale. Sono decisamente lontani i tratti eleganti e apollinei del David realizzato solo alcuni anni prima ma non sono scelte del tutto nuove. Donatello, infatti, già in occasione della realizzazione delle statue dei Profeti per il Campanile del Duomo aveva anticipato alcuni tratti rivoluzionari della sua scultura. Nel profeta Geremia aveva sottolineato il suo animo, raffigurandolo con la sua barba incolta mentre, in Abacuc Donatello aveva evidenziato la senilità, più spirituale che fisica dell’uomo religioso, attraverso la testa calva e il volto lievemente piegato.

La drammatizzazione della Maddalena, in luogo dell’abituale serafica bellezza è ottenuta attraverso un naturalismo esasperato, che si mostra anticlassico (soprattutto se paragonato al classicismo del primo periodo) e che declina verso una visione “fortemente espressiva” di volumi, linee e piani. Un risultato mai visto in una scultura, prima di Donatello. Le parole di Piero Adorno ben definiscono il senso intimo di questo lavoro maturo: “un’opera di incredibile modernità nella sua carica espressionistica”. Una meraviglia da vivere e non semplicemente da osservare, che ancora oggi sconvolge lo spettatore per il potere della sua modernità.

 

Leggi anche: 
Il gioiello della Cappella Brancacci a Firenze