La morte di Pasolini sotto il cielo di Ostia

Pier Paolo Pasolini

‘Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.’ Come è terminata la sua vita noi invece lo sappiamo. La storia della vicenda di Pier Paolo Pasolini, pur nelle tinte fosche di un delitto non ancora chiaro, si chiude con il suo corpo martoriato ritrovato una domenica mattina ad Ostia. Il poeta, il visionario, l’intellettuale, lo scrittore del proletariato giace prono con una canottiera di colore verde sollevata a metà schiena. Ha il volto girato verso destra, i jeans abbottonati ma con la cerniera abbassata. Ha degli stivaletti marroni ai piedi. E segni di pneumatici sul corpo.

Pier Paolo Pasolini e Enrique Irazoqui, in un momento di pausa durante le riprese de Il vangelo secondo Matteo

Pier Paolo Pasolini e Enrique Irazoqui, in un momento di pausa durante le riprese de Il vangelo secondo Matteo

Pasolini ha terminato la sua vita a via dell’Idroscalo, l’ultima propaggine settentrionale, l’ultimo lembo di terra di Ostia prima che diventi Fiumicino. Il mare è lì vicino, la strada fangosa porta alle baracche abitate dal sottoproletariato romano. Sono tutte abusive e si suddividono in case di fortuna e ‘ville’ estive. Da quella lingua di terra che è via dell’Idroscalo, si arriva ad uno spiazzo: un luogo sterrato trasformato dai ragazzi in un campo di calcio, lo sport amato in maniera assoluta da Pasolini, ‘l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo’ sosteneva, quello sport che per lui era un linguaggio, un sistema di segni.

IL RITROVAMENTO DEL CORPO

Pier Paolo Pasolini durante le riprese de "Il vangelo secondo Matteo"

Pier Paolo Pasolini durante le riprese de “Il vangelo secondo Matteo”

Quando alle 6.30 di quella domenica mattina del 2 novembre 1975 Maria Teresa Lollobrigida arriva nella sua baracca abusiva insieme alla sua famiglia vede per terra, davanti all’ingresso della sua casa, quello che lei crede essere un mucchietto di stracci. Impreca e si chiede chi possa avere scaricato proprio lì tutta quella immondizia. Si avvicina, prova con il piede a scansare quella spazzatura e capisce solo allora che si tratta di un corpo. È così che viene scoperto l’omicidio di Pasolini. I poliziotti insieme al Commissario di Ostia arrivano sul luogo del delitto dopo un quarto d’ora poi sopraggiunge il capo della Squadra Mobile di Roma. Il corpo di Pasolini è martoriato, ha ecchimosi dappertutto. Il sangue lo sfigura, la pelle è coperta da escoriazioni, ha profonde ferite alla testa, dieci costole fratturate e le falangi della mano sinistra spezzate. Un corpo contundente gli ha provocato profonde ferite sul volto e alla nuca. Una violenza ed una ferocia tale da lasciare senza fiato.  Al Commissario sembra che quella persona uccisa sia lo scrittore, quel Pasolini che durante le contestazioni del ’68 si era schierato dalla loro parte. Alle dieci ne ha certezza assoluta quando Ninetto Davoli, attore ed amico carissimo di Pasolini, ne riconosce ufficialmente la salma.

L’ARRESTO DI PINO PELOSI

Le indagini durano poche ore. Al carcere minorile di Casal del Marmo, infatti, si trova detenuto da quella mattina un giovane, un diciassettenne che risponde al nome di Pino Pelosi. È stato fermato dai Carabinieri poco dopo l’1.30 di quella notte. Ha una ferita alla fronte e la camicia sporca di sangue. Dice di essersi procurato quel taglio durante l’inseguimento compiuto dai militari. Pelosi, difatti, non si era fermato all’alt dei  carabinieri ed aveva  continuato a guidare contromano sul lungomare Duilio di Ostia alla guida di  una Alfa Giulia GT.

Così viene tratto in arresto. L’accusa a suo carico è furto d’auto. L’Alfa, dichiara subito dopo aver raggiunto il carcere, l’ha rubata a Roma nel quartiere Tiburtino, vicino ad un cinema. Dal controllo dei documenti di circolazione ai militari risulta subito chiaro che è di proprietà di Pier Paolo Pasolini. L’appuntato chiama l’utenza della sua casa dell’Eur per segnalare il ritrovamento della macchina dello scrittore; la governante risponde che Pier Paolo ancora non è tornato. ‘Strano’ aggiunge ‘ di solito avverte se tarda’.

