Vulci sorge nel cuore della Maremma laziale, all’interno di un territorio costituito da pareti a strapiombo e gole profonde in cui scorre maestoso il fiume Fiora, creando cascate e laghi fino ad arrivare a sfociare nel mar Tirreno. La città etrusca di Vulci sorgeva ad appena 12 chilometri dalla linea di costa su un pianoro tufaceo di 120 ettari lambito dalle acque del Fiora; il nucleo abitativo conobbe la sua fortuna grazie alla vicinanza con il limitrofo scalo marittimo di Regae. Il porto consentì alla città di diventare, a partire dal VII secolo a.C., un centro importante soprattutto per l’attività commerciale che qui si svolgeva. Vulci, infatti, produceva ed esportava via mare vasellame, sculture e bronzi. La città era dominata da una ricca aristocrazia che si dedicava al commercio con le colonie greche dell’Italia meridionale e costituiva un autentico emporio che aveva rotte aperte verso tutto il Mediterraneo. Il 280 a.C. segnò la sconfitta di Vulci  ad opera del console romano Tiberio Coruncanio e dopo la conquista di Veio, Caere e Tarquinia anche questo centro etrusco fu destinato a divenire un piccolo abitato minore, un nucleo periferico della nascente potenza romana.

PARCO DI VULCI: COSA VEDERE DELL’ANTICA CITTÀ ETRUSCA

Fiume Fiora: il paesaggio intorno a Vulci

Fiume Fiora: il paesaggio intorno a Vulci (Foto: Nicola Pino)

Dal Centro Servizi dell’Area Archeologica di Vulci è possibile scegliere tra due percorsi diversi, in base alle proprie esigenze e alla propria forma fisica. Si può, infatti, percorrere un itinerario ad anello di 2 chilometri oppure optare per una passeggiata più lunga di 4 chilometri, un anello che cinge l’intera area archeologica e che conduce verso la porta ovest del’antico abitato. Da qui ci si addentra in una zona che coniuga l’antica testimonianza di una delle città più potenti dell’Etruria con la natura incontaminata che regna incontrastata.

Dell’antica Vulci, di cui sono visibili dei resti costituiti da blocchi in tufo, un acquedotto romano ed un sepolcreto che racchiude degli scheletri umani, si percorre il decumano massimo, la strada principale dell’antico abitato con direttrice est-ovest. Camminando si incontrano l’arco dedicato al senatore romano Publius Sulpicius Mundus e, sulla sua destra, un edificio di notevole altezza in laterizio databile al II secolo a.C., poi un tempio ad unica cella e di fronte ad esso, un edificio con abside ritenuto da alcuni studiosi un luogo di culto cristiano di epoca tardo-antica.

Parco di Vulci

Parco di Vulci

Proseguendo si giunge ad una grandiosa domus romana risalente al II-I secolo a.C., costruita su precedenti resti etruschi. La domus di ben 3.300 metri quadri era una abitazione civile dotata di un ambiente termale e di un criptoportico (un ambiente sotterraneo) e fu rinvenuta durante gli scavi eseguiti negli anni Cinquanta. La casa, costruita su precedenti resti etruschi, seguiva lo schema delle case gentilizie: aveva un atrio con la vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvium) intorno a cui si aprivano vari ambienti ed un peristilio quadrangolare circondato da colonne sui quattro lati. L’antica domus era suddivisa in tre parti, ciascuna con la propria funzione ed il proprio ambiente: una zona era destinata all’uso pubblico ed era dotata di  stanze dedicate agli ospiti e di un Lararium, un luogo dedicato ai Lari; una seconda zona era riservata all’uso privato con lo studio, gli ambienti per il convivio e l’impianto termale; l’ultima area era dedicata ai servizi e vedeva la presenza di due latrine e di alcune vaschette usate per la vendita dei cereali.

Ben visibile ancora oggi è il portico che si affacciava sul giardino ed il mosaico pavimentale di età augustea che ricopriva alcuni ambienti. Attraverso una scala posta all’angolo nord-est del peristilio è possibile scendere negli ambienti sotterranei del criptoportico che ancora oggi riceve la luce dalle aperture a bocca di lupo poste sul soffitto e che racchiudeva i magazzini (horrea) ed il ninfeo.

A PIEDI TRA LE ROVINE DI VULCI

Rovine del Parco Archeologico di Vulci

Rovine del Parco Archeologico di Vulci

A nord dei resti della Domus del Criptoportico si trova un mitreo con pianta allungata che in passato ospitava un altare e due gruppi marmorei del III secolo d.C. raffiguranti il dio Mitra, una divinità di origine indo-iranica, nel momento in cui sacrifica un toro. Il mitreo venne distrutto durante la fine del IV secolo quando, dopo l’editto di Teodosio (380 d.C.), il cristianesimo assurse a religione di stato e gli altri culti furono di fatto vietati. Si prosegue il tragitto in direzione del sacello di Ercole, un edificio a pianta rettangolare con blocchi di tufo squadrati, fino a raggiungere la porta est. Costeggiando la recinzione sulla sinistra si arriva ad un’area prossima alle acque del fiume Fiora dove è facile incontrare cavalli e mucche maremmane allo stato brado.

Attraversato il pianoro si risale tramite delle scale in direzione nord fino a raggiungere il lago del Pellicone, uno specchio d’acqua suggestivo accompagnato da una cascata e circondato da pareti di roccia vulcanica. Il laghetto è stato teatro di numerosi ciak cinematografici tra cui ricordiamo Non ci resta che piangere (1984), La visione del Sabba (1988), Tre uomini e una gamba (1997) e Il filo pericoloso delle cose – Eros (2004) di Michelangelo Antonioni.

Vulci. Castello dell'Abbadia

Vulci. Castello dell’Abbadia (Foto: Nicola Pino)

Dopo essersi riposati e rifocillati si percorre l’ultimo tratto di strada fino a ritornare al punto di partenza con gli occhi pieni di meraviglia e un senso di pace e serenità indescrivibili. Uscendo dal Parco di Vulci, se abbiamo ancora un po’ di energia, consigliamo di giungere con la macchina fino al castello e al ponte dell’Abbadia, situati a circa 500 metri di distanza dalle rovine di Vulci. Il castello, sorto nel XIII secolo per il controllo strategico del territorio, oggi ospita il Museo Archeologico di Vulci e costituisce uno dei punti più panoramici dell’intera area, con il ponte che rappresenta un notevole esempio di stratificazione costruttiva con le parti più antiche (i piloni in tufo risalenti all’epoca etrusca) a cui si sono aggiunte via via parti costruite successivamente, che vanno dal periodo romano fino all’età medievale.

 

Ringraziamo Nicola Pino per la gentile concessione di alcune delle foto qui presentate.

 

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