Raccontare uno stupro in seconda serata in televisione, lanciare nelle case dell’Italia di fine anni Settanta un filmato forte come un ordigno esplosivo con una potenza in grado di squarciare gli schermi ed aprire la realtà della violenza di genere nei salotti e nelle cucine italiane. L’evento dirompente accese il dibattito nelle famiglie, nei bar, nei luoghi di lavoro, portando alla ribalta prepotentemente il sopruso, la violenza del maschio che imponeva il suo dominio nella società e che si affermava con la sua rappresentazione della realtà. Così il 26 aprile 1979 la RAI mandò in onda alle ore 22 sul secondo canale un documentario prodotto da Loredana Dordi e dal titolo forte come un pugno nello stomaco: Processo per stupro, sessantacinque minuti di pellicola in bianco e nero in grado di scuotere le coscienze degli italiani. Più di tre milioni di spettatori seguirono il documentario quella sera mentre una seconda replica, andata in onda nell’ottobre del 1979, venne guardata da ben nove milioni di italiani.

PROCESSO PER STUPRO: IL FILM-DOCUMENTARIO DEL 1979

L’Italia in quel periodo aveva intrapreso un processo inarrestabile che aveva consentito il conseguimento di numerosi diritti civili. Le donne si stavano battendo, dopo avere ottenuto l’introduzione del divorzio e del nuovo stato di famiglia, per il raggiungimento di una legge che legalizzasse l’aborto e cancellasse il reato per tutte quelle donne che sceglievano di interrompere volontariamente la gravidanza. Si parla, si discute, si dibatte ferocemente nel paese di quegli anni, le femministe si uniscono nei collettivi, parlano del loro corpo, del rapporto con i mariti, della relazione con i compagni, si pratica l’autocoscienza come strumento di emancipazione.

Durante un convegno tenutosi a Roma nell’aprile del 1978 nella Casa Internazionale delle Donne, che allora si trovava in Via del Governo Vecchio, si affronta l’annoso problema della violenza sulle donne. Da quel convegno emerge che in ogni parte del mondo esiste un sistema fondato su maltrattamenti e soprusi che vengono esercitati sulla donna vittima di violenza sessuale, donna che viene trasformata durante i processi da parte lesa ad imputata. L’idea che nasce subito dopo questo convegno è quella di realizzare un documentario che racconti proprio questo aspetto della società italiana. Così una programmista della TV pubblica, Loredana Rotondo, lancia l’idea a Massimo Fichera, allora direttore di Rai Due. L’intenzione, dice, è quella di filmare un processo per stupro che si tiene nell’aula di un tribunale italiano per portare all’attenzione dell’opinione pubblica la narrazione rovesciata attuata in Italia del rapporto vittima/carnefice.

Le telecamere vengono installate all’interno del tribunale di Latina dove si tengono le udienze del processo per uno stupro avvenuto nel 1977. Sul banco degli imputati, dopo otto mesi di detenzione preventiva, siedono tre uomini: si tratta di Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni. Il quarto, Roberto Palumbo, è latitante. L’accusa rivolta ai quattro uomini è quella di ratto a fine di libidine e violenza carnale. La denuncia è stata sporta da una ragazza diciottenne di Latina, di cui nel documentario si dirà solo il nome: Fiorella. La prima udienza si tiene nel maggio 1978, otto mesi dopo i fatti. Dal rapporto della Questura  emerge che la ragazza è stata condotta da Rocco Vallone in una villa del litorale pontino, a Nettuno, con il pretesto di conoscere i soci appartenenti ad una nuova società nella quale la giovane doveva svolgere il lavoro di segreteria. Nell’appartamento si consuma la violenza sessuale. Fiorella viene portata dal Vallone sul letto dell’abitazione, denudata e violentata dai quattro uomini. Lo stesso Vallone, denuncia la ragazza alla Polizia, la picchia e la minaccia di morte affinché non opponga resistenza alla violenza. I quattro uomini, nei cui confronti vennero emessi dei mandati di cattura, vengono arrestati e nella circostanza ammettono le proprie responsabilità, salvo poi negare di avere avuto rapporti sessuali con la diciottenne durante l’interrogatorio tenuto dal pubblico ministero nel carcere di Regina Coeli. Durante la fase istruttoria la versione degli imputati cambia nuovamente, secondo l’ultima deposizione la ragazza si trovava nella villa di Nettuno perché era stato pattuito un compenso di 200.000 lire in cambio della prestazione sessuale con i quattro uomini.