Pasolini e Maria Callas

Pasolini e Maria Callas

Intanto Pelosi chiede ai carabinieri di cercare un anello, quello che gli si è sfilato dal dito: è d’oro ed ha una pietra rossa racchiusa tra due aquile ed una scritta in inglese “United States Army”. I militari ispezionano l’abitacolo della macchina ma non trovano niente. L’anello è in tutt’altra zona di Roma. Si trova nel campo di calcio di Via dell’Idroscalo e lo raccolgono i poliziotti accanto al corpo di Pasolini.

Gli elementi a disposizione degli inquirenti sono chiari e convergono sulla responsabilità di Pelosi. La macchina del poeta e l’anello del minorenne sono indizi chiari ed evidenti. All’ora di pranzo il caso è chiuso. Pelosi confessa il delitto. Dichiara agli inquirenti di avere ucciso Paolini colpendolo prima con un’asse di legno e, dopo averlo tramortito, di essere passato sopra il suo corpo con la vettura del poeta. Il motivo? I due, conosciutisi la sera stessa in Piazza dei Cinquecento, cenano Al biondo Tevere, un ristorante capitolino e, successivamente, secondo quanto dichiarato nel verbale di interrogatorio, si dirigono verso Ostia. Si appartano in Via dell’Idroscalo ed iniziano un rapporto sessuale. Alla richiesta esplicita di una particolare prestazione da parte di Pasolini, il minorenne si rifiuta. Inizia una colluttazione, lo scrittore insegue il ragazzo con un bastone e lui si difende raccogliendo una tavoletta di legno. Colpisce più volte Pasolini sulla testa, lo fa cadere a terra poi sale in macchina per scappare e passa sopra a qualcosa, non sa cosa ma la macchina sobbalza. Ha troppa fretta di andarsene, di fuggire; forse è una protuberanza del terreno, forse un avvallamento. Invece quello su cui passa sopra è il corpo di Pasolini, sfigurato, diventato un ammasso di carne, sangue e materia cerebrale.

Oriana Fallaci, il giorno dopo, chiama la redazione del Corriere e ad un giovane Padellaro urla per telefono: ‘Ascolta bene: Pasolini è stato ucciso dai fascisti. Devi scriverlo’. Il giornalista non lo farà perché elementi che si sia trattato di una spedizione squadrista non ce ne sono. I due non si sentiranno più.

OMICIDIO DI PASOLINI, I MISTERI

Totò e Pasolini

Totò e Pasolini

Il reo confesso Pino Pelosi viene condannato a nove anni e sette mesi come unico esecutore materiale del delitto. Il caso viene archiviato ma la sentenza non chiarisce i punti oscuri della vicenda. Alcune cose non tornano. Dentro l’abitacolo vengono rinvenuti oggetti che non appartengono né alla vittima né all’assassino: un maglione verde ed un plantare destro di misura 41. Poi, sul luogo del delitto, ci sono impronte di scarpe non compatibili con quelle di Pelosi e Pasolini; è presente anche una macchia di sangue sul lato destro del tetto della macchina, il lato da cui entra un passeggero e non una persona che sta cercando di sfuggire ad un’aggressione. E poi a parlare  è il corpo di Pasolini. Così massacrato da far pensare ad un pestaggio operato da più persone e non ad una colluttazione con un ragazzo di gracile costituzione che, tra le altre cose, ha riportato solo un’escoriazione alla fronte. Però Pelosi ha confessato e, prima della deposizione, quando entra in carcere ed è solo accusato di furto, riferisce al suo compagno di cella di avere ucciso Pasolini.

Intanto cominciano a circolare tra i giornalisti ed i familiari altre ipotesi, altre ricostruzioni dei fatti. Si comincia a parlare di delitto politico, di squadrismo fascista, di militanti di destra che avrebbero ucciso l’omosessuale di sinistra. Nulla però cambia per gli inquirenti: c’è una confessione e questo basta. Il 26 settembre 1979 viene confermata dalla Cassazione la sentenza definitiva di condanna  nei confronti di Pelosi.

2005, LACLAMOROSA RITRATTAZIONE DI PELOSI
Pasolini durante una partita di calcio

Pasolini durante una partita di calcio

Soltanto nel corso del 2005 il reo confesso ritratterà la sua versione dei fatti, sostenendo che ad ammazzare Pasolini sono stati tre uomini, spuntati dal nulla quella sera. Riferisce anche di avere mentito circa la conoscenza del poeta. Non lo ha incontrato la sera del delitto ma alcuni mesi prima. Poi cambia giudizio su di lui, definendolo un galantuomo e non più un omosessuale in cerca di minorenni da adescare. Quando Pelosi ritratta dice anche un’altra cosa. Una cosa importante: Pasolini la sera del primo novembre si era recato ad Ostia con lui per avere indietro due ‘pizze’ del film Salò e le 120 giornate di Sodoma, rubate qualche tempo prima negli stabilimenti della Technicolor.

