Arriva puntuale come ogni anno San Valentino e allora diamo spazio all’amore ma a modo nostro, da Passaggilenti. Niente peluche, palloncini a forme di cuore o frasi struggenti scritte su cartigli che avvolgono cioccolatini. Ma una storia struggente, un capolavoro letterario, quella di Piramo e Tisbe, raccontata da Ovidio nelle sue Metamorfosi.

PIRAMO E TISBE: GLI ANTESIGNANI DELLE GRANDI STORIE D’AMORE NELLA LETTERATURA

Mosè Bianchi, "Paolo e Francesca", 1877

Mosè Bianchi, “Paolo e Francesca”, 1877

La letteratura mondiale ha sempre raccontato e probabilmente continuerà a farlo, le storie di amori impossibili o semplicemente sfortunati. Il più celebre di tutti è ovviamente il racconto di Romeo e Giulietta che il bardo per eccellenza, William Shakespeare, scrisse tra il 1594 e il 1596, ispirandosi a temi simili presenti nella letteratura medievale ma anche in quella antica, specie greca.

Prima e dopo di lui, altri scrittori hanno narrato la storia di coppie unite da un amore impossibile e spesso finito in tragedia. Dante Alighieri ha raccontato con versi meravigliosi la vicenda di Paolo e Francesca, la coppia di innamorati che consumarono la loro folle passione nelle stanze del Castello di Gradara.

Non meno struggente fu la storia di Tristano e Isotta e della loro fol d’amor, vicenda di origine celtica e popolarissima nel corso del medioevo che conobbe una miriade di traduzioni e rielaborazioni e che fu riscoperta in età romantica, dando origine a libri, poemi e opere liriche.

Gustave Flaubert, alcuni secoli dopo, narrò l’amore fra Emma Bovary e Rodolphe, per il quale Emma abbandonò il marito, persa dietro un amore idealizzato.

In tempi più recenti Gabriel Garcia Marquez, l’autore del capolavoro Cent’anni di solitudine, raccontò in uno dei suoi libri più belli, L’amore ai tempi del colera, l’amore impossibile fra Florentino e Fermina, fatto di migliaia di lettere e di un sentimento che, nonostante il trascorrere del tempo, non invecchiò mai.

IL MITO DI PIRAMO E TISBE

Ma il capostipite di tutte queste storie, l’antesignano della struggente tragedia di Romeo e Giulietta, fu la vicenda di Piramo e Tisbe, un amore impossibile narrato da uno dei poeti più grandi di sempre: Ovidio. Nel suo capolavoro Le Metamorfosi lo scrittore latino, originario di Sulmona, racconta storie di dei e dee, di eroi e eroine ma anche di persone comuni, protagonisti di vicende immortalate dalla grandezza della letteratura.

La storia di Piramo, “di tutti i giovani il più bello”, e di Tisbe, “l’unica fra tutte le fanciulle che ha avuto l’Oriente”, viene narrata nel quarto dei quindici libri che compongono le Metamorfosi.

Pirano e Tisbe sono due ragazzi normalissimi. Le loro famiglie abitano in case attigue, i due inevitabilmente si conoscono e “col tempo crebbe l’amore”. Un sentimento che rapidamente si rafforza e che sarebbe potuto sfociare nel matrimonio “se i genitori non l’avessero impedito”.

Ma ostacolare un sentimento, è notorio, non serve, anzi spesso non fa che rinfocolarlo, alimentandolo fino a trasformarlo in un incendio. Per impedire che i due giovani possano addirittura parlarsi, i rispettivi genitori, vinti da uno stupido, cieco odio, li chiudono nelle rispettive case. Eppure quella inumana condizione non spegne quel loro amore.

