Il rastrellamento al ghetto di Roma

Ghetto di Roma

16 ottobre 1943. Era un sabato mattina, un sabato di guerra. Ma era anche il giorno del riposo per la numerosa comunità ebraica romana. Era lo shabbat e lo era per tutte quelle famiglie riunite in quel fazzoletto di terra divenuto ghetto di Roma nel 1555 per volere di papa Paolo IV. Intere generazioni di ebrei si erano succedute nel corso dei secoli ed avevano attraversato ed accompagnato le vicende romane e nazionali. Ma quello era anche il terzo giorno della festa di Succòt, celebrazione che ricorda gli anni passati dagli Ebrei nel deserto del Sinai, subito dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana. Succòt significa tenda, cioè nomadismo, precarietà e raccoglie la memoria atavica dei giacigli di fortuna utilizzati dal popolo ebraico prima di raggiungere la Terra Promessa.

16 OTTOBRE 1943, IL GIORNO DEL RASTRELLAMENTO

Ghetto di Roma. Largo 16 ottobre 1943

Ghetto di Roma. Largo 16 ottobre 1943

Quella mattina del 16 ottobre 1943 i termini ‘shabbat’ e ‘succòt’ rimandavano al viaggio in una unica direzione, quella verso Auschwitz, senza giacigli e senza il ritorno verso la propria terra. Il cielo non prometteva nulla di buono. Il tempo era piovoso e già verso le quattro della notte il quartiere ebraico era stato cinto da numerosi mezzi militari tedeschi che si erano appostati lungo le vie di accesso del ghetto.

Il capitano Theo Dannacker, chiamato a Roma da Eichmann nei giorni precedenti, aveva passato ore a studiare attentamente la mappa della città ed aveva disegnato dei cerchi concentrici sui quartieri e sulle strade abitate dagli ebrei. Ventisei zone in tutto. E per svolgere al meglio quel lavoro certosino si era affidato al censimento eseguito nel 1938 dall’Ufficio Demografia  e Razza, presieduto dal Prefetto Le Pera. Dannacker aveva segnato la lista degli ebrei ed aveva individuato sulla cartina le zone di Roma in cui questi vivevano.

Poco più di un centinaio di SS della Judenoperation, addette al rastrellamento del ghetto di Roma, quella mattina iniziò l’operazione alle 5.15. E non erano bastati i cinquanta chili di oro raccolti dalla comunità ebraica e consegnati ai Tedeschi un mese prima.

Quelli erano stati solo un diversivo, l’antipasto di un’azione supportata dall’idea di sterminio e cancellazione. Avevano chiesto di versare quel quantitativo d’oro entro 36 ore per scongiurare la deportazione di duecento ebrei.

Eppure, nonostante la pesatura avvenuta in Via Tasso, i Tedeschi quel giorno di ottobre decidono di rastrellare il quartiere ebraico romano. Bussano alle porte, le aprono, le sfondano mostrando un biglietto bilingue in cui si impone a quelle famiglie di lasciare le abitazioni in venti minuti. Devono preparare le valigie, prendere delle provviste per otto giorni e chiudere a chiave le case. Come se poi avessero il beneficio e la possibilità di rivederle. Magari al ritorno.

Nel piazzale di Portico d’Ottavia vengono radunate più di mille persone, alcune strappate al sonno, con i figli ancora attaccati alle madri. Sui camion grigi vengono caricate tutte quelle famiglie, a spinta, con violenza, mentre una donna sconvolta e piangendo grida: ‘Povera carne innocente'[1].

DAL GHETTO DI ROMA AD AUSCHWITZ

Ghetto di Roma, scorcio di un'abitazione. Al centro la lapide commemorativa del rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943

Ghetto di Roma, scorcio di un’abitazione. Al centro la lapide commemorativa del rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943

Alle 14 l’operazione è conclusa. Dei 1259 ebrei condotti nel Collegio Militare di Via della Lungara ne rimangono 1022. Alcuni di essi, di razza mista o cristiana, vengono liberati. Gli altri, rimasti nelle mani dei Tedeschi, vengono stipati sui 18 vagoni del treno piombato che parte dalla stazione Tiburtina. Quattro giorni dopo, il 22, arriveranno a destinazione. Quella finale. ‘Alle aussteigen’ (Tutti fuori) ripetevano ai sopravvissuti che scendevano dal treno avvolti dalla luce irreale del campo di sterminio, mentre i loro correligionari con gli abiti a righe e la stella di David rimuovevano dai vagoni i corpi di chi non era riuscito a sostenere quel viaggio di quattro giorni.

Al campo il dottor Mengele provvede da subito a selezionare gli abili al lavoro dal resto degli ebrei. I due gruppi vengono divisi: gli inabili vengono trasportati sui camion per raggiungere i ‘campi di permanenza’, gli altri devono dirigersi verso i campi di lavoro a piedi. Ma, se stanchi, possono usufruire anche loro degli autocarri. Così salgono su quei mezzi altre 250 persone, portando il numero a 839.

La loro destinazione non è il campo e non sono le baracche; li attende un destino comune che si chiama camere a gas.  E tra loro c’è Sergio Pace, abile al lavoro ma salito sul camion per rimanere insieme ai suoi genitori. C’è la giovane donna cattolica, dichiaratasi ebrea, per non abbandonare un bambino orfano affidato a lei. C’è il figlio di Marcella Perugia, nato appena il 17 ottobre. E ci sono altri 206 bambini che hanno terminato la loro vita lì.

A ritornare saranno soltanto in diciassette, tra cui una donna: Settimia Spizzichino, 24 anni, 30 chili.

 

[1] Coen F. 16 ottobre 1943 Giuntina, pag. 69

 

Leggi anche: Ghetto di Roma. Paolo IV e il serraglio degli ebrei

 

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