Non è ancora l’alba quando le truppe tedesche invadono la Polonia. Sul calendario la data appuntata con uno spillo è quella del 1° settembre 1939, è l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Poche ore dopo, a Roma, Benito Mussolini riunisce i suoi ministri a Palazzo Venezia. C’è un annuncio importante da dare, qualcosa che riguarda il destino degli italiani.

Il duce appare calmo, dopo giorni di malcelata tensione. Ai membri del governo annuncia che l’Italia non entrerà in guerra accanto alla Germania, non per ora almeno.

È la dichiarazione che in molti fra politici, militari e soprattutto italiani, attendono da giorni. Mussolini la chiama non belligeranza, una formula da lui stesso inventata per fascistizzare la vecchia e poco dignitosa neutralità ma, questione terminologica a parte, è la medesima cosa.

Ma come si arriva a quella decisione? E perché Mussolini sceglie di non partecipare al fianco della Germania nonostante esista un’alleanza militare?

MUSSOLINI, CIANO E LA NON BELLIGERANZA 

Questa è la storia della non belligeranza, di quei nove mesi durante i quali il regime fascista, che per vent’anni aveva urlato ai quattro venti il desiderio di prendere le armi in pugno, preferì semplicemente astenersi dalla guerra.

Mussolini viene a conoscenza delle intenzioni bellicose tedesche, alcune settimane prima del 1° settembre.

Già nella prima metà di luglio l’ambasciatore italiano a Berlino, Bernardo Attolico, aveva riferito con circostanziate relazioni, sulla possibilità che a breve la Germania potesse invadere la Polonia.

Le diplomazie europee sanno che Hitler, nonostante i buoni propositi manifestati un anno prima a Monaco di Baviera, prima o poi definirà la questione polacca. È solo una questione di tempo.

Ai dispacci di Attolico si aggiungono nei giorni seguenti anche alcune note vaticane. La possibilità di un attacco tedesco è sempre più sicura.

Mussolini, allora, decide di rompere gli indugi. L’11 agosto invia in Germania il suo ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, con l’obiettivo di sapere la verità.

Galeazzo Ciano e la non belligeranza

Galeazzo Ciano

Le prime risposte che i nazisti danno a Ciano sono fumose, nonostante i militari tedeschi sappiano, già dal 23 maggio, della volontà di Hitler di invadere la Polonia.

Il 13 agosto, due giorni dopo il suo arrivo a Salisburgo, il ministro degli Esteri italiano non ha più dubbi sulla veridicità di quanto si dice intorno alla Germania.

Scrive nel suo diario: «Il secondo colloquio con Hitler è più breve e, direi, più reciso. Anche nel gesto, l’uomo rivela più di ieri l’imminente volontà di azione».

Appena rientrato a Roma Ciano incontra Mussolini che, dopo aver silenziosamente ascoltato, rimane sconcertato.

Aveva sperato si trattasse di voci infondate, banali dicerie, allarmistiche previsioni del suo ambasciatore.

È, invece, tutto vero. La guerra è più vicina di quanto creda e l’Italia non è pronta.

Le precedenti guerre in Etiopia e in Spagna hanno palesato le condizioni precarie delle forze armate.

Le note che il Duce giornalmente riceve dai suoi ufficiali non sono per nulla rosee. Rivelano un quadro ben diverso da quello delineato da anni dalla propaganda fascista.

Le artiglierie sono perlopiù quelle del 1915-18, molti pezzi sono rappresentati dal bottino di guerra austriaco. L’aviazione è insufficiente così come le munizioni, mentre il carburante può bastare per otto, dieci mesi al massimo.

Va meglio con la marina, che è dotata di grandi navi anche se, in taluni casi, risultano obsolete per il tipo di guerra che si prospetta.

Mussolini nel 1925

Mussolini nel 1925

A preoccupare Mussolini non sono solo le condizioni delle sue forze armate ma anche l’alleanza con i tedeschi.

Qualche mese prima, il 22 maggio, in una Berlino imbandierata, era stato firmato il Patto d’Acciaio che, per dirla con le parole di Ciano, faceva più felici i tedeschi che gli italiani, il cui amore per la Germania non era ancora del tutto sbocciato.

Scettico su quell’accordo era stato anche il re Vittorio Emanuele III, tradizionalmente filo francese, che, in un telegramma di felicitazioni fatto recapitare a Ciano, non aveva rinunciato a un commento al vetriolo: «I tedeschi finché avranno bisogno di noi saranno cortesi e magari servili. Ma alla prima occasione, si riveleranno quei mascalzoni che sono».

Commenti regali a parte, l’accordo stipulato a Berlino se da una parte rompe l’isolamento italiano, cominciato dopo l’annessione dell’Etiopia, dall’altra lega militarmente l’Italia alla Germania, attraverso un’alleanza non solo di tipo difensivo ma anche e soprattutto offensivo.

Quest’ultima condizione rappresenta la vera novità. Mai nella recente storia diplomatica italiana era stato introdotto in un’alleanza militare un simile vincolo.

Sulla base del Patto d’Acciaio (il nome viene coniato dallo stesso Mussolini che sulle prime pensa a un più wagneriano Patto di Sangue), l’Italia ha l’obbligo di entrare in guerra anche nel caso in cui sia stata la Germania a scatenarla.

Ciano fra tutti i consiglieri di Mussolini è quello più convinto che l’Italia non debba entrare in guerra. Alla sua malcelata avversione verso i nazisti si aggiunge una visione realistica della situazione. Il problema è convincere il suocero a non entrare in guerra.

Mussolini, che per anni ha fatto del suo carattere bellicoso un vanto, non può ora passare agli occhi degli italiani come un pavido. Inoltre non sopporta che Hitler e i tedeschi possano tacciarlo di tradimento.

I giorni che precedono quel fatale 1° settembre sono tra i più intensi della storia del fascismo.

Il 21 agosto Ciano incontra per l’ennesima volta Mussolini, scongiurandolo di non entrare in guerra. In quella circostanza offre a un dubbioso Mussolini l’appiglio diplomatico per uscire dall’impasse. «I tedeschi – non noi – hanno tradito l’alleanza, per cui noi dovremmo essere stati soci e non servi».

Il ministro si riferisce all’immediata mancata comunicazione tedesca all’Italia del piano di invasione della Polonia.

Un fatto grave e sufficiente per giustificare la neutralità italiana a cui, nei giorni successivi, si aggiunge un altro importante avvenimento: la scoperta dell’accordo fra Germania e URSS. Così lo storico Danilo Veneruso racconta nel suo L’Italia fascista, la reazione di Ciano: «Ciano era però invelenito contro la Germania per l’improvvisa e inattesa stipulazione del patto sovietico-tedesco, avvenuto all’insaputa dell’alleato italiano. Era pertanto deciso a ripagare i tedeschi con egual moneta: se di violazione del trattato si trattava, questa non riguardava solo l’Italia».

Il tempo nel frattempo stringe. Le cancellerie europee tentano di convincere Hitler a rivedere la sua posizione, sperano in una seconda Monaco. Provano a tessere una nuova tela diplomatica ma invano. Il 31 agosto l’ultimo tentativo di accordo fallisce per il netto rifiuto, da parte del delegato polacco, di presentarsi a Hitler.

È il punto di non ritorno. Pochi minuti dopo alle 4.00 del 1° settembre le truppe tedesche entrano in territorio polacco.

Poche ore dopo, a Palazzo Venezia, Mussolini informa i suoi ministri della decisione di non entrare in guerra, sentendosi esonerato da qualsiasi obbligo imposto dal trattato per via del tradimento tedesco.

La pletora di ministri accoglie quell’annuncio con una selva di applausi che infastidiscono e non poco il Duce.

Non avrebbe mai voluto arrivare a quella decisione. Si tratta, francamente, di una sorta di ossimoro per un regime che, come ricorda lo storico Francesco Filippi, «per vent’anni aveva detto di attendere con ansia il decisivo scontro di civiltà tra la nuova ideologia fascista e le vecchie democrazie liberali».

La non belligeranza è l’ammissione che, nel momento fatidico il fascismo è impreparato.

Per questo Mussolini dispone che i giornali nei giorni successivi dedichino pochissimo spazio alla questione, sottolineando, comunque, che si tratta di non belligeranza e non di neutralità. Gli italiani, però, vogliono sapere e per questo acquistano in massa “L’Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede, una voce molto più libera della stampa di regime.

Mussolini è terreo, mai avrebbe voluto prendere una simile decisione. Teme di apparire come un pacifondaio e il solo pensiero lo inorridisce.

Nei giorni successivi, il Ministro degli Scambi e Valute, Guarnieri, presenta a Mussolini un memoriale che avvalora la bontà della non belligeranza, seppur da un punto di vista squisitamente economico.

Per il ministro, l’Italia nel giro di pochi mesi sarebbe stata fatalmente portata «a uno stato di insolvenza nei confronti dell’estero, con immancabili conseguenze nei rapporti politici internazionali e nell’ordine economico e sociale interno».

Alla disastrosa realtà economica si affianca quella militare.

Il 27 dicembre 1939 il generale Mario Roatta presenta al Capo di Stato Maggiore Rodolfo Graziani un promemoria che non lascia dubbi, specie nelle conclusioni: «Le forze a disposizione sono scarse e non molto efficienti. Questo stato di cose sembra destinato a durare per tutto il 1940. Inoltre, nelle circostanze attuali, oltre un terzo delle forze a disposizione è legato a scacchieri d’oltremare. In queste condizioni, e finché esse durano, la migliore cosa da fare, se non l’unica, sarebbe quella di non scendere in guerra».

L’ITALIA DALLA NON BELLIGERANZA ALL’INTERVENTO

Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini

Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini

Nel frattempo Mussolini, che evidentemente dell’ingombrante alleato non si fida ciecamente, in quei nove mesi di forzata neutralità provvede a far rafforzare il Vallo Littorio, la linea fortificata del Brennero, certo non un grande attestato di amicizia nei confronti del dirimpettaio Hitler.

Mussolini, tuttavia, è combattuto. Da una parte il desiderio di entrare in guerra, dall’altra lo spettro di Guadalajara, quando i fascisti intervenuti per sostenere le truppe di Franco, subirono una cocente sconfitta.

Ma il tempo della non belligeranza si sta fatalmente assottigliando.

La repentina avanzata tedesca, che fagocita buona parte dell’Europa, riporta l’ottimismo in Mussolini. La conclusione della guerra è vicina e il capo del fascismo è deciso a stringere i tempi, a non lasciarsi, come ripete insistentemente, sopravanzare dalla storia.

A suo avviso il conflitto terminerà a settembre e in questi pochi mesi che rimangono ha solo bisogno, come scrisse lo storico inglese Denis Mack Smith, «di alcune migliaia di morti, allo scopo di conquistare il diritto di sedersi al tavolo della pace».

Il 10 giugno, dal balcone di piazza Venezia, dove anni prima aveva annunciato l’impero, Mussolini comunica agli italiani l’entrata in guerra. I pochi mesi saranno anni; le poche migliaia di morti, milioni.

Quel giorno di fine primavera stava per cominciare l’ultimo capitolo del regime, quello più drammatico.

 

Leggi anche:
Fondazione dei Fasci di Combattimento: la genesi del fascismo
Dalla Libia all’Italia fascista: storia di 13.000 bambini dimenticati