Il 13 maggio 1978 entrò in vigore la legge 180, impropriamente nota come Legge Basaglia. L’effetto più importante di quel provvedimento legislativo, oltre ad estendere la libertà di cura anche ai malati mentali, fu la chiusura dei manicomi, ufficialmente ospedali psichiatrici ma, in molti casi, veri e propri lager. Una cessazione non certo immediata. Si trattò, infatti, di un processo lento, complesso e, in taluni casi, drammatico.

LA CHIUSURA DEI MANICOMI IN ITALIA

Questa è la storia di quello che avvenne dopo il varo della Legge 180, di quella transizione che si concluse solo verso la fine degli anni Novanta, venti anni dopo quel fatidico 13 maggio 1978, quando venne scritto “il finale di una favola triste e dolorosa, piena di mostri e di streghe, di incantesimi e di prigioni”. [1]

Ma quella fiaba si concluse con il rassicurante e vissero tutti felici e contenti? Cosa è stato del dopo, quando i manicomi furono chiusi? Cosa è realmente avvenuto a partire dal 14 maggio 1978? Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata, Cappuccetto Rosso e tutte le protagoniste delle fiabe sono state davvero felici, dopo che i riflettori si sono spenti e l’happy end è stato scritto?

Quando i manicomi furono chiusi

Il padiglione Lombroso dell’ex manicomio di S. Lazzaro a Reggio Emilia

Chiariamo subito un assunto: chiudere i manicomi è stato un atto umano, rivoluzionario, il cui merito spetta in primis a Franco Battaglia e a un gruppo di medici che in quell’utopia credettero fin dall’inizio. Ma una rivoluzione non è un pranzo di gala, è un evento traumatico, una rottura radicale e gli effetti conseguenti non sono sempre solo positivi.

La “180” non fu una legge perfetta, lo stesso Basaglia, pochi giorni dopo l’approvazione di quel provvedimento lo dichiarò senza mezzi termini:

“Non bisogna lasciarsi andare a facili euforie. È una legge transitoria, fatta per evitare i referendum e perciò non immune da compromessi politici. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi della malattia mentale con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come se volessimo omologare i cani con le banane”.

La parola fine ai manicomi, come facilmente ipotizzabile, non venne scritta pochi giorni dopo l’approvazione della legge, bensì molti anni dopo. Nel luglio del 1997, secondo la relazione conclusiva dell’indagine sulla chiusura degli ospedali psichiatrici redatta dalla Commissione affari sociali della Camera dei Deputati, risultavano ancora 20.000 pazienti psichiatrici, “ospiti” nelle 62 strutture pubbliche e nelle 14 private e questo nonostante la legge 724/94 avesse previsto la definitiva chiusura dei manicomi entro il 31 dicembre 1996.

IL MONDO LÀ FUORI: QUANDO I MANICOMI FURONO CHIUSI

Graffito di un paziente nell'ex manicomio di S. Lazzaro

Graffito di un paziente nell’ex manicomio di S. Lazzaro

Per i malati uscire dai manicomi italiani non fu sempre semplice. Tommaso Losavio nel 1993 era dirigente della Usl locale da cui dipendeva l’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma, che chiuse definitivamente i battenti solo nel 1994, quindici anni dopo il varo della Legge 180. Ecco come ricorda i mesi che precedettero la definitiva chiusura del manicomio capitolino:

“Ero teso e preoccupato, pensavo a quel ‘residuo manicomiale’ costituito da circa quattrocento persone rimaste intrappolate nonostante la legge, approvata quindici anni prima, che prevedeva la chiusura dei manicomi. Il loro destino, mi sembrava, non interessasse più a nessuno, certamente non agli amministratori che non destinavano risorse per la loro deospedalizzazione ma neppure agli operatori dei nuovi servizi territoriali”.

Non fu solo un problema economico, nonostante una delle debolezze di quella rivoluzionaria legge fosse proprio la cronica mancanza di finanziamenti, ma soprattutto umano. Per molti pazienti, che di fatto in quei manicomi avevano trascorso tutta la loro vita, il mondo fuori spaventava molto più di quello dentro l’ospedale.

In tutta Italia erano centinaia quei pazienti che nei manicomi vi erano entrati da bambini, d’altra parte non esistevano limiti d’età per essere ricoverati negli istituti psichiatrici. Era sufficiente un semplice certificato medico che dichiarasse un bambino pericoloso per sé e per gli altri, perché le porte del manicomio si spalancassero per non riaprirsi più. E per quei bambini i trattamenti adottati erano pressoché identici a quelli usati per gli adulti: elettroshock, misure di contenzione, massicce dosi di sedativi.

