Tempo di elezioni europee. Sui media non si parla altro che di Europa. Ma chi era Europa e quando nacque il suo affascinate mito che ha attraversato millenni arrivando intatto ai giorni nostri? Questa è la storia del mito di Europa, uno dei più belli di tutta l’antichità, una leggenda che non smette mai di incantare e che è stata raccontata da decine di scrittori e illustrata da decine di artisti.

IL MITO DI EUROPA

Ecco a voi Europa. Ma prima di addentrarci nelle affascinanti pieghe del mito, conosciamo l’etimologia di questa parola che da secoli è patrimonio di decine di culture, patria di quasi ottocento milioni di persone, sogno e meta per tantissimi cittadini di questo vasto e variegato continente, che il geografo Strabone (I sec. A.C.) definì “terra per natura meglio dotata di uomini e di regimi politici validi e quella che ha maggiormente reso partecipi gli altri dei propri beni”.

L’origine semantica della parola Europa è ancora oggi incerta. Per alcuni deriverebbe dall’etimo semitico “ereb”, letteralmente “occidente” termine che i Fenici, popolo a cui tutti noi europei dobbiamo tantissimo, utilizzavano per denominare le terre a ovest della Siria. Per altri studiosi, invece, l’origine della parola Europa sarebbe greca e indicherebbe genericamente i territori a nord dell’Egeo. Di sicuro questo termine, come quello di Asia, comparve nella Teogonia di Esiodo, opera risalente all’VII secolo a.C.

Molto più definito è il mito di Europa, di quella giovane e procace ragazza su cui Zeus pose il suo sguardo e quella passione divenne per sempre un mito. Europa è una principessa, figlia del re di Tiro Agenore, ma innanzitutto è una ragazza che ama vivere e andare a giocare con le sue amiche in spiaggia, guardare il mare e chiedersi cosa ci sia dietro l’orizzonte, dopo l’ultimo lembo di azzurro.

Mito di Europa

Il mito di Europa

Poi un giorno la vede il potente Zeus, il padre di tutti gli dei, “quello che ha la destra armata di fulmini a tre punte, lui che con un cenno fa tremare il mondo”. Zeus è un uomo sposato con Era, che è pure sua sorella, strane queste divinità, ma è anche un indomito fedifrago e quando “punta” una ragazza per la poveretta non c’è speranza. Ne sanno qualcosa Leda, Semele, ma anche dee come Demetra, Latona o Maia.

Per conquistarle non disdegna qualsiasi tipo di trasformazione o di inganno, celebre, ad esempio, la metamorfosi in cigno per sedurre la bella Leda.  Di queste passioni passeggere, talvolta si confida con Era, chiedendole anche dei preziosi consigli. Questa, però, non di rado, reagisce e non proprio sportivamente, dimenticandosi di essere una divinità e assomigliando alla più gelosa delle mogli terrene, stanca della continua infedeltà del marito.

Una volta, ad esempio, come racconta Robert Graves nel suo “I miti greci”, con l’aiuto di “Poseidone, Apollo e tutti gli altri olimpi a eccezione di Estia circondò Zeus all’improvviso mentre dormiva e lo legò al letto con corde di cuoio, annodate cento volte, cosicché non si potesse più muovere”.

ZEUS, IL TORO E IL RAPIMENTO DI EUROPA

Ma torniamo alla nostra Europa. Un giorno la ragazza con altre amiche, come fa di consueto, è in spiaggia spensierata a giocare, ignara del destino che l’attende. Zeus, che di quella fanciulla si è invaghito, decide di rapirla. Per questo si trasforma, assumendo l’aspetto di un toro e, mescolato alle giovenche, si aggira aitante sulla tenera erba. Ma non si tratta di un toro qualsiasi, lui è pur sempre il re dell’Olimpo, il padre di tutti gli dei, per questo prende le sembianze di uno splendido esemplare taurino.

Ecco come il “nostro” Ovidio, nel secondo libro delle Metamorfosi, lo descrive: “il suo colore è come quello della neve non calcata da passo pesante o sciolta dalle piogge dell’Austro; gonfio di muscoli è il suo collo, dalle spalle pende la giogaia; piccole corna, ma tali che potresti ritenerle fatte a mano, e più trasparenti d’una gemma pura”.

Se per Ovidio il toro è candido come la neve, per lo scrittore siracusano Mosco (II sec. a.C.), è, invece, “un toro fulvo, dal profumo di croco, dalle corna a forma di mezza luna e con una macchia bianca sulla fronte a forma di stella”.

Colori del manto a parte, quel toro, sotto le cui spoglie si cela Zeus, non è certamente aggressivo e non può che rassicurare Europa che, infatti, incuriosita da quell’insolito animale, gli si avvicina anche se sulle prime esita a toccarlo. Ma quella titubanza dura il tempo di un arcobaleno e la ragazza, rassicurata dalla mitezza dell’animale, non solo lo sfiora ma gli porge dei fiori odorosi.

L’idillio fra i due fatalmente si instaura. Zeus pregusta il piacere agognato “saltando gioioso sull’erba verde o stendendo il fianco color di neve sulla rena bionda”. Gli iniziali timori di Europa ormai sono del tutto superati, tanto che la figlia del re, come racconta ancora Ovidio, “s’adagia persino sul suo dorso, senza sapere su chi siede. Allora il dio dalla terra asciutta della riva, senza parere, comincia a imprimere le sue mentite orme nelle prime onde e poi procede oltre e in mezzo alle acque del mare si porta via la sua preda”.

La fuga è repentina, Europa, terrorizzata si volge a guardare le amiche sulla riva, ormai lontana. Per non cadere, afferra con la mano destra un corno, mentre con la sinistra cinge la groppa, e il vento impetuoso le gonfia le belle vesti. Il rapimento di Europa, che lo scrittore greco Luciano definisce dolce e amoroso spettacolo, si conclude a Cnosso, sull’isola di Creta.

Ma cosa accadde dopo quel rapimento che tanti artisti, come Tiziano o Rembrandt, hanno eternato in dipinti straordinari e che compare nel retro della moneta greca da due euro? A raccontarcelo è Pseudo Apollodoro nella sua Biblioteca.

“Ella, dopo che Zeus giacque con lei, generò Minosse, Serpedonte e Radamanto”.

Zeus, ben presto, da bravo amante, lascia la povera Europa con i tre pargoli per tornare nell’Olimpo, non prima di trasformare il candido toro in una costellazione celeste. Ma, per cercare di rendere meno pesante questa fuga decide di omaggiare la ragazza di tre doni: Talos, un gigante di bronzo guardiano di Creta, Lealaps, un cane addestrato e un giavellotto dalla mira infallibile.

Europa, nel frattempo, conosce Asterione, re di Creta, che vinto dalla bellezza della giovane decide di adottare i tre figli “divini” pur di non perdere l’amata.

Il mito del rapimento di Europa è il fondamento leggendario della migrazione da Oriente a Occidente, da Tiro a Creta, da una cultura a un’altra.

Nel 1610 Galileo, scrutando il cielo, scoprì quattro dei sessantasette satelliti di Giove, il pianeta più grande del nostro sistema solare. Uno di questi, fu chiamato Europa.

Così quell’amante focoso e quella giovane ragazza da quel momento furono uniti per sempre sotto un manto di stelle.

 

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