Il tono, le domande, il linguaggio utilizzato dagli avvocati degli imputati denunciano una mentalità sessista, un ribaltamento dei ruoli, una difesa che diviene accusa nei confronti della giovane Fiorella. La vittima stessa, incalzata dai tre avvocati degli uomini, viene ritenuta la responsabile della violenza subita con i suoi comportamenti liberi, i cattivi costumi. È la donna stessa l’istigatrice della violenza maschile. L’avvocato Angelo Palmieri durante l’arringa: ‘Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito, il mio fidanzato, mio cugino, mio fratello, mio nonno, mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente‘.

Le domande sono insistenti, insolenti, morbose, vanno a scavare nei comportamenti della ragazza, le chiedono se abbia avuto rapporti con il suo conoscente, Rocco Vallone, prima dell’evento delittuoso. Le parole dei legali arrivano a definirla addirittura come una prostituta: ‘Qui si tratta di una ragazza, senza offesa, perché signori miei, io non ho una cattiva opinione affatto delle prostitute […] qui si tratta di una ragazza che ha degli amanti a pagamento‘.

PROCESSO PER STUPRO: L’ARRINGA DI TINA LAGOSTENA BASSI

L'avvocato Tina Lagostena Bassi

L’avvocato Tina Lagostena Bassi

Ma a difendere la giovane Fiorella, la ragazzina con la coda di cavallo e la camicetta bianca, c’è colei che veniva definita l’avvocato delle donne: Tina Lagostena Bassi, classe 1926, milanese laureatasi in Giurisprudenza a Genova, che con le sue arringhe asciutte ed appassionate tutelava gli interessi ed i diritti delle donne. Nel 1975 aveva preso le parti di Donatella Colasanti, una delle vittime dell’efferato fatto di cronaca conosciuto come il massacro del Circeo. Ora è accanto a Fiorella. È lei a contrapporsi alla violenza verbale dei suoi colleghi, è lei a sostenere ‘ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo[…]. E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale’. Agli avvocati degli imputati che hanno depositato come risarcimento morale una somma di due milioni di lire la stessa Lagostena Bassi non esita a definire quel gesto ‘una mazzetta gettata sul tavolo’. La parte offesa non accetta quei soldi, chiedendo invece la simbolica cifra di una lira.

‘Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto’, incalza l’avvocato Lagostena Bassi, rimarcando il fatto che tutte le donne presenti alle udienze sono lì per chiedere giustizia e riconoscimento per Fiorella e per tutte le altre donne vittima di violenza. ‘Una donna ha il diritto’ – arringa la Lagostena Bassi – ‘di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza’.

E proprio quelle modalità sessiste provocano sdegno e commozione nell’Italia incollata alla TV la sera in cui il documentario viene trasmesso. La donna violentata viene trasformata in colpevole, ne viene screditata la credibilità, subendo l’umiliazione ed il disonore. Si arriva, quindi, al termine del reportage e all’epilogo del processo. Il giudice legge la sentenza: Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni vengono condannati ad un anno e otto mesi di reclusione, Roberto Palumbo a due anni e quattro mesi, ma a tutti e quattro viene concesso il beneficio della libertà provvisoria – e qui gli imputati hanno un sussulto di giubilo – ordinandone l’immediata scarcerazione.

 

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