Ci sono luoghi della memoria che occorre almeno una volta nella vita visitare, per farli propri, per serbare per sempre l’essenza di quell’intimo ricordo. Penso ad Auschwitz, al Muro di Berlino, alla Risiera di San Saba, a Portella della Ginestra o, anche, al museo della strage di Ustica a Bologna.

MUSEO DELLA STRAGE DI USTICA: UN LUOGO DELLA MEMORIA

Quando in un rigido mattino di febbraio, con la neve sporca ammassata ai lati di strade dritte, ho varcato la soglia liquida del Museo per la memoria di Ustica, la prima sensazione è stata assolutamente fisica. Un pugno ben assestato in volto; un senso di innaturale affanno, e, poi, soltanto l’umano desiderio di comprendere.

Davanti a me, i resti di quel Dc-9 che trentanove anni fa si inabissò nei mari intorno a Ustica, trascinando, in quei fondi senza luce, ottantuno persone, ottantuno vittime innocenti che ancora attendono giustizia.

Il museo di Ustica, opera dell’artista Christian Boltansky, è uno di quei luoghi della memoria che bisognerebbe visitare per non smettere mai di sperare in un futuro migliore.

È un luogo dove la clessidra del tempo smette di centellinare sabbia, dove la vita si arresta senza essere brutalmente sconfitta dalla morte.

In questo grande spazio, in passato animato da altre vite e da altre voci, tutto si ferma, come con gli orologi di Dalì, come con le preghiere dei laici, come con le urla nei sogni più lunghi.

MUSEO PER LA MEMORIA DI USTICA A BOLOGNA: IL SILENZIO E IL DOLORE

Museo per la Memoria di Ustica a Bologna

Museo della Strage di Ustica a Bologna

Davanti ai resti di quello che fu un aereo, che solo la pervicacia dei parenti di quelle ottantuno vittime ha salvato dall’oblio del mare, il silenzio è l’ottantaduesima assidua presenza.

Ecco allora delinearsi la coda dell’aereo e ciò che resta della fusoliera che più si allunga verso la cabina di pilotaggio, più sembra svanire come brina al sole. E poi le delicatissime ali e nulla più. Un mosaico di tasselli  senza incastro e dietro ogni tassello la percezione di una vita.

Mentre si percorre lenti il ballatoio che costeggia i resti di quel mezzo che un tempo solcava i cieli, si cerca di afferrare solo delle flebili risposte ad assordanti domande.

I perché si sperdono in quello spazio rarefatto, semplicemente sublimandosi.

Quel silenzio irreale è interrotto dalle possibili voci degli ottantuno passeggeri, sussurri che provengono da ottantuno neri specchi che riflettono il nostro volto smarrito.

Parole lievi, frasi leggere, pensieri comuni e per questo universali, echi lontani e fortissimi di un dramma mai sopito.

Dietro ognuno di quei neri specchi ho visto un volto, nasi incollati ai finestrini per scrutare l’azzurro del cielo, un sorriso, l’attesa di un abbraccio, la testa di un bimbo che dorme sereno sulla spalla del nonno, il profilo delicato di una mamma che torna nella sua Sicilia perché le manca il suo mare.

Sospese sui fragili resti del DC 9, che un crimine insoluto trasformò da vettore di felicità a luogo di morte, ci sono ottantuno lampadine che si accendono e spengono, come la vita, come la speranza.

E poi, intorno allo scheletro di quell’aereo, moderno dinosauro disseppellito dalle profondità del Mediterraneo per strapparlo alla tirannia del tempo, ecco nove grosse casse nere.

All’interno gli oggetti di quelle vittime della strage di Ustica che divennero stelle in una notte d’estate: era il 27 giugno 1980.

Vestiti, scarpe, occhiali, pinne, boccagli; ma anche giochi, libri, foto, intimi ricordi, pagine strappate alla bellezza della vita dalla barbarie umana.

Il contenuto di quei grandi bauli rimane invisibile. Come dietro un’immensa iconostasi, tutto è opportunamente occultato alla nostra prosaica curiosità e destinato alla eterna sacralità.

Si rimane nello spazio fisico di questo luogo volutamente incoscienti, estirpati dalla realtà, asceticamente proiettati in una ritrovata dimensione dello spirito.

Il Museo della Strage di Ustica è il miglior tributo a quel dramma per il quale nessuno ha ancora davvero pagato; è un posto dove l’essere umano si riconcilia con la parte migliore di sé, afferrando la memoria di un attimo per renderla finalmente eterna.

Esco da quel luogo come un visionario destatosi da un lungo sogno, che però non è mai stato soltanto un incubo.

La rabbia per quella strage impunita, che come il freddo intenso della mattina, mi aveva pervaso nel momento di entrare, ha lasciato spazio alla speranza, zattera da afferrare in questo mare oltre il quale, però, si scorge il lembo di un orizzonte.

Da Bologna trentanove anni fa, quell’aereo potente decollò diretto verso lidi assolati che avevano il colore delle vacanze, i suoni dell’estate, i sapori del ritorno a casa, il senso unico della stagione più effimera della vita.

A Bologna, ciò che resta di quell’aereo, è tornato e per sempre, testimoniando con la sua delicata, inafferrabile leggerezza, la forza della memoria, unica forma di vita eterna in questo mondo di poveri esseri umani.

 

Leggi anche:
Giuseppe Pinelli, l’altra vittima di piazza Fontana
“Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. La morte di Aldo Moro
Ali Agca e l’attentato a Giovanni Paolo II