La Marsica e le lotte contadine, le montagne e la vita aspra raccontata da Ignazio Silone, la battaglia di Tagliacozzo e le rovine incantate di Alba Fucens, il terremoto devastante di Avezzano del 1915 e le due punte gemelle del Velino e del Cafornia: un territorio che racconta, segue il filo delle antiche tradizioni, emoziona. E poi, tra tutto questo, si apre la piana del Fucino, una conca appenninica vastissima tagliata da strade disposte come il cardo ed il decumano delle città romane, con i campi agricoli rettangolari che sembrano tanti tasselli colorati di un puzzle.

Qui, un tempo, tutto era sommerso dalle acque di un lago e non di un bacino qualunque e di poca importanza. Qui, un tempo, si trovava il terzo lago più grande d’Italia che già all’epoca dei Romani aveva creato qualche problema, a causa delle variazioni piuttosto fluttuanti della sua linea di riva. Qui si apriva il lago del Fucino dove le popolazioni locali esercitavano un tempo l’attività della pesca. Poi, sul finire dell’Ottocento, avvenne il prosciugamento del bacino idrico ad opera di Alessandro Torlonia.

COME ERA IL LAGO DEL FUCINO?

Siamo a 650 metri d’altitudine, circondati dalle catene montuose tra le quali svetta su tutte il massiccio del Velino-Sirente, in un territorio che oggi offre alcuni prodotti con il marchio IGP come le patate e le carote. Eppure qui fino al 1875, anno del completamento del prosciugamento del lago del Fucino, si trovava un bacino lacustre di notevole estensione.

Lago del Fucino

Veduta del Fucino dalla grotta Maritza di Ortucchio. Foto di Marica Massaro

Le azioni intraprese dall’uomo alla fine del XIX secolo, hanno prodotto un cambiamento climatico non di poco conto, stravolgendo la vita di quanti vivevano nell’area del lago. Senza le sue acque, si è verificata una trasformazione da un clima mediterraneo ad un clima continentale con un conseguente mutamento delle colture e con la cessazione dell’attività di pesca.

Le estati sono divenute più calde e gli inverni più freddi, è variato il tasso d’umidità, sono aumentate le nebbie, si è verificata una diminuzione della biodiversità. Lo storico e medievista tedesco Gregorovius scrisse:

«Sarà distrutta una grande opera naturale e l’Italia sarà vedova per sempre di una meraviglia della natura, di uno dei suoi più fulgidi gioielli». [1]

Il clima mediterraneo aveva reso questo un luogo di villeggiatura, uno dei posti prediletti dagli antichi Romani in cui potersi rilassare e passare l’estate. Tutto questo è testimoniato dai resti di ville rinvenuti nell’area. Questo territorio era considerato un vero paradiso con le acque fresche del Fucino e con gli ulivi e le viti a contornare il bacino blu.

I CUNICOLI DI CLAUDIO

Ma già in quel periodo il lago aveva creato problemi a causa dei livelli instabili delle sue acque. In più nel I secolo d.C. Roma era diventata una città molto popolosa ed era sempre più stringente la necessità di trovare nuove terre vicine all’Urbe per la produzione del grano. L’idea dell’imperatore Claudio era di abbassare, e non prosciugare, le acque del Fucino in modo da strappare terre al lago, mantenendo comunque in vita il bacino lacustre.

Cunicoli di Claudio, Fucino

Cunicoli di Claudio. Foto di Claudio Parente

Per svuotare un lago occorre convogliare le acque verso un recapito idraulico posto più in basso rispetto al fondo del bacino lacustre. Occorre poi calcolare calcolare il volume delle acque, la portata delle piogge, la giusta pendenza del canale. L’idea dell’imperatore Claudio era quella di mantenere costante il livello delle acque, creando un canale sotterraneo che perforasse per 5.630 metri il monte Salviano, sversando l’acqua nel fiume Liri. Un’opera di ingegneria idraulica incredibile e geniale, un’impresa titanica realizzata tra il 41 ed il 52 d.C. che vide all’opera 30.000 uomini che lavorarono per 11 anni consecutivi.

10 cunicoli, 40 pozzi verticali, la galleria più lunga mai realizzata dall’uomo fino al 1871 (anno di inaugurazione del Frejus): questi sono alcuni dei numeri dell’opera. I Cunicoli di Claudio rappresentano una delle più grandiose imprese idrauliche dell’antichità, ma come tutti i manufatti aveva bisogno di manutenzione e cura.

Con la caduta dell’Impero Romano nessuno era più preposto al controllo dei canali che quindi si andarono ad ostruire. Nonostante i vari tentativi di espurgo esperiti nel corso dei secoli il lago del Fucino continuava a creare molti problemi e disastri.

I TORLONIA E IL PROSCIUGAMENTO DEFINITIVO DEL LAGO DEL FUCINO

Fu soltanto nel 1854 che il capitalista e principe Alessandro Torlonia decise di tentare il tutto per tutto, creando una nuova e più ampia galleria che doveva inglobare i canali di epoca romana. Ci vollero 24 anni di lavoro e 43 milioni di lire complessive per far scomparire per sempre il lago del Fucino.

L’opera iniziata sotto il Regno delle Due Sicilie fu portata a compimento con il Regno d’Italia e modificò profondamente il territorio, il clima e l’economia locale. Dei 16.500 ettari di terra ottenuti dal prosciugamento del Fucino 14.000 divennero di proprietà dei Torlonia che li diedero a mezzadria o in affitto alle famiglie locali. I pescatori così dovettero riconvertirsi e diventare contadini perdendo la loro cultura, il loro lavoro, il clima mite di un tempo ed il paesaggio che erano abituati a vedere.

L'Aia dei Musei a Avezzano

L’Aia dei Musei ad Avezzano

Si ringrazia la dott.ssa Flavia De Sanctis, Direttrice dell’Aia dei Musei, che con passione e professionalità ci ha raccontato la storia del prosciugamento del lago del Fucino e ci ha illustrato anche la sezione dell’interessante lapidarium contenuta all’interno del Museo.

[1] F. Gregorovius, Passeggiate per l’Italia, Vol. II, Roma, Ulisse Carboni, 1907.

 

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