LA VERSIONE DEI FATTI SECONDO SERGIO CITTI

E qui entra in gioco Sergio Citti, amico e collaboratore di Pasolini, che non ha mai creduto alla versione ufficiale ed ha sempre pensato che si sia trattato di omicidio premeditato, di omicidio politico.

Nel 2005, nel corso di un’intervista, ricorda che quella sera di novembre Pasolini aveva appuntamento a Piazza dei Cinquecento perché doveva incontrare dei ragazzi che avevano rubato le due ‘pizze’ di Salò e volevano restituirgliele. Fa entrare in macchina Pelosi, si dirigono insieme al ristorante e poi prendono la Via Ostiense per raggiungere il luogo convenuto per l’appuntamento con quei ragazzi che hanno la pellicola. Secondo Citti, a Pasolini viene teso un tranello. Viene circondato dal gruppo di ragazzi che è lì ad attenderlo e viene aggredito. Dalle testimonianze rese al regista  pochi giorni dopo il delitto, quella sera all’Idroscalo erano presenti due veicoli: la macchina di Pasolini ed un’altra. Secondo la versione di un pescatore, Pasolini prova ad alzarsi e a tamponare il sangue con la camicia. I ragazzi lo raggiungono e lo colpiscono ancora con dei bastoni poi uno di loro punta la macchina sullo scrittore e passa sopra il suo corpo varie volte. Delitto premeditato, dunque. Mandante sconosciuto.

A suffragare l’ipotesi dell’omicidio politico di un personaggio scomodo poi c’è anche un articolo di Pasolini apparso sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 in cui scrive: ‘Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere)” e continua elencando le stragi di Milano, Brescia, Bologna, parla di strategia della tensione, di Cia, di poteri occulti.

“Io so ma non ho le prove” continua nel suo pezzoL’articolo è utile per capire il tenore delle prese di posizione di Pasolini, la forza dei suoi interventi di denuncia sociale e politica. Nel periodo di pubblicazione del suo j’accuse, lo scrittore sta lavorando poi  ad  ‘un romanzo che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita’. Si tratta del libro Petrolio, pubblicato postumo solo nel 1992: un romanzo incompiuto che parla dell’ENI e dei suoi interessi. ll personaggio intorno a cui ruotano le vicende del romanzo, Carlo, serve allo scrittore per raccontare qualcosa di più della vita di un ingegnere che lavora per l’Ente Nazionale Idrocarburi. Il protagonista si colloca all’interno di un intreccio tra potere finanziario e potere politico, nel mezzo di una trama che intreccia gli interessi della Democrazia Cristiana a quelli del potere industriale. Riferimenti chiari alla morte quanto mai particolare di Enrico Mattei ed alla nomina di Eugenio Cefis, quale suo successore, sono del tutto manifesti. Nelle 500 pagine che ci rimangono del manoscritto il personaggio Aldo Troya, cioè Cefis, viene dipinto come un individuo ‘capace di tutto’ che possiede ‘un impero privato’. Così chiari dovevano essere certi riferimenti se, subito dopo l’omicidio di Pasolini, scompaiono 78 cartelle del manoscritto. L’Appunto 21, che doveva essere intitolato, Lampi sull’ENI, viene trafugato e non verrà  più trovato.

Ostia - Monumento dedicato a Pasolini in Via dell'Idroscalo

Ostia – Monumento dedicato a Pasolini in Via dell’Idroscalo

Le ultime parole spettano a lui, al Pasolini poeta che, nella sua visionarietà, immaginava così la sua morte:

[…]io cadrò morto
sotto il sole che arde,
biondo e alto,
e chiuderò le ciglia
lasciando il cielo al suo splendore.[…]

I bei giovinetti
correranno in quella luce
che ho appena perduto,
volando fuori dalle scuole,
coi ricci sulla fronte.
Io sarò ancora giovane,
con una camicia chiara,
e coi dolci capelli che piovono
sull’amara polvere. […]

[Il dì da la me muàrt]

 

Aggiornamento: da tempo malato, Pino Pelosi è morto il 20 luglio 2017 all’età di 59 anni.

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