Nel 1971 la Commissione permanente di assistenza della Provincia di Roma descrisse un quadro raccapricciante della realtà dei minori negli ospedali psichiatrici: “Ci sono bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell’acqua, scalzi, seminudi, sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi, sporchi di feci, dovunque un lezzo insopportabile”.

Bambini che in quei manicomi divennero adulti, che dietro le sbarre di un carcere travestito da ospedale vissero buona parte della loro vita, come Lucia Cepparulo. Lei nel manicomio di Napoli, il “Leonardo Bianchi”, ci era entrata all’età di otto anni, il 29 ottobre 1940. Il motivo? Non psichico ma fisico. Lucia, infatti, era affetta dal morbo di Little, una forma di paralisi cerebrale che colpisce le gambe, rendendo impossibile anche i minimi movimenti.

Lucia, in quel fine ottobre del 1940, quando l’Italia fascista cercava gloria in Grecia dando inizio a una campagna militare foriera di immani sconfitte, fu semplicemente abbandonata dalla madre, incapace di sostenere una figlia malata. Stessa sorte toccò alla sorellina e al fratellino di Lucia, anche loro finiti dentro un manicomio pur non essendo “matti” ma solo malati e poveri, due condizioni che nel nostro paese erano sufficienti perché dei bambini finissero in un ospedale psichiatrico.

Quando le porte del “Leonardo Bianchi” si spalancarono Lucia protestò. Lei il manicomio per una casa-famiglia non voleva lasciarlo. L’ospedale era da sempre casa sua, non aveva mai visitato altro luogo.

“Sono andata con il furgone a vedere questa casa-famiglia tutta colorata, però la famiglia non l’ho mai avuta e la mia casa è il manicomio”.

Alla fine Lucia il manicomio lo lasciò e andò a vivere nella casa famiglia, ma la sua vita “è trascorsa e ancora trascorre nell’attesa del nulla, scandita dalle uniche certezze esistenti: la sveglia, il pranzo, la cena.” [2]

D’altra parte decenni di manicomio non possono essere cancellati con un solo battito d’ali. Le cicatrici pur rimarginate, rimangono, si vedono, si sfiorano.

Andò decisamente meglio a Lido. Nel 1997 fu uno degli ultimi “ospiti” a lasciare l’ospedale psichiatrico di Maggiano, reso celebre dai romanzi di Mario Tobino che di quella struttura fu per anni direttore. Lido non andò in una “casa famiglia” ma in una vera e propria casa, in una vera e propria famiglia. Fu adottato da Enrica e Giuliano e dai loro tre figli e con loro, due anni fa, ha festeggiato i novant’anni, contornato da quell’affetto che per decenni gli era stato tolto.

Lido nel manicomio di Maggiano, un edificio settecentesco immerso nella campagna lucchese, c’era entrato nel 1940. Non soffriva di una vera e propria patologia mentale, semplicemente dopo due anni vissuti da emigrante in Canada per cercare fortuna scappando da un destino che sembrava segnato, era tornato in Italia, graffiato da quell’esperienza. Probabilmente l’emigrazione in una terra in cui non si era mai integrato lo aveva reso malinconico, solitario ma non certo pazzo. Ma tanto bastava in quegli anni in Italia per finire in un manicomio e per rimanerci praticamente tutta la vita.

Purtroppo a più di quarant’anni da quella rivoluzionaria legge che poteva essere partorita solo in quegli anni di lotte per i diritti civili, il malato di mente fa ancora paura, è un soggetto da tenere lontano. Non più nei manicomi ma non certo in mezzo a noi, nella cosiddetta società “civile”.

Nel 1980 Franco Basaglia ebbe a dire a un giornalista:

“Occorre violentare la società, obbligarla ad accettare il folle e aiutare la comunità dei sani a capire cosa significa la presenza di una persona folle nella società”.

 

[1] Luana De Vita e Mimosa Martini, Il volo del cuculo 1978-2008: trent’anni senza manicomi, Nutrimenti, 2008.

[2] Idem.

Per chi volesse approfondire queste tematiche oltre al libro Il volo del cuculo, consiglio il sito mattipersempre.it, miniera di storia, informazioni e testimonianze di un mondo di straordinaria, infinita umanità.

 

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