Il mio viaggio pisano inizia dalla stazione Termini in una piovigginosa alba novembrina. Il treno non è uno di quelli velocissimi, al loro confronto sembra quasi lento. Poi all’altezza di Palo Laziale (frazione del comune di Ladispoli a nord di Roma) – dove secondo lo storico Vincenzo Pacelli, Caravaggio avrebbe trovato la morte ucciso da sicari dell’Ordine di Malta – si palesa la prima di infinite meraviglie. Nella campagna laziale, che lenta degrada verso il mare, appare improvviso un arcobaleno, l’antico simbolo dell’alleanza fra il Dio degli ebrei e il suo popolo dopo il diluvio. Colgo in quel segno un buon auspicio e infatti Pisa mi accoglie, a dispetto delle funeste previsioni meteo, se non proprio assolata almeno senza pioggia. Piazza dei Miracoli è la perfetta sintesi della frase latina omen nomen. È davvero un miracolo architettonico, un gioiello di rara bellezza.

COSA VEDERE A PISA IN UN GIORNO

A Pisa lo sguardo ovunque cada è ammantato di bellezza. La visita alla Torre Pendente è obbligatoria nonostante il biglietto, come nota un’accigliata turista asiatica, non sia proprio cheap. Alta 58 metri (per la precisione 58.36 corrispondente a 1000 braccia pisane, l’antico sistema di misurazione della repubblica marinara) per un peso complessivo calcolato in oltre 14 tonnellate, la torre, nata come campanile del vicino duomo di Santa Maria Assunta, deve la sua infinita notorietà a un errore umano, che determinò la famosa pendenza e da quel giorno fu solo e soltanto la Torre Pendente.

Nel corso dei secoli più di qualcuno ha pensato di rimediare a quell’errore, raddrizzando la Torre ma poi, alla fine e per fortuna non è stato fatto. Il motivo? Semplice, quella pendenza, «sebbene involontaria – come ha osservato Vittorio Sgarbi – è diventata un carattere talmente fondamentale nell’identità storica del monumento da risultare irrinunciabile. Se così non fosse, la Torre di Pisa non sarebbe “la Torre di Pisa”; per meglio dire, non sarebbe come è entrata nella memoria di infinite generazioni di uomini, nella loro immaginazione, nelle loro sensazioni».

Mentre salgo gli infiniti scalini e cerco di sincronizzare il mio affannoso respiro con quello di un corpulento turista canadese che mi precede, mi chiedo chi me lo abbia fatto fare. Ma poi arrivato in cima, improvvisamente mi sento come la piccola Heidi quando ammirava le sue montagne. Dalla sommità della Torre il panorama è meraviglioso, così come la vista delle sette campane, una per ogni nota musicale. Ma mentre ripasso il loro nome, Do, Re, Mi… penso che c’è un ritorno che mi aspetta e un gruppo di cinesi da anticipare.

La discesa è meno ardua ma la sensazione della pendenza, più di cinque gradi, che in salita sembrava meno evidente, si palesa in tutta la sua pienezza. Lascio la torre e mi dirigo verso il Camposanto monumentale di Pisa mentre l’odore di erba tagliata mi pervade le narici. Si tratta di un luogo davvero mistico, sensazione sottolineata anche dalla quasi assoluta solitudine. Mentre una vociante scolaresca esce dal sito per la gratitudine delle mie orecchie, inizio a percorrere lentamente il perimetro di questo antico cimitero fondato nel 1277 per accogliere dei sarcofagi di epoca romana, fino a quel momento disseminati intorno alla Cattedrale e reimpiegati come sepolture per i pisani più illustri.

L'Inferno ad opera di Buffalmacco, conservato nel Camposanto monumentale di Pisa

L’Inferno ad opera di Buffalmacco, conservato nel Camposanto monumentale di Pisa

Il termine Camposanto fu coniato per dare un nome proprio a questo luogo e poi divenne semplicemente un sinonimo di cimitero. Tutte le pareti di questo superbo monumento sono decorate da splendidi affreschi realizzati nel corso del Trecento e incentrati sul tema della vita e della morte. Purtroppo molti risultano piuttosto rovinati ma riescono, comunque, a trasmettere un senso di mistero e unicità. Fra loro c’è il bellissimo Giudizio universale dipinto da Buffalmacco, noto anche come protagonista di alcune novelle di Boccaccio. Si tratta di un’opera maestosa e affascinante in cui il tema, come scrisse Piero Adorno, «è trattato con abilità narrativa, con eleganza cavalleresca, ma anche con forza e asprezza drammatiche».

