Non conosciamo quasi niente della vita e della realtà. Cerchiamo in tutti i modi di emanciparci, informarci, comprendere ma cosa effettivamente sappiamo di quanto ci circonda? Quanta superbia ed arroganza abbiamo ogni volta che riteniamo di avere la verità in tasca, pretendendo che gli altri ci diano ragione su questo o quel fatto? Pensiamo che la nostra esperienza diretta sia una verità inconfutabile, una conoscenza profonda quando invece, nella maggior parte dei casi, si tratta soltanto di una opinione. Siamo prigionieri dentro una caverna, una prigione in cui volgiamo lo sguardo soltanto verso una direzione e quello che osserviamo è la proiezione della realtà, non la realtà. Davanti ai nostri occhi si palesa l’ombra delle cose, l’apparenza degli eventi che viene proiettata da una fiamma alle nostre spalle. E sono così pochi coloro che si elevano da questa condizione di schiavitù (e di limitazione insieme) che quando ciò avviene poi è molto difficile ridiscendere nell’antro da cui si è partiti per spiegare le cose celesti che si sono viste. Perché non si è creduti. Questo è ciò che ci racconta il mito della caverna, il racconto allegorico scritto nel IV secolo a.C. da Platone, sottile filosofo ateniese, che interrogandosi sulla conoscenza del mondo da parte dell’uomo, comprende e spiega la misera condizione umana.

LA CAVERNA DI PLATONE: IL MESSAGGIO DEL GRANDE FILOSOFO ATENIESE

Raffaello Sanzio, "Scuola di Atene" (1509-1511 circa). Al centro dell'affresco le figure di Platone e Aristotele

Raffaello Sanzio, “Scuola di Atene” (1509-1511 circa). Al centro dell’affresco le figure di Platone e Aristotele

Nell’opera filosofica La Repubblica, scritta in forma dialogica tra il 390 ed il 360 a.C., Platone si interroga sul concetto di giustizia, sulla virtù, sull’educazione, sulla forma di città ideale, sulla gnoseologia e, nel settimo libro del testo, si sofferma a spiegare attraverso un esempio concreto la sua concezione della conoscenza vera e della conoscenza falsa nonché la triste condizione in cui vive l’essere umano. I sensi necessariamente non possono condurre ad un profondo apprendimento di quello che circonda l’uomo ma soltanto ad una percezione erronea e distante dal reale. E questa sua convinzione la spiega attraverso un’immagine precisa. Gli uomini sono nati e cresciuti nel fondo di una caverna, con i piedi ed il collo incatenati, costretti a volgere lo sguardo davanti a sé. Dietro di loro arde una fiamma e tra il fuoco e questi prigionieri si frappone un muro sotto cui scorrono altri uomini che trasportano sopra il loro capo vari oggetti. Questi manufatti che riproducono immagini di animali e statuette, passando sopra il muro, vengono proiettati sulle pareti della caverna dove si posa lo sguardo degli uomini incatenati.

Cosa vedono dunque i prigionieri? Soltanto dei simulacri. Non animali veri, non oggetti reali ma il loro riflesso, la loro ombra. Quelle immagini, come ombre cinesi, passano davanti agli occhi di quegli uomini che non conoscono e non hanno conosciuto altro se non quelle raffigurazioni. E cosa è la realtà per loro se non quello? Ombre inconsistenti che si stampano sulla roccia e che vengono ritenute reali. Se poi gli uomini che conducono queste statuette parlassero pure tra di loro, ai prigionieri incatenati arriverebbe l’eco delle loro parole che scambierebbero per il suono di quelle ombre.

MITO DELLA CAVERNA: SIGNIFICATO DI UN GRANDE RACCONTO FILOSOFICO

Platone, nel suo racconto del mito della caverna, immagina poi quello che succederebbe se uno dei prigionieri si liberasse e riuscisse a risalire in superficie. All’inizio sarebbe accecato dalla luce potente del sole e dovrebbe aspettare il passare dei giorni per abituare la vista a tutto quel bagliore. Successivamente comincerebbe a scoprire il mondo, a vedere prima le ombre poi piano piano le cose, gli oggetti che lo circondano e capirebbe che quello che riteneva vero in cattività era semplicemente la proiezione della realtà. Allora, armato di buona volontà, riscenderebbe per liberare i compagni e per dire loro che sono prigionieri e che la vita così come è si trova al di fuori della caverna. L’uomo non verrebbe creduto, verrebbe deriso e forse anche ucciso dai compagni che preferirebbero rimanere nella loro condizione misera ma conosciuta anziché dover affrontare la fatica della risalita ed il possibile accecamento. Perché ciò che percepiscono i prigionieri è per loro la realtà e chi ha sempre vissuto in cattività non può conoscere altro se non ciò che i propri sensi hanno percepito. 

La verità quindi, secondo Platone, non può essere conosciuta attraverso i sensi che sono ingannevoli. Ciò che gli occhi vedono e le orecchie sentono non consentono una conoscenza profonda delle cose ma soltanto una parvenza di realtà. Il mondo sensibile è relativo e falso, è copia imperfetta del mondo ideale, di quello spazio fisico al di là del cielo che Platone nel Fedro chiama Iperuranio. Si tratta di un luogo in cui si trovano le Idee, concezioni immutabili e perfette che non soggiacciono alla variazione di significato secondo il punto di vista ma sono certe e stabili, non soggette a mutamento.

Le Idee, dunque, secondo Platone possono essere apprese soltanto dall’intelletto e, quindi, dalla scienza. E sono soprattutto i due sistemi scientifici della matematica e della geometria a rendere conoscibili le Idee, l’essere assoluto così come è. Ci troviamo in un grado superiore di conoscenza che si distingue da quello più basso che riguarda le copie delle Idee e che appartiene al mondo dell’opinabile. Il potere politico così a chi altri potrà essere affidato se non ai filosofi? I soli che possiedono la scienza, cioè la più alta forma di conoscenza, i soli che conoscono l’essere in quanto tale, i soli quindi che possono amministrare nel migliore dei modi uno stato, una comunità, una polis proprio perché conoscono il Bene, che è fonte dell’essere.

 

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