Quando il genio di Michelangelo si trasferì per la seconda volta a Roma, dopo avere già dato prova della sua abilità scultorea con la realizzazione della Pietà commissionata dal cardinale De Bilhères, concepì quella che nella sua testa doveva essere una delle tombe più maestose e belle che la storia dell’arte avesse mai conosciuto, un sepolcro in grado di gareggiare con i mausolei dell’antichità. Era il 1505 e sul soglio pontificio sedeva papa Giulio II della Rovere, eletto nel 1503 quale successore del suo acerrimo nemico Alessandro VI Borgia. Deciso nell’assegnare un ruolo di egemonia al papato e determinato nel contrastare le forze straniere, il pontefice si avventurò, da una parte, in una serie di campagne militari attraverso un gioco di alterne alleanze, dall’altro nel rilancio di una politica culturale che offriva spazio agli artisti rinascimentali più famosi di quel periodo: Raffaello, Bramante e Michelangelo. Così Giulio II riprese l’idea di riedificare la basilica di San Pietro, il cui progetto venne affidato al Bramante, e pensò di commissionare a Michelangelo la sua tomba che, con la celebre ed imponente statua del Mosè, sarebbe dovuta diventare una delle opere d’arte più apprezzate nei secoli a venire.

MICHELANGELO E LA TOMBA DI GIULIO II

Tomba di Giulio II e Mosè di Michelangelo

Tomba di Giulio II e Mosè di Michelangelo

Nel marzo  1505 Michelangelo partì da Firenze alla volta di Roma per incontrare il papa e capire quali fossero le esigenze ed i voleri del pontefice, che desiderava collocare la tomba all’interno della basilica di San Pietro. Così lo scultore cominciò a concepire il progetto del monumento cristiano che doveva rivaleggiare con i mausolei antichi e divenire per bellezza, splendore e proporzioni la tomba più apprezzata non solo del Rinascimento ma della storia dell’uomo.

Michelangelo, che cominciò da subito a disegnare, cancellare, fare schizzi, scriveva al Sangallo che ‘se la s’ha a fare la dev’essere la più bella del mondo’ [1]. L’idea era quella di mettere in piedi una struttura architettonica monumentale, composta da tre ordini ed abbellita nella parte inferiore da figure di schiavi (oggi al Louvre e nella Galleria dell’Accademia a Firenze) e in quella superiore dai quattro profeti; doveva essere un sepolcro con andamento piramidale arricchito da oltre quaranta statue, ricolmo di marmi e di bronzi. Al di sopra doveva esserci un’arca racchiusa tra il cielo e la terra mentre la camera ovale del monumento avrebbe poi dovuto accogliere le spoglie mortali del pontefice.

Così un mese dopo avere ricevuto l’incarico, Michelangelo partì per Carrara per scegliere personalmente i marmi che più si confacevano all’opera monumentale. Restò in loco ben otto mesi insieme a due scalpellini che lo coadiuvavano. L’artista si inerpicava per le cave a piedi o a cavallo alla ricerca del marmo con le venature migliori ma, rientrato da Carrara, entrò ben presto in conflitto con il papa perché, come scrisse egli stesso, ‘tutte le discordie che nacquero tra Papa Julio e me, fu la invidia di Bramante e di Raffaello da Urbino, e questa fu la causa che non seguitò la sua sepoltura in vita sua per rovinarmi’ [2].  Riconciliatosi con il pontefice soltanto nel 1508, abbandonò per qualche anno il progetto monumentale della tomba papale per dedicarsi alla decorazione della volta della Cappella Sistina.

MOSÈ A SAN PIETRO IN VINCOLI: CURIOSITÀ DI UN’OPERA IMMORTALE

Mosè di Michelangelo: particolare del ginocchio

Mosè di Michelangelo: particolare del ginocchio

Nel 1513 poi avvenne la morte di Giulio II ed il progetto venne sospeso e poi ripreso più volte fino a giungere al 1545, quando Michelangelo aveva ormai settanta anni. In questi quarant’anni si erano succeduti quattro papi, numerosi cardinali, scalpellini ed aiutanti, si erano stipulati sei diversi contratti che videro il mutamento del progetto iniziale nonché lo spostamento della collocazione finale dell’opera monumentale; nel 1532 papa Clemente VII, infatti, pensò di sistemare il sepolcro non più nella basilica di San Pietro ma nella chiesa di San Pietro in Vincoli.

Il travaglio dell’opera fu tale che lo stesso Michelangelo definì il mausoleo come ‘la tragedia della sepoltura’, tanto erano state lunghe le polemiche, i ripensamenti, le accuse che gli vennero rivolte in quell’arco temporale lunghissimo. Via via che i contratti si susseguivano il monumento funebre si rimpiccioliva: vennero ridotte le facce (da quattro scesero ad una), venne limitato il numero delle statue che dovevano decorarlo (dalle oltre quaranta iniziali fino alle sette finali di cui solo tre dell’artista, il Mosé, Lia e Rachele, ovvero la vita attiva e quella contemplativa) e furono tagliate le otto storie in bronzo. Infine, dopo tutte le tribolazioni, i ripensamenti, i contratti venne realizzato quello che oggi ammiriamo nel transetto destro della basilica di San Pietro in Vincoli, la chiesa a due passi dalla centrale Via Cavour.

Il Mosè (1514-1516), sceso dal Sinai con le tavole della legge, è l’unico dei quattro profeti realizzati da Michelangelo secondo il primitivo progetto. Abbiamo di fronte una figura gigantesca e piena di vitalità con la sua energia, il volto accigliato e gli occhi irati. Il profeta assume una posizione seduta, il volto girato ed incollerito, una gamba leggermente piegata che dona alla figura una carica dinamica, una torsione del volto che indicano vitalità. Lo sguardo appare terribile ed altero, la barba mossa e fluente.

Secondo uno studio condotto da Christoph L. Frommel, Michelangelo avrebbe fatto compiere una torsione al volto di Mosè in un secondo momento, probabilmente 25 anni dopo il compimento dell’opera, quando già l’artista aveva scolpito la testa in posizione frontale. Il cambiamento della statua probabilmente si deve a motivi religiosi: Mosè in questo modo distoglie lo sguardo dalle reliquie sacre delle catene di San Pietro, collocate sotto l’altare. Far assumere una posizione diversa ad una statua di marmo dopo averla scolpita non è certo un’operazione semplice e alla portata di tutti ma Michelangelo, con la sua perizia e bravura, riuscì anche in questa grande impresa e così, oggi, lo sguardo del profeta è rivolto al fondo della chiesa, al portone da cui entra la luce. Perché Mosè è l’uomo della luce e questo suo attributo spiega anche la presenza delle due piccole sporgenze che affiorano dalla sua testa e che sono scaturite da un’erronea interpretazione delle Sacre Scritture. Nell’Esodo si descrive, infatti, la discesa dal monte Sinai di un Mosè che ha due raggi sulla fronte (in ebraico karan) ma che, per colpa di una traduzione errata, sono diventate due corna (in ebraico keren).

[1] Papini G., Vita di Michelangiolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1964 pag. 131
[2]  Ibidem,  pag. 456

 

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