PIAZZA DEI MIRACOLI, IL BATTISTERO, IL DUOMO…: LE BELLEZZE DI PISA

Cosa vedere in un giorno a Pisa

A sinistra il Camposanto Monumentale, al centro il Battistero, a destra il Duomo e Piazza dei Miracoli a Pisa

Lascio il Camposanto per il terzo gioiello di Piazza dei Miracoli, il Battistero, che si erge maestoso ed elegante davanti alla cattedrale. A realizzare quello che è il più grande battistero mai costruito in Italia, fu, come si legge alla base di una delle colonne interne, il magister Deotisalvi. Un luogo antico, dove veniva impartito, mediante una vera e propria immersione, il primo dei sacramenti: il battesimo. All’interno dell’edificio, volutamente disadorno, eccezion fatta per il fonte battesimale che troneggia al suo interno e lo splendido pulpito, la sensazione di spiritualità è sottolineata dalla straordinaria acustica rimarcata da un addetto che a un certo punto, dopo aver chiesto l’assoluto silenzio, intona poche note che melodiose e distinte riecheggiano più volte fino a perdersi nella cupola sovrastante. Da una delle finestre arcuate, poste al secondo livello del Battistero, si rimane stupefatti nel rimirare la facciata della cattedrale e alla sua destra il profilo pendente della Torre. La grata, collocata per impedire volatili intrusioni, è stata opportunamente tagliata per permettere a chiunque di immortalare al meglio una simile magnificenza.

Esco dal Battistero. Un gatto assopito viene destato dal clamore di un gruppo di ragazzi che sta festeggiando una giovane laureata con tanto di corona di lauro a cingerle la testa. Ormai il micio è sveglio e allora, dopo essersi stirato come solo i felini sanno fare, si mette pigramente in moto non rinunciando a buttare un occhio ai turisti e alle loro buffe evoluzioni che sfidano la gravità per immortalarsi nel modo migliore con la Torre Pendente.

Ora il programma del bravo turista imporrebbe la visita alla cattedrale ma la fame incombe e il duomo per ora può attendere. Trovo un localino sulla centralissima via Santa Maria di cucina tipica toscana. Mi faccio convincere dall’arredamento sobrio e giovanile sperando che anche il cibo sia all’altezza. Non sbaglio. La pappa al pomodoro è sublime così come il tagliere di pecorini di diversa stagionatura accompagnato da vari tipi di pani e focaccia. La vetta del piacere gastronomico, però, la raggiungo con le tagliatelle al ragù toscano. Ora ripartire sarà più gradito.

Al centro di un vasto prato verde sorge statuario il duomo di Pisa, la cattedrale dedicata a Maria Assunta. La sua costruzione, iniziata nel 1064 e conclusa nel 1118 con una solenne celebrazione celebrata il 26 settembre, fu possibile anche grazie al prezioso bottino di guerra che i pisani riportarono in patria dopo aver saccheggiato Palermo. Un «tempio di marmo bianco come la neve», così lo definì il suo primo e geniale architetto, il Buschetto. Dall’esterno il duomo è maestoso e al tempo stesso leggero e armonioso, percorso da archeggiature cieche che suddividono ritmicamente le superfici della facciata, caratterizzata dal sovrapporsi di due volumi: quello inferiore corrispondente alla larghezza dell’intera chiesa e quello superiore che, invece, ripropone le dimensioni della navata maggiore.

Ma lo stupore prosegue anche all’interno di questo scrigno di arte e architettura, definito dal profilo delle possenti colonne che delimitano le navate e dalla vivace bicromia del paramento marmoreo a fasce bianche e nere. A proposito del solenne interno lo storico dell’arte Piero Toesca scrisse: «Ritorna […] il ritmo delle basiliche antiche in tale vastità e grandezza quale l’architettura forse non aveva più ideato dopo l’ultima età classica».

Impossibile elencare tutte le meraviglie conservate all’interno della cattedrale. Una su tutte è certamente lo splendido Pergamo di Giovanni Pisano che l’artista realizzò, in sostituzione di quello originario, negli anni compresi fra il 1302 e il 1310. Quest’opera, di fatto un pulpito, si articola su tre ordini sovrapposti e rappresenta, con il suo prezioso corredo scultoreo, una straordinaria lezione di dottrina cristiana, ripercorrendo le principali tappe. Ecco, quindi, la rappresentazione delle Virtù teologali, o quella delle Sibille, dei Profeti e degli Evangelisti. Ma, ovviamente, le mirabili sculture illustrano anche la vita di Cristo, dalla nascita fino alla resurrezione.

PIAZZA DEI CAVALIERI, L’ORTO BOTANICO E PALAZZO BLU: PISA CONTINUA A SORPRENDERE

La Normale di Pisa

La Normale di Pisa

Lascio l’imponente duomo destinazione Piazza dei Cavalieri, sede della prestigiosa Scuola Normale Superiore, una delle Università più importanti al mondo da cui sono uscite figure memorabili del nostro paese, fondata, con decreto napoleonico, il 18 ottobre 1810 come succursale dell’Ecole normale supérieure di Parigi. La bellezza architettonica della piazza, una sorta di teatro, è davvero straordinaria, anche perché insolitamente deserta. Mentre con lo sguardo apprezzo appieno la bellezza dei diversi palazzi che coronano questo piccolo capolavoro, ecco scorgere una lapide. La leggo rapidamente e rimango basito. Scopro, infatti, che in piazza dei Cavalieri sorgeva la Torre dei Gualandi, all’interno della quale si consumò la tragica morte del conte Ugolino Della Gherardesca, celebre politico ghibellino e comandante navale nella Pisa trecentesca che, il sommo Dante, eternò per sempre con alcuni celebri versi della sua Commedia, raccontando la sua drammatica fine: «Poscia, più che ‘l dolor potè il digiuno».

Piazza dei Cavalieri a Pisa

Piazza dei Cavalieri a Pisa

A poche decine di metri da Piazza dei Cavalieri (a Pisa è tutto meravigliosamente a portata di mano, anzi di piedi) si trova l’Orto botanico, un posto magico fondato nel lontano 1543 e oggi punto nodale per i giovani ricercatori pisani e non solo. Qui fra essenze note e sconosciute, ci si immerge in un’atmosfera che ha i mille colori e profumi della natura. Imperdibili le diverse serre, fra cui quella della Victoria, dal nome della Victoria cruziana, pianta originaria del Rio delle Amazzoni, le cui foglie galleggianti possono raggiungere il diametro di due metri. Lascio questo posto incantato e mi dirigo verso Palazzo Blu, un elegante edificio affacciato sull’Arno, che oltre a custodire nelle sue sale la mostra sui Surrealisti, vero scopo della mio soggiorno pisano, conserva opere mirabili di pittori come Orazio Gentileschi, della figlia Artemisia, di Aurelio Lomi, del Cigoli, nonché opere straordinarie come il Cristo in Pietà, scultura lignea di Nino di Andrea Pisano.

Dopo l’arte del Cinquecento e del Seicento, mi lascio rapire dalla mostra “Da Magritte a Duchamp. 1929: il grande surrealismo del Centre Pompidou”. Gli spunti offerti sono costanti ed emozionanti. L’arte di Magritte, di Dalí, di Duchamp ma anche quella di Roy, Max Ernst, di Pablo Picasso e Francis Picabia, pungola e stupisce. Poi mi imbatto in un gruppo di bambini ed ecco la magia. Insieme a me nelle sale della mostra entra anche una scolaresca. Sulle prime maledico quella sfortunata coincidenza poi, invece, la benedico, perché grazie a loro mi ricordo ancora una volta cosa significhi guardare l’arte, specie quella non realista. Provo a vederla con i loro occhi, con la loro fantasia, con il loro stupore. Il gruppo di bambini (saranno di terza o quarta elementare al massimo) non solo è educato ma incredibilmente interessato. Interagiscono con la loro guida in modo straordinario. Chiedono, rispondono, annotato, riflettono e stupiscono. Vedono cose che noi adulti, resi ciechi da pesanti sovrastrutture mentali e culturali, non vediamo. Davanti al dipinto I due segreti di Magritte danno il meglio di loro in un tripudio di genialità. Poi quei bimbi tornano stupendamente bambini, riprendendosi i loro anni, la loro immaginazione, il loro unico mondo. Uno di loro davanti a una foto che ritrae alcuni pittori surrealisti, fra cui un giovane Salvador Dalí, stupito esclama: «Guardate ci sta Fabio Rovazzi!». In effetti la somiglianza fra il pittore spagnolo e il cantante che spopola fra i giovani, è incredibile. Rido di gusto e ripenso alle parole della mia amica Francesca che mi ripete sempre che bisogna «farsi bambino per amare l’arte dal surrealismo in poi».

La giornata volge al termine e non rimane che ripartire. Pisa per fortuna la si domina a piedi e le macchine così come la loro sbuffante e rumorosa presenza sono solo un pallido, lontano ricordo. Torno verso Piazza dei Miracoli e la magia si tinge dei colori della notte. Complice anche una lieve pioggerellina, lo scenario è meraviglioso. Quello stesso luogo che poco prima era affollato, ora è deserto. Il duomo e la torre, che timida sembra nascondersi dietro il profilo della candida chiesa, sembrano due costruzioni di zucchero, bianche e leggerissime. Con un’immagine così, salutare Pisa diventa più difficile. È una città davvero a misura d’uomo, un luogo del cuore tutto da scoprire, magari guardandolo anche con gli occhi di un bambino.

 

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