Il mito di Piramo e Tisbe, antesignano della storia d'amore shakespeariana tra Romeo e Giulietta

Il mito di Piramo e Tisbe, antesignano della storia d’amore shakespeariana tra Romeo e Giulietta

Piramo e Tisbe riescono a parlarsi. Lo fanno attraverso una sottile fessura presente nel muro che divide le loro stanze. “Quel difetto, ignoto a tutti per centinaia d’anni (cosa mai scopre l’amore)” rappresenta il loro unico legame, l’unica possibilità per non perdersi del tutto.

Attraverso quel “muro invidioso” quei due ragazzi rimangono uniti. Si raccontano, percepiscono le loro emozioni, i loro teneri desideri, sperano, si sentono comunque legati. Ma quella condizione non può bastare, non, almeno per due anime che bramano la loro pelle, le loro labbra, i loro corpi.

Da quella sottile fessura muraria escogitano la fuga. Sarà necessario eludere l’occhiuta attenzione dei loro perfidi custodi e scappare nel cuore di una notte, lontano da quelle familiari prigioni. Stabiliscono di darsi appuntamento al sepolcro di Nino e di attendersi al buio sotto un albero di gelso che in quel periodo è “imbiancato di bacche”. Poi una volta riabbracciatisi finalmente la fuga verso un’altra città, per iniziare una nuova vita, lontani dalla stupidità degli adulti.

Un piano apparentemente perfetto. Tisbe è la prima a uscire di casa, col volto velato attraversa la notte e arriva al luogo deputato. Intimorita da quelle fitte tenebre, prova a farsi coraggio sotto il frondoso gelso in attesa che arrivi il suo Piramo.

D’improvviso la ragazza scorge una leonessa che “con le fauci schiumanti sangue per la strage di un armento” si avvicina alla vicina fonte per spegnere un’insopprimibile sete. Tisbe vede la fiera e dopo essersi fatta coraggio, decide di fuggire via. Protetta dalla sola luna la ragazza fugge, mentre la leonessa si disseta placida alla fonte. Nella corsa, però, Tisbe perde il velo che le cingeva le spalle. Non c’è tempo per tornare indietro, specie ora che ha raggiunto un posto sicuro. Quel velo lo trova la fiera che lo straccia macchiandone i resti con “le fauci sporche di sangue”.

Nel frattempo anche Piramo è riuscito a lasciare la casa paterna. Arriva al sepolcro di Nino ma non trova la sua amata. Scorge, invece, le orme della leonessa e poi, in un crescendo di ansia, il velo strappato e sporco di sangue. Piramo non vuole crederci, maledice la sua anima per aver architettato quel piano, per aver lasciato Tisbe sola in quella sua ultima notte, per essere arrivato fatalmente dopo.

Raccoglie i resti di quel velo e al riparo del gelso decide di uccidersi, piantandosi il coltello che portava al fianco, nel cuore. Il sangue erompe da quel cuore trafitto andando a coprire del suo vermiglio colore le candide bacche dell’albero.

Tisbe, dopo aver recuperato il coraggio, esce dal suo antro e torna sul posto convenuto nella speranza di vedere il suo amato, “impaziente di narrargli a quanti pericoli è sfuggita”. Riconosce quel luogo ma è perplessa dal colore dei frutti del gelso. Quel rosso la stupisce, ma il dubbio è presto sedato. Trova il corpo agonizzante di Piramo che spira poco dopo aver visto la ragazza con cui avrebbe voluto vivere.

Tisbe scorge i lacerti del suo velo, il fodero del pugnale e comprende il dramma. Vivere non ha più senso, per questo si trafigge con lo stessa identica arma che aveva spento la vita di Piramo.

Prima, però, innalza una preghiera al cielo. Chiede che almeno nella morte possano rimanere uno accanto all’altra, nella nuda terra, protetti dal solo gelso e che questo albero possa serbare per sempre un segno di quel loro giovane sacrificio.

Quella supplica commuove gli dei e anche i genitori di Piramo e Tisbe. I due ragazzi vengono seppelliti in un’unica urna sotto il gelso, i cui frutti maturi, da quel momento e per sempre, avranno il colore nero del lutto